Forse ricordi, vecchio Indro. Era il 17 febbraio del 1990. Io avevo appena lasciato “Panorama”, per l’arrivo di Silvio Berlusconi alla presidenza della Mondadori, e tu scrivesti sul “Giornale”: «Il ritiro di Rinaldi (…) è un gesto di coerenza che ci incute rispetto, ma che non ci impedisce di deplorare l’uscita di un uomo come lui dalla direzione di un settimanale che gli deve gran parte del suo prestigio e della sua fortuna».
Fu il più prezioso gesto di solidarietà che ricevetti. Non ho mai dimenticato quel «deplorare». Se oggi torno a parlarne, non è perché voglia farmi bello della tua stima: non so se tu ne provi ancora. E nemmeno pretendo di scoprire adesso che di dubbi su Berlusconi ne hai sempre avuti: bastava leggere i tuoi articoli. Cito quell’episodio di quattro anni fa perché mi pare che la mia vicenda già rivelasse l’aspetto forse più odioso del modo berlusconiano di fare l’editore, quel miscuglio di colpi bassi e di chiacchiere dolciastre del quale anche tu sei caduto vittima. Finché, martedì 11 gennaio, non sei stato costretto a dimetterti dal “Giornale”.
A me, in un colloquio del 20 gennaio ’90, Berlusconi assicurò piena autonomia. A parole. Ma non passava giorno senza che i suoi vicepresidenti, Leonardo Mondadori e Luca Formenton, mi attaccassero con interviste di fuoco. Fra ostilità e ipocrisie, l’aria si fece subito irrespirabile. Con Montanelli il gioco delle parti si è ripetuto ancora più sfacciatamente. Da un lato Berlusconi e le sue professioni di amicizia, di fiducia. Dall’altro lo Sgarbi che offende, il Fede che propone di licenziare, perfino l’azionista di minoranza Achille Boroli che reclama la fine dell’appoggio a Mariotto Segni e l’apertura al Msi di Gianfranco Fini. Robaccia. Dalla quale Berlusconi non ha nemmeno finto di prendere le distanze: su Fede, al contrario, ha detto di non voler «censurare qualche opinione dei giornalisti della Fininvest»; su Boroli, ha precisato che «è libero di manifestare certe sue preoccupazioni».
Così, Montanelli ha dovuto constatare che anche il più brutale regolamento di conti può pretendere di avere le sembianze di un soave perbenismo. Non si è fatto ingannare, e ha preferito salutare la compagnia. Sapendo bene che la sua scelta non riguarda solo lui, ma suona sinistramente ammonitrice per tutti coloro che seguono con preoccupazione l’ingresso di Berlusconi in politica. Nell’uscita di Montanelli dal “Giornale”, infatti, si riconoscono senza fatica i tratti del Berlusconi tante volte dipinto da “L’Espresso”: abile nei sotterfugi, bugiardo, intollerante.
La storia del “Giornale” negli ultimi due anni è la madre di tutte le astuzie. Costretto dalla legge Mammì, Berlusconi nel ’92 cede la maggioranza del quotidiano; ma la gira al fratello Paolo, trattenendo per sé una robusta quota di minoranza, la stampa, la raccolta della pubblicità; rinnova le fidejussioni Fininvest; quando infine i rapporti con Montanelli si guastano, è lui che in assemblea arringa la redazione, detta la linea politica, indica perfino il tono giusto degli articoli. La presunta vendita a Paolo si rivela insomma una gigantesca presa in giro. E Montanelli diventa, suo malgrado, il testimone più diretto di come Berlusconi sappia eludere le leggi dello Stato.
Ma la svolta al “Giornale” fa capire anche come Berlusconi non sia affatto l’editore super partes che ha sempre sostenuto di essere. Delle sue dichiarazioni a effetto sono pieni gli archivi: «La regola è stata, è e sarà sempre un totale ecumenismo» (18 settembre ’93), «L’imparzialità è la mia regola» (23 novembre), «La polifonia delle mie testate è sotto il controllo di tutti» (24 novembre). Ma era solo fumo negli occhi. La realtà è che il “Giornale” è stato boicottato dai suoi padroni, nelle parole e nei fatti (cioè i mancati investimenti), per la linea che teneva e per lo stile che aveva. Tant’è che Montanelli è stato invitato a non usare più il fioretto. E non abbiano, i fratelli Berlusconi, la viltà di nascondersi dietro i lamenti sull’andamento economico del quotidiano. Rinfacciare gli aiuti dati (quali, poi?) non è elegante; meno che mai quando i sedicenti benefattori buttano via ogni anno decine di miliardi per ripianare le perdite del Milan, o quelle della concessionaria di pubblicità di Italia 7.
Ciò detto, rimane ancora da esaminare l’aspetto più inquietante della rottura Berlusconi-Montanelli. Che è l’appartenenza di entrambi alla stessa area moderata che ama dirsi liberal-democratica. È qui che suona l’allarme vero: Berlusconi ha spinto verso la porta d’uscita, con i modi sospirosi e dolenti delle grandi occasioni, non un pericoloso avversario politico, bensì un eminente giornalista che su tante cose la pensa come lui. La colpa imperdonabile di Montanelli, ai suoi occhi, è stata di schierarsi a favore di Segni, cioè di un uomo politico con il quale lo stesso Berlusconi da mesi strepita di volersi alleare. Questo la dice lunga su quale credibilità abbia il boss di Forza Italia quando promette di lasciare il suo impero editoriale dal momento del suo debutto in politica: sono mesi che Berlusconi fa il politico full time, ma le sue direttive ai giornalisti del gruppo Fininvest sono sempre più stringenti, riguardano ormai (e riguarderanno) non solo l’orientamento politico generale, ma addirittura i singoli personaggi da esaltare o da snobbare.
Su queste circostanze della rinuncia di Montanelli anche i Segni, i Martinazzoli, i Bossi farebbero bene a meditare. Esse dimostrano una volta di più che di Berlusconi, uomo ingordo se mai ce n’è stato uno, non si può essere alleati a pieno titolo e con pari dignità. Come già insegnavano tanti rapporti d’affari degli ultimi anni (con gli eredi Mondadori, con i Cecchi Gori, con i Franchini dei supermercati), Berlusconi alla lunga lascia ai suoi incauti compagni di strada una scelta sola: sottomettersi o andarsene.
Caro Indro, tu te ne vai - ne sono certo - senza tutte queste elucubrazioni, che lasci come sempre all’esprit mal tourné di quelli de “L’Espresso”. Te ne vai semplicemente perché sei un animo libero; e né la tua intelligenza né il tuo orgoglio ti permettono di diventare, alla tua età, lo strumento docile di chicchessia. Abbiti i miei, i nostri auguri. E ti sia di conforto, nelle nuove avventure, sapere che forse abbandonando “il Giornale” hai fatto sì che tanti occhi si aprissero. Anche in questo sei stato, come sempre, un uomo generoso.
Questo articolo con il titolo originale “Il Vecchio e il Male” è stato pubblicato sull’Espresso il 21 gennaio 1994