Tendenza quirinale

Non solo Mattarella: anche Matteo Salvini fa il bis. Ecco il suo Papeete 2

di Susanna Turco   4 febbraio 2022

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L’iperattivismo incongruo del capo della Lega, intrappolato dalle sue stesse macchinazioni. Sempre più solo. Mentre i sondaggi dimezzano i consensi del Carroccio e incombe già il voto amministrativo al Nord

Una settimana dopo, il senso di shock nella Lega è ancora vivo. Alla faccia del mezzo predellino abbozzato poi da Matteo Salvini sulle pagine del Giornale, del vagheggiare all’orizzonte un partito repubblicano (è almeno la sesta volta in dieci anni, l’ultima ad agosto 2021), alla faccia del finto preannuncio di dimissioni dal governo avanzato da Giancarlo Giorgetti, delle polemiche sanremesi sulla cannabis ingaggiate addirittura con Ornella Muti, delle mascherine Ffp-qualcosa forse disegnate in post-produzione sul volto dei leghisti e di tutto quello che è stato messo in piedi poi per far stingere l’accaduto.

 

«La verità è che siamo rimasti vittima delle nostre stesse macchinazioni», sospira un leghista di rango allargando le braccia davanti alla tabaccheria di Montecitorio, prima che comincino le mattarelliadi alla Camera per il giuramento del ri-capo dello Stato. «Siamo»: indicativo presente, prima persona plurale. Vale a dire - giusto per decodificare il lessico del Carroccio, ormai unico partito leninista dell’intero arco costituzionale: Matteo Salvini è rimasto vittima delle sue stesse macchinazioni, e noi tutti con lui.

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Gli effetti cominciano già a vedersi, con i sondaggi che per la Lega si aggirano pericolosamente, di nuovo, attorno al 17,4 per cento ottenuto alle politiche 2018: 17,5 per cento secondo le ultime rilevazioni Swg, addirittura 16,6 per cento per Euromedia Research. È vero che si tratta solo di voti teorici, siamo tuttavia alla metà, rispetto al 34,3 per cento raggiunto alle Europee 2019: il preannuncio di un tonfo. Il tutto mentre si avvicinano le prossime amministrative: una partita che secondo le intenzioni condivise fino a Sant’Ambrogio con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni doveva essere conclusa «entro dicembre» e invece è ancora tutta da organizzare; e sono tante le città del nord che vanno al voto, da Verona a Genova , passando per Alessandria, Como, La Spezia, Parma, Piacenza, Lodi, Monza.

 

Ma non c’è dubbio che mai come in questi giorni il leader della Lega si sia mostrato in tutto il suo splendore per quello che è: un uomo solo, che non sa dove andare ma continua a roteare su se stesso come un derviscio.

 

Una partita epocale come quella per il Quirinale l’ha svelato, ha fatto da «filtro di nitidezza», giusto per citare Salvini medesimo. Il percorso dei sei giorni di votazioni alla Camera, più viene ricostruito, più racconta un panorama preciso, come fanno sempre i momenti topici: svelano meccanismi, portano a termine processi.

 

Se il processo è quello di uno centrodestra ormai finito, davvero tutto da ripensare, il meccanismo è quello di un leader politicamente ipercinetico, vale a dire incapace di stare fermo su una strategia, su un nome, su un’ipotesi. Nei giorni delle votazioni per il Colle l’ex ministro dell’Interno è passato erraticamente da una candidatura all’altra senza portarne a compimento alcuna (abbiamo saputo della rosa composta da Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera, abbiamo intuito confusamente un tramestio attorno a Sabino Cassese, abbiamo visto volteggiare un Franco Frattini, ma c’erano altri che non hanno nemmeno avuto modo di venir fuori, sondati da cacciatori di teste prudentemente rimasti lontani dai riflettori); è andato fuori tempo e fuori asse di credibilità nel sostenere l’unica proposta concretamente avanzata (Maria Elisabetta Alberti Casellati), da lui esaltata esattamente nei minuti in cui i grandi elettori del centrodestra la impallinavano; è stato capace di spaccare pericolosamente la sua coalizione per aprirsi - con l’alleato di una volta, Giuseppe Conte - una strada gialloverde che non andava in nessun posto (Elisabetta Belloni); per poi, quando era ormai nel vicolo cieco, accondiscendere a una soluzione che era l’opposto di quella auspicata all’inizio (voleva «un presidente scelto da noi», è arrivato a un presidente «scelto da loro»).

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E più lo si ricostruisce, il cammino di Salvini in quei giorni, più ci confonde. Il lunedì aveva visto Mario Draghi assicurandogli il suo sostegno: piena linea Giancarlo Giorgetti, il più draghiano tra i leghisti (poi di fatto escluso dalla partita), ma anche in sintonia con un uomo-Sfinge come il governatore veneto Luca Zaia («meglio intestarsi Draghi che subirlo», l’unica frase virgolettabile strappatagli in una settimana di domande in Transatlantico, il resto lo si è intuìto dai movimenti oculari); il sabato successivo, sei giorni e mille tentennamenti dopo, Salvini si è opposto all’ascesa al Colle dell’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini (alcuni grandi elettori leghisti, a partire dal governatore Massimiliano Fedriga, lo consideravano una scelta intraducibile per il Nord) come unico atto concreto in favore del governo guidato dall’uomo che lunedì giurava di voler portare al Quirinale. In mezzo, una Caporetto sull’intero fronte dell’orgoglio destrista: con conferenze stampa lunari, girandole di incontri inconcludenti, allusioni incomprensibili, appuntamenti insondabili, misteriose sparizioni e improvvise epifanie.

 

Insomma Salvini ha mostrato in quei giorni tutti i sintomi di una irrequietezza incongrua, una specie di versione politica a metà tra l’iperattivismo e la sindrome delle gambe senza riposo. Fosse un bambino sarebbe potuto finire sotto osservazione, l’Adhd come ipotesi diagnostica.

 

Essendo invece un leader politico, questo suo andamento diciamo futurista, nel quale ciascuna azione è apparentemente priva di legami con la precedente e al massimo la insegue, la interrompe, la contraddice, la sfascia, è lo stile che ha fatto la sua fortuna, prima di schiantarlo come accaduto in ultimo.

 

In un dibattito pubblico che vive tragicamente di attimi social, di brevi dirette Facebook, di Reel su Instagram, il salvinismo sembra infatti pensato e realizzato apposta per finire in cima ai trend, tra i più visti. Perché l’universo dei social è così: un orizzonte che a guardarlo tutto insieme è puro caos, un formicaio impazzito di cui però nessuno si accorge, perché i social network sono pulviscolari - per loro stessa costituzione - non si guardano nel loro insieme, ma suddivisi in tanti piccoli pezzetti, ciascuno chiuso nella sua propria bolla, nel suo frammento di tartare.

 

È proprio per questo che, calato improvvisamente nella complessità del reale - che ha questo difetto della continuità spazio-temporale - per la seconda volta il fare salviniano che tanto funziona online ha concretizzato una specie catastrofe. Il bis del Papeete: nell’agosto 2019 l’allora ministro degli Interni e vicepremier, dalla consolle di uno stabilimento balneare, mandò all’aria il governo gialloverde - e in rovina se stesso - per motivi tutt’ora non chiariti; nel gennaio 2022 ha condotto alla rovina il centrodestra (o quel che ne restava) - e forse anche, di nuovo, se stesso - con motivazioni altrettanto oscure.

 

Non che la coalizione si sentisse già bene di suo. Spaccata in due nel 2018, quando la Lega se ne era andata al governo coi Cinque Stelle, tornata assieme nel 2019 sotto il giallorosa Conte due dal quale Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia erano tutti fuori, divisa di nuovo nel febbraio 2021, quando con il governo Draghi all’opposizione è rimasta solo Giorgia Meloni, l’alleanza di centrodestra - oltre a scegliersi candidature irripetibili come quella del pediatra con la pistola, Luca Bernardo, a Milano e del tribuno meravijoso Enrico Michetti, a Roma - è rimasta insieme fino a due settimane fa perché si raccontava il sedicente obiettivo di mandare al Quirinale Silvio Berlusconi. Tolto di mezzo quello, lo specchio s’è frantumato.

 

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E mentre la leader di Fdi Giorgia Meloni - come si è visto anche nel ruolo tutta da opposizione che ha scelto anche nelle votazioni per il Quirinale, molto profilato ma mai a rischio di diventare maggioritario - si sta ritagliando un futuro da leader soltanto del fronte della destra-destra, e non si sogna di lanciare Opa sull’intera area moderata, Salvini sembra più concentrato su un fronte sin qui poco frequentato: quello della pesca nell’area centrista. È quello, il risultato dell’ultima riunione-fiume del Consiglio federale in via Bellerio a Milano, dove il ricompattamento attorno al leader leghista è avvenuto su una linea abbastanza poco salviniana.

 

È del resto l’area centrista quella più spumeggiante in questo momento: uscita lei sì bene dalla partita quirinalizia e resa politicamente interessante da un lato dalla dissoluzione del mondo berlusconiano, con tanti forzisti tra cui pescare, e dall’altro dalla crescita di realtà come quelle di Cambiamo, di Luigi Brugnaro e Giovanni Toti (finito proprio per questo nel mirino di Salvini, che ha preso come pretesto il suo doppio incarico di governatore e assessore in Liguria).

 

Al di là delle parole che alludono a progetti inclusivi e predicano la pace e la pacatezza, dopo aver incrociato le lame per il Colle la capa di Fdi e il leader leghista sembrano avviati a obiettivi diversi, poco o nulla sovrapponibili. Almeno fino a quando, magari innervosito dai sondaggi che per Fratelli d’Italia non fanno che crescere, Salvini non inaugurerà una nuova fase. Potrebbe essere questione di ore, chi può dirlo.