«Tutti questi dirigenti dicono che bisogna tornare al territorio, però poi i circoli li chiudono, anziché aprirli. E come fai a stare sul territorio se non hai un circolo, una casa? Cosa siamo, maghi?». Sono le quattro del 21 gennaio, nel mezzo dell'assemblea del Pd voluta a Roma da Enrico Letta, il segretario più lungamente uscente che la storia ricordi, irrompe la realtà. La voce più vitale del consesso – a detta di tutti, più simile a un funerale che a una Costituente – arriva di botto, senza preavviso, senza palco. Dalla penultima fila. È quella di Marco Giordano, un perfetto sconosciuto al grande pubblico, un esempio magnifico della dannazione del Pd, partito che sembra ispirato a una qualsiasi vignetta di Altan (tipo: «Ho sognato che la sinistra si era unita. Nessun sopravvissuto»).
Una piccola storia emblematica la sua, intrecciata con quella del Pd: Giordano è infatti l'appassionato segretario di un circolo chiuso. Una storia che parte da Roma, quartiere San Lorenzo, ma che racconta meglio di tante analisi perché il centrosinistra si sia appena ritrovato 20 punti sotto il centrodestra, nelle Regionali di Lazio e Lombardia, e quale razza di dissoluzione (con, però, insospettabili risorse) sia in corso nel principale partito che lo incarna.
Giordano ha 31 anni, ne aveva 16 quando nacque il Pd, a 23 ha avuto il primo incarico, come segretario dei giovani. Un militante, un nativo democratico. Uno che ci crede, sorprendentemente.
«Vengo da Cerignola, Foggia, mi sono formato leggendo Giuseppe Di Vittorio. Sono arrivato qui per fare l'università, ora ho aperto una azienda agricola, non avevo un amico né un parente, ho passato i primi anni girando le sezioni, ho conosciuto Roma così, in autobus». Adesso, un mese dopo quell'assemblea-funerale-costituente, Giordano racconta meglio ciò che ha provato a dire quel giorno. E lo fa nel lunedì delle elezioni, proprio nelle ore in cui il suo partito sta perdendo dopo dieci anni la guida della Regione. Parole che non pendono per Elly Schlein o per Stefano Bonaccini, ma riguardano chiunque guiderà il Pd: «Quanti circoli hanno chiuso, in tutta Italia? Non ci sono numeri ufficiali, ma è impressionante. E metà delle federazioni sono commissariate. Ci sono al fondo scelte patrimoniali; e gli immobili bisogna pagarli, certo; e in cassa non ci sono soldi; e le fondazioni vogliono sistemare i propri conti. Sono tutti discorsi ragionevoli, ma a pagare sono i militanti».
Marco Giordano
Siamo davanti alla sede della sua sezione, storica sezione del Pci di via dei Marsi. Che, appunto, è chiusa da maggio. Per morosità, cioè perché - tra le norme della legge spazzacorrotti e i pochi soldi in cassa dopo la fine del finanziamento pubblico - non riusciva a pagare l'affitto, arrivato a 700 euro al mese. Troppi.
Così il fabbro ha cambiato le chiavi il 19 maggio, dieci giorni prima che il circolo compisse sessant'anni ininterrotti di attività, e alla vigilia delle elezioni politiche e regionali. Le campagne elettorali qui le hanno fatte così, da senzatetto, itineranti, appoggiandosi ad altre associazioni e ai cofani delle automobili. Adesso per le primarie c'è l'apertura eccezionale: «Per fortuna possiamo aprire per le votazioni degli iscritti e per le primarie. Ho scritto alla Fondazione che è proprietaria e Ugo Sposetti ci ha dato le chiavi». L'ultimo tesoriere del Ds - paradosso - finisce per rappresentare la garanzia democratica del Pd: altri circoli, quelli che hanno debiti con l'Ater o con l'erario, non hanno neanche questa possibilità. «Ecco, al netto delle questioni economiche e patrimoniali, il dato politico è che i dirigenti del Pd tante volte in questi anni hanno scelto la strada del partito liquido, e alla fine si sono ritrovati un partito gassoso, nel quale si sono persi i luoghi di confronto. Ma le persone hanno bisogno di un incontro fisico, solo così si crea sintesi, elaborazione. Soprattutto dopo la pandemia. I tweet vanno bene, ma non bastano mica. Senza una casa le comunità si sgretolano», dice Giordano.
È una sede storica, quella di via dei Marsi. Dominata dal murales di Ennio Calabria, alle porte le maniglie forgiate dal primo segretario, che era un fabbro. Inaugurata da Togliatti nel 1962 con un comizio che riempì tutta via dei Latini (lo si vede dalla foto a pagina 43, tratta dal libro "Il popolo di Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer"), era stata comprata dagli iscritti per 11 milioni di lire, 4 anticipati dalla direzione e gli altri 7 attraverso un mutuo. Era l'alba del primo centrosinistra, l'anno dopo il Pci avrebbe preso il 24 per cento e la Dc il 37. Un altro mondo. Anche se, ancora dieci anni, fa la fila per votare alle primarie girava il palazzo e arrivava giù fino in piazza. «Sono diventato segretario dei Giovani democratici di San Lorenzo nel 2013, e del circolo nel 2019. Anni difficili, prima la scissione di Pierluigi Bersani, e poi quella di Matteo Renzi, e poi di Carlo Calenda. I militanti erano spaesati, molto delusi. Nel 2016 persino qui vinsero i Cinque Stelle, per dire», racconta Giordano.
In un triennio però gli iscritti sono quasi triplicati, da 33 a 85. Esistono ancora, quindi? «Certo che esistono, e anzi mi rincuoro a guardare gli iscritti molto di più che a guardare i dirigenti. Hanno più consapevolezza. E non credo, in generale, che le persone siano distaccate dalla politica, ma sono stanche di non essere ascoltate. Se impegniamo settimane a scrivere documenti e queste idee non trovano orecchie, che utilità c'è a iscriversi e discutere?».
È a monte che andrebbe invertito il processo, è la testa che dovrebbe ascoltare, e che sembra invece aver interiorizzato proprio il modello grillino. Per questo, dice Giordano, «chi usa la retorica del “ripartiamo dai territori”, vuol dire che in questi anni non ha fatto politica territoriale, perché i circoli del Pd per la maggior parte già funzionano così. È quindi proprio chi lo dice, che deve ripartire dai circoli. Noi ci siamo».
Semmai, appunto, è il partito che manca, svilisce la militanza per poi sventolarla all'ultimo minuto come una risorsa. «In un quartiere, il segretario di sezione è come il parroco di un paesino, finisce per entrare in tante cose». La politica, i progetti, ma anche i problemi personali di ogni tipo: «Ma oggi non so chi chiamare. Prima c'era una rete che funzionava dal basso, avevi a chi rivolgerti, magari per una bolletta di una persona in difficoltà, c'era tutta una trafila che magari salendo arrivavano al deputato di turno. Oggi se alzi il telefono, devi pregare che ti rispondano», racconta Giordano.
«Non so come siamo arrivati fin qui. Ho visto l'allontanarsi del Pd, negli anni, dall'orizzonte indicato dai militanti. Più andavamo avanti e più l'idea del partito liquido è avanzata. Sicuramente Renzi ha contribuito, ma poi ognuno ci ha messo il suo pezzetto. Non c'è mai stata la capacità di fare veramente sintesi, nella fusione tra i due partiti, Ds e Margherita. Anche oggi, e lo dico da nativo democratico, mi fa specie vedere come tanti cerchino di collocarti in una cultura o nell'altra: io sono nato nel 1991, per me ci sono entrambe». E distinguerle serve a poco: «Un giovane vuole le idee chiare e risposte sull'oggi: il passato va studiato, ma non possiamo darci forza d'azione partendo dal pensiero comunista o democristiano».
È per questo che i ragazzi si iscrivono più facilmente all'Anpi o a Legambiente che al Pd? «I giovani hanno interesse alla politica e quelli sono contenitori identitari chiari, idee in cui è più facile riconoscersi. I partiti invece vengono da anni di diffamazione. E noi, invece di dare un orizzonte, siamo stati perdenti, nei confronti dell'antipolitica. Dovevamo dire che ad esempio il finanziamento pubblico non si toglie, perché la politica costa. Nella mia città natale, ogni settimana c'è una rapina in farmacia: ma la soluzione non è chiudere la farmacia, è aumentare la sorveglianza». Invece è stato proprio Enrico Letta a volere l'abolizione del finanziamento ai partiti. Difficile ora tornare indietro. «Dobbiamo capire che partito vogliamo e come finanziarlo. E lavorare sulla comunità. Se non si mette mano lì, con questo congresso, tutto il resto sarà inutile. Perfino i gazebo: se continuiamo così, a breve non avremo neanche i militanti che te li montano». Ah già i gazebo. Quelli dove tra una settimana si sceglierà tra Bonaccini e Schlein.