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Politica
marzo, 2023

Il decreto attuativo è il trucco per non far funzionare le leggi

Pochissime norme approvate dal Parlamento sono direttamente operative. Un cortocircuito burocratico che impedisce a centinaia di provvedimenti di essere applicati

Davvero inflessibili, questi burocrati europei. Non gliene va bene una. Prendete la direttiva comunitaria del 2004 sui danni ambientali provocati da chi ammorba i terreni con i rifiuti o inquina le acque. Dicono a Bruxelles che il decreto fatto dall’Italia nel 2006 per recepirla è in contrasto con le norme europee. La ragione? Il nostro decreto dice che l’autore del danno se la può cavare anche solo pagando, sempre ferme restando le conseguenze penali, mentre L’Europa prescrive l’obbligo di un risarcimento ambientale molto più ampio e oneroso. E apre la solita procedura d’infrazione. Due volte i ministri di Silvio Berlusconi cercano di metterci una toppa, ma ogni volta Bruxelles la boccia. Finché arriva il governo di Enrico Letta. E nell’agosto del 2013 sistema finalmente le cose. Meglio: crede di averle sistemate. Perché manca il decreto attuativo.

 

Spieghiamo l’arcano. La legge è stata fatta, certo. Ma solo sulla carta. Non può produrre effetti concreti perché il testo ratificato dal Parlamento non specifica il criterio per fissare la portata dei risarcimenti ambientali. A quello ci dovrebbe pensare un decreto del ministero dell’Ambiente, allora affidato ad Andrea Orlando del Pd, sentito il ministro dello Sviluppo economico e collega di partito Flavio Zanonato. Nessuno sa se i due abbiano mai affrontato l’argomento. Sappiamo però, perché ce lo svela un documento della Camera di qualche giorno fa, che il decreto non c’è. Il ministero dell’Ambiente non l’ha mai fatto nonostante la legge gli avesse dato tempo sessanta giorni. Di giorni ne sono passati invece 3.492, e ancora nulla.

 

Eppure per legge chi inquina un fiume o un terreno è obbligato dal 2013 non soltanto a ripristinare il luogo inquinato nelle sue condizioni precedenti, ma anche a fornire risarcimenti «complementari» e «compensativi» del danno causato all’ambiente circostante. Peccato solo che non esista un regolamento su come si valuta il danno e in che modo vada risarcito. E molti si saranno fregati le mani.

 

Ma per quanti brindano ai passaggi a vuoto della nostra altissima burocrazia, non sempre involontari, tanti altri si disperano. La fonte della disperazione è la stessa. Si chiama “decreto attuativo”. Trattasi di una curiosa creatura tutta italiana. Utile ai politici, che spesso la utilizzano per non far funzionare una legge che sono stati costretti a fare contro la propria volontà. Ma utilissima anche ai superburocrati dei ministeri, che con quello strumento si appropriano di fatto dell’apparato legislativo diventando i veri arbitri del potere.

 

Per questo sono pochissime le leggi approvate dal Parlamento direttamente operative senza dover passare attraverso le forche caudine di un “decreto attuativo”, che per espressa previsione della medesima dev’essere elaborato da qualche ministero competente. Magari pure «di concerto» o «sentito» un altro ministero, e con il «parere» di una Conferenza unificata o un’authority. Più burocrazie di mezzo ci sono, più è alta la probabilità che quella legge non sia mai applicata. O lo sia con enorme ritardo: talvolta quando neppure serve più.

 

Un caso? Il 28 marzo 2022 è passato un mese dall’invasione russa dell’Ucraina e le bollette elettriche stanno esplodendo. Il Parlamento approva un contributo per abbattere i costi del consumo degli apparecchi elettromedicali domestici salvavita, ma per distribuirlo serve il solito decreto attuativo. Tocca alla Presidenza del Consiglio, che in un anno non trova però il tempo di farlo. E adesso le bollette si prevedono in picchiata. Idem succede agli enti del terzo settore che gestiscono servizi sociosanitari: il decreto necessario a dargli i contributi statali per fronteggiare il caro energia va fatto entro il 24 ottobre 2022, ma a tutt’oggi non c’è.

 

Il monitoraggio svolto dalla Camera sui decreti attuativi, pubblicato a metà marzo, la dice lunga sulle dimensioni assunte da questo capolavoro della burocrazia. Le leggi approvate nella scorsa legislatura si sono trascinate dietro 2.271 provvedimenti attuativi. Per scriverli tutti, i ministeri avrebbero dovuto partorirne uno ogni 17 ore e mezzo, lavorando anche sabato, domenica e feste comandate. E il fatto è che nonostante la patologia sia riconosciuta da tutti, l’andazzo continua. Come prima, più di prima. In soli 80 giorni il governo di Giorgia Meloni ne ha infilati nelle leggi approvate ben 135: uno ogni 14 ore. Senza contare l’arretrato. Già, perché il diluvio di norme inattuabili senza un pezzo di carta ministeriale a valle del voto parlamentare è stato così intenso da una decina d’anni questa parte che il governo di centrodestra, oltre ai propri decreti, ne dovrebbe fare ancora 419. Ereditati, come abbiamo raccontato all’inizio, perfino da un decennio. Per un totale, quindi, di 554.

 

Ma ancor più del numero sorprende la sostanza. Manca, per esempio, il decreto per stabilire qual è la quantità di droga per uso personale che si può detenere senza essere accusati di spaccio di stupefacenti. Doveva essere fatto nel 2014, previsto da una legge all’epoca di Matteo Renzi premier. Toccava ai ministeri della Salute e della Giustizia: non pervenuto.

 

Né è stato prodotto il decreto attuativo necessario a stabilire i requisiti di professionalità e onorabilità degli amministratori delle società pubbliche. Parliamo di tutte quante, e non sono quelle quotate per le quali i requisiti (meno male) esistono già. La legge che lo prevede è del 2016, governo Renzi. Qui serviva anche il parere della Conferenza Stato-Regioni. Sarà mai arrivato? In attesa hanno continuato a spartirsi consigli di amministrazione con trombati e incompetenti.

 

Mentre i siti dei ministeri possono insistere a non pubblicare i dati patrimoniali di quasi tutti i propri dirigenti, che si erano opposti agli obblighi di trasparenza imposti da Mario Monti e l’avevano avuta vinta. Il secondo governo di Giuseppe Conte era tornato alla carica, e in un decreto alla vigilia della pandemia aveva previsto di ripristinare alcuni di quegli obblighi. Ma bisognava fare un regolamento entro il 31 dicembre 2020. Ipotesi evaporata serenamente con l’aiuto del Covid-19.

 

Il primo governo di Giuseppe Conte, nel quale spadroneggiava il ministro dell’Interno Matteo Salvini con i sondaggi della Lega in orbita, avrebbe invece dovuto avviare grazie alla legge 104 del 2018 il sistema informatico per il controllo della circolazione di armi private. Non proprio una cosetta da nulla. Ci voleva però un decreto attuativo dello stesso Salvini, di concerto con il ministro dell’Economia Giovanni Tria, sentito quella della Difesa Elisabetta Trenta e il Garante della privacy. Qualcuno l’ha avvistato?

 

E in qualche radar è forse comparso il decreto attuativo del ministro delle Giustizia Alfonso Bonafede di concerto con Salvini sul trattamento dei dati per «la prevenzione e il contrasto della criminalità organizzata»? Il termine per la pubblicazione è scaduto il 19 marzo di tre anni fa.

 

Quando poi è scoppiata la pandemia, per tamponare la drammatica carenza di personale sanitario, non ci avevano promesso che avrebbero utilizzato anche i medici militari per far fronte all’emergenza? La legge l’hanno fatta, il decreto attuativo no. Ma chissà quanta confusione allora ci doveva essere al ministero della Salute di Roberto Speranza, proprio in quelle settimane alle prese con le bozze del libro «Perché guariremo». Rimasto, per sua e nostra fortuna, una chimera letteraria.

 

La sanità, insieme a quello dell’ambiente, è uno dei settori più colpiti dalle leggi mai entrate in vigore per mancanza dei decreti. Le norme fantasma sono una sessantina. Come il finanziamento della diagnostica molecolare per prevenire i tumori. O i requisiti necessari per l’idoneità a svolgere indagini cliniche. Oppure l’istituzione dei Molecolar tumor board nelle reti oncologiche regionali già previsti dal Pnrr.

 

Nemmeno i risparmi, del resto, vengono risparmiati. Una legge dice che si devono stabilire misure per moderare l’uso dell’illuminazione pubblica? La scadenza del relativo decreto attuativo passa, il 28 luglio 2022, inutilmente. E pensare che nel 2016 il commissario alla spending review Carlo Cottarelli aveva valutato in un miliardo lo spreco dell’illuminazione pubblica in Italia.

 

Inutilmente scade anche, l’8 febbraio 2022, il termine per il decreto attuativo della legge che vieta le pubblicità sessiste e discriminatorie. Così pure, dieci giorni dopo, il termine del decreto per stabilire come si valutano i rischi per gli edifici scolastici. Il 60 per cento dei quali, sia ben chiaro, non è a norma.

 

Niente, tuttavia, al confronto del decreto attuativo necessario a mettere in moto il fondo per il programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dalla finanziaria 2022: mai pubblicato. Doveva pensarci il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, ma con il concerto di altri cinque ministri. Forse troppi. Anche se, come in questo caso, ci sono in ballo 2 miliardi e 300 milioni. Non i 50 miseri milioni destinati da una legge del secondo governo Conte al fondo per lo sviluppo delle piste ciclabili nelle città italiane. Pure quelli sono in un cassetto da tre anni per assenza di decreto.

 

Identico destino è occorso a un altro fondo di 50 milioni orfano del provvedimento attuativo previsto da una legge del giugno 2022. È la legge per il ristoro dei danni subiti dalle vittime italiane dei crimini di guerra del Terzo Reich dal primo settembre 1939 all’8 maggio 1945. Hanno aspettato così tanto tempo… Che sarà mai qualche annetto in più?

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