Pubblicità
Politica
settembre, 2023

È morto Giorgio Napolitano, il presidente della Repubblica che da arbitro si fece giocatore

Giorgio Napolitano
Giorgio Napolitano

Scompare a 98 anni a Roma il primo comunista a salire al Colle e il primo a essere rieletto. Per oltre mezzo secolo è stato protagonista della vita democratica del Paese

È morto oggi a Roma Giorgio Napolitano. Aveva compiuto 98 anni lo scorso 29 giugno. È stato il primo presidente della Repubblica comunista, il primo a essere eletto due volte. Ha lasciato il Quirinale con le dimissioni del 14 gennaio 2015 dopo 9 anni e 8 mesi, e perciò il successore Sergio Mattarella, anch’egli al secondo mandato, non l’ha ancora superato.

 

Napolitano lasciò la presidenza della Repubblica convinto che la profonda irrequietezza istituzionale avesse trovato in Matteo Renzi e nelle sue riforme costituzionali uno stabilizzatore. Non fu una lettura corretta. Ha sbagliato. Come gli accadde in un momento solenne per l’evoluzione del Partito comunista italiana. Quando nel ‘56 i sovietici invasero Budapest con i carrarmati e sedarono con la forza la rivoluzione popolare. Il già parlamentare Napolitano si schierò con Mosca, salvo poi pentirsene pubblicamente fino a occupare nel Pci l’area più dialogante e riformista, aperta agli Stati Uniti e ai socialisti di Bettino Craxi. Fu un esponente dei cosiddetti «miglioristi» cresciuti con Giorgio Amendola assieme agli amici Emanuele Macaluso e Gerardo Chiaromonte.

 

Già ministro dell’Interno con delega alla Protezione Civile, presidente della Camera, deputato per dieci legislature, eurodeputato per due, Napolitano fu insellato al Colle il 15 maggio 2006, mezzo secolo dopo i fatti di Budapest. Romano Prodi era tornato a Palazzo Chigi non con la felice intuizione dell’Ulivo, ma con la terribile accozzaglia dell’Unione, una maggioranza assai esigua al Senato per colpa della legge elettorale «porcata» di Roberto Calderoli promulgata da Napolitano, un Silvio Berlusconi sconfitto di misura e pronto a ribaltare Palazzo Madama con l’ausilio di ogni risorsa a sua disposizione, ovviamente il denaro. Nel grembo del centrosinistra cresceva, e male, e storto, il Partito democratico per fondere le due anime del centrosinistra con dieci anni di ritardo. Il centro era rappresentato da Prodi alla presidenza del Consiglio, la sinistra da Napolitano alla presidenza della Repubblica. Il disegno fu ispirato e approvato, e viceversa, dall’allora ministro degli Esteri, il compagno Massimo D’Alema. Napolitano non scelse né gli uni né gli altri, scelse sé stesso, avocando al Colle poteri inediti, esibendosi in un interventismo anomalo che gli valse l’appellativo di «Re Giorgio». Anziché ricostruire il tessuto democratico e l’architettura partitica di una Repubblica che non s’è mai più ripresa dopo la “Guerra Fredda” e che anzi fu annichilita dall’avvento berlusconiano, Napolitano si precipitò in campo dismettendo i panni dell’arbitro. Il contrario esatto dello stile moderato del democristiano doc Mattarella. Caduto il governo di Romano Prodi convocò le elezioni che diedero a Berlusconi una maggioranza larghissima, dissipata in tre anni per gli scandali sessuali e la recessione economica nonché per la rottura con Gianfranco Fini.

 

Il 2011 fu l’anno della svolta, di una virata muscolare dopo la sonnacchiosa vigilanza alle intemperanze di Berlusconi. Più filoamericano di tanti filoamericani, alla vigilia del 150esimo dell’Italia unita, Napolitano abbracciò la linea di Washington per la destituzione di Gheddafi in Libia, un errore strategico di cui ancora oggi si pagano le terribili conseguenze. In quella estate allestì la soluzione di Mario Monti per placare i mercati e gli alleati europei e dunque impedendo le urne anticipate al Pd di Pierluigi Bersani. Il governo molto sangue e qualche lacrima di Monti, che fu un governo di salvezza nazionale, prezioso a Berlusconi per diluire le sue colpe nel buio della memoria degli italiani e ferale a Bersani per mantenere un consenso che era la dote di chi sta all’opposizione, ha cullato e allevato il populismo in Italia con le sue varie declinazioni: i Cinque Stelle, la Lega di Salvini, i Fratelli d’Italia di Meloni. Se nel 2011 Napolitano avesse sciolto le Camere, probabilmente la storia d’Italia degli ultimi dieci anni e dei prossimi dieci sarebbe stata diversa.

 

La non vittoria di Bersani, già logorato all’interno dal rampante politico fiorentino Matteo Renzi, portò al secondo mandato di Napolitano e al mandato pastrocchio di Enrico Letta con una innaturale sinergia fra Pd e Fi. Il governo Letta era la risposta errata di Napolitano al populismo. Fu altra energia gratuita per pompare i voti dei Cinque Stelle e abbattere la Casta e pure il Parlamento. La condanna di Berlusconi per frode fiscale e l’inutile scissione di Angelino Alfano da Forza Italia furono un’agonia istituzionale finché il patto del Nazareno fra il Pd di Renzi e Silvio Berlusconi non portò in tempi brevi al governo del medesimo Renzi con la benedizione del Quirinale.

 

Napolitano lasciò a Mattarella un Paese sfibrato che ha covato la sua rabbia per due anni durante i governi di Renzi prima e di Paolo Gentiloni poi. Le elezioni del 2018 con l’apoteosi dei grillini e dei leghisti, affascinati e contaminati dai cinesi e dai russi e animati da spinte antieuropee, furono la prova più difficile che sia mai capitata a un presidente della Repubblica dalla fine del terrorismo. Mattarella ha assecondato l’evoluzione politica incidendo quando necessario e l’Italia ha superato il governo gialloverde, le pessime relazioni con la Francia, la fase più acuta della pandemia e infine a Palazzo Chigi è rientrato un governo con una maggioranza chiara e, a distanza di tre lustri, indicata dai cittadini. 

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità