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Politica
febbraio, 2025

La tentazione di Meloni: al voto, al voto

Guerra alla magistratura, sondaggi sbandierati. Una legge elettorale con l’indicazione del premier. Con l’obiettivo di conquistare anche il Quirinale

S olleva i lembi dei tovagliolini che alla buvette della Camera avvolgono i toast riscaldati, tintinna sulle tazzine da caffè dei parlamentari in attesa di capire come finirà il pomeriggio, provoca risatine e scambi tipo quadriglia, discorsi appena sopra tono e insomma eccolo: lo spettro del voto anticipato è tornato.

 

I più scafati già ne parlano, gli altri si limitano a percepirlo. E il riavvio delle ipotesi di cambiare la legge elettorale suona come una conferma per gli uni e per gli altri. Lo spettro danza anche alla Direzione Nazionale di Fratelli d’Italia, celebrata sabato scorso nel tridente dello shopping di piazza di Spagna a Roma: già un appuntamento dove rivendicare i risultati ottenuti, una sfilata dei ministri in stile campagna elettorale, un partito in cui tutto è congelato dai veti reciproci e dall’obbedienza unanime alla capa (che infatti non sposta una foglia), con Daniela Santanché giù dal palco e muta ma in prima fila accanto a Giovanni Donzelli che quel gior- no è l’unico titolato a parlare della ministra, con Guido Crosetto e Carlo Fidanza chiamati a fare da terra di mezzo tra Francesco Lollobrigida e Arianna Meloni, e nessun altro messaggio politico che non sia quello di leggere il Signore degli Anelli, atto sufficiente a decrittare un’epoca. L’epoca di Frodo.

 

Il fantasma del voto, nei Palazzi, è una presenza fissa, un compagno di viaggio silenzioso delle maggioranze e delle opposizioni. In questi due anni e mezzo Giorgia Meloni l’aveva fatto abbastanza dimenticare, grazie alla sua personale voglia di durare (si vanta assai di esser ormai, per lunghezza, al settimo posto nella storia dei governi della Repubblica), al desiderio degli altri di non cambiare temendo di farlo in peggio (sicuramente la Lega, ma anche i Cinque Stelle), oltre che alla sostanziale assenza di una alternativa solida.

 

Eppure proprio Giorgia Meloni ha contribuito nei giorni scorsi a riportare in auge lo spettro che aveva fatto dormire così a lungo.

 

Basta guardare anche solo i suoi social, la sua pagina Instagram, gli ultimi post. Il foglietto coi «distinti ossequi» aggiunti a penna dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi sventolato davanti alla telecamera come si trattasse del primo caso della storia in cui un presidente del Consiglio è oggetto di denuncia girata al Tribunale dei Ministri. Le «73 ore di volo in un mese» rivendicate anch’esse per spiegare, in una retorica napoleonico-manzoniana da “Cinque maggio” che «dal ghiaccio dei fiordi alla sabbia del deserto» l’Italia adesso attrae di più (e grazie a lei, ci mancherebbe). La manopola delle polemiche girata su “bollente” e nessuna prudenza istituzionale negli attacchi «ai magistrati politicizzati» che «vogliono governare loro», individuati come il miglior nemico del momento.

 

Giorgia Meloni non vuole rassicurare più nessuno da un pezzo e adesso - anche per via dell’onda nera che dall’America di Donald Trump è in arrivo sulla Germania dell’Afd di Alice Weidel, sulle ali di Elon Musk e dei suoi appelli per un movimento sovranista europeo (Mega) - avrebbe una gran voglia di campagna elettorale. Gli esami li considera finiti, tanto più dopo la nota stampa in cui parlava di «complicità» del «regime fascista» nell’«abominio» della Shoah diramata nel corso nella sua terza Giornata della memoria da premier. Si apre una nuova fase, nell’era del governo Meloni: quella in cui si vedono le elezioni alla fine del tunnel. Non una scadenza immediata, ma nemmeno ormai un appuntamento nascosto nelle nebbie del futuro.

 

Il punto di svolta lo si può segnare qui, nel momento in cui la capa del governo celebra le sue colonne d’Ercole: il sorpasso nei sondaggi della soglia psicologica del trenta per cento per Fratelli d’Italia. Sorpasso di un soffio, si tratta del 30,1 della supermedia di Youtrend - non è nemmeno la prima volta che accade. Ma adesso si tratta di un segno che «è difficile non notare», ha scritto la premier nel post. Era il 30 gennaio, quasi un anniversario. Giusto tre anni fa, Fratelli d’Italia diventava primo partito nei sondaggi e sabato 29 gennaio 2022, al termine dei furibondi giorni che portarono alla rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, in una lunga diretta Facebook Meloni pronunciava quello che oggi si può leggere come il suo predellino: «Il centrodestra non esiste più, è da rifondare daccapo, questo è ciò a cui lavoro io da oggi». Tre anni dopo, più modestamente, un’altra pagina si volta.

 

Si tratta, in realtà, anzitutto di cominciare a uscire dalle secche del caso Almasri, il torturatore riportato in Libia con volo di Stato nonostante l’ordine di arresto della Corte Penale Internazionale, e anche dagli imbarazzi del caso Santanché, la ministra del Turismo sui cui pendono due inchieste e un
rinvio a giudizio, accusata tra l’altro di aver truffato l’Inps: due questioni la cui gestione - come hanno rilevato ancora una volta i sondaggi, per esempio quelli condotti da Swg - non è piaciuta alla maggioranza degli italiani, di sinistra ma anche di destra. E che, insieme al nuovo fallimento del Centro per migranti in Albania e, soprattutto in prospettiva, insieme ai dati economici che parlano di un Pil fermo (secondo trimestre consecutivo) e una di Cassa Integrazione in aumento (dicembre), fanno pensare a un vento che soffierà sempre meno in poppa, nel corso di questo 2025.

 

Ecco quindi almeno la voglia di dare alla legislatura una caratura e una valenza che sembrano perse per strada. Mentre ancora non è chiaro quanto il melonismo potrà andare dietro al sovranismo versione Musk, il racconto della destra delle grandi riforme si è infatti smarrito, procede a ranghi ridotti.

 

Era un tridente, in origine, ma ormai tutta la capacità riformatrice è avvitata come un’edera attorno alla riforma della giustizia, e non è un caso che mentre il Parlamento compiva la prima lettura proprio la magistratura sia diventata il nemico del cuore di Meloni. L’autonomia differenziata, anche senza referendum, è diventata dopo la sentenza della Corte Costituzionale un moncone abbastanza insensato, a meno di non rimetterci le mani, intenzione al momento assente. Il premierato è su un binario morto, immobile da prima dell’estate scorsa. Meloni gli ha impartito l’estrema unzione nella conferenza di inizio anno, quando richiesta di fare un cronoprogramma, ha detto vagamente che «le tempistiche» non dipendono da lei, prima di precisare: «Se il premierato non dovesse arrivare in tempo ci si interrogherà sull’attuale legge elettorale».

 

Era il 9 gennaio e subito dopo, puntualissimo, è tornato ad agitarsi nelle retrovie il dibattito sulla legge elettorale. Un altro grande classico che, come si diceva, preannuncia lo spettro del voto, perché nessun equilibrio politico resiste dopo che il Parlamento ha cambiato le regole della propria composizione: si torna alle urne, invariabilmente.

 

Con sprezzo del pericolo, o forse appunto per anticipare i tempi, due settimane fa il centrodestra ha quindi costituito un tavolo di maggioranza, il cantiere è partito. Formalmente, l’occasione è voler sistemare qualche dettaglio dell’attuale legge elettorale, il Rosatellum. Di fatto si cerca di superare con altri mezzi l’impasse in cui è caduto il premierato. Tant’è che a illustrare le varie ipotesi al tavolo è la ministra Maria Elisabetta Alberti Casellati, già titolare del dossier e reduce da un tentativo di exit strategy dal governo via elezione alla Consulta (Antonio Tajani ne ha stoppato le ambizioni). La proposta, principalmente, è l’estensione della legge regionale, il Tatarellum. Niente di nuovo, è nei desiderata della destra di via della Scrofa almeno da quando quella legge fu varata, trent’anni fa. Nello specifico, secondo gli aggiustamenti tuttora in corso e sempre con il rischio di incostituzionalità dietro l’angolo, si parla di un proporzionale con correzione maggioritaria (soglia del 40 per cento, premio del 55), con capilista bloccati e gli altri candidati eletti con le preferenze, obbligo per le coalizioni di indicare nero su bianco il nome di un premier collegato alle singole liste. Un sistema che favorisce i partiti più grandi e che, proprio come accade per il terzo mandato, potrebbe vedere una oggettiva convergenza di interessi fra le cape dei due principali partiti, che pure sono cresciute nel maggioritario. Giorgia Meloni, perché porterebbe a casa una specie di premierato di consolazione, prodromo ai nuovi orizzonti di cui si dirà tra poco. Elly Schlein, perché con il premio di maggioranza che invoglia l’alleanza e con il proporzionale che mette l’accento sui rapporti di forza, vedrebbe chiudersi da sé i rubinetti della questione chi-si-allea/chi-federa.

 

Ma quale sarebbe il grande vantaggio di un voto anticipato, per una capa di governo che nonostante tutto non ha, attualmente, un problema di consenso ed appare ancora solida? L’autorevole sussurro che viene dalla zona della Corea, alle spalle dell’Aula della Camera, invita a guardare in alto. Al Quirinale. Questo Parlamento non eleggerà un presidente della Repubblica, il prossimo sì: l’attuale legislatura finisce a settembre 2027, il mandato presidenziale scade a gennaio del 2029. L’ora X è tra quattro anni. Avere un capo dello Stato che si è eletto con i propri voti (e non subìto) ed è in sintonia con la propria storia politica, significa per questa maggioranza - o per una analoga all’attuale - immaginare di rimuovere la maggior parte degli ostacoli che hanno sin qui bloccato o scarnificato le famose grandi riforme, come il premierato e l’autonomia differenziata. Ecco dunque che rinnovare gli attuali equilibri potendo affidarsi anche all’onda nera che soffia sull’Occidente, diventa una tentazione. Tanto più se si è fatto tesoro della storia recente. Giorgia Meloni ha già dimostrato di aver imparato dalla parabola di Matteo Renzi, abbattuto anzitempo dalla propria stessa ambizione, quell’anello del potere che al tempo in cui il Rottamatore era a Palazzo Chigi prese la forma del referendum costituzionale. Ma la capa di Fdi era già in politica, dirigente e poi capa di Azione Giovani, negli anni in cui tra il 2001 e il 2006 Silvio Berlusconi riusciva a completare la legislatura restando seduto a Palazzo Chigi grazie solo a un piccolo bis, per arrivare però alle elezioni troppo deteriorato per poter vincere di nuovo, sia pure di poco. Ecco dunque che una campagna elettorale al momento giusto potrebbe invece diventare il balsamo che non solo allunga la vita, ma la allarga verso nuovi orizzonti. Sempre a patto però di trovare la scusa adatta per spegnere la luce, il che non è affatto facile.

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