Politica
28 agosto, 2025Il centrosinistra si presenta unito alle prossime elezioni: da Renzi a Conte, dalla Toscana alla Calabria. Per Elly Schlein è l’anticipo della sfida nazionale alla destra di Giorgia Meloni
S iamo all’intercessione dei santi, siamo ai miracoli: lunedì scorso, proprio mentre il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi incontrava il commissario-emissario dem Antonio Misiani per propiziare la candidatura di Roberto Fico alla Regione, in Duomo alla presenza del cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin il sangue di San Gennaro si faceva liquido dentro l’ampolla. Il prodigio si è verificato nel mese di agosto soltanto un’altra volta nella storia, nel 1389, per la festa dell’Assunta. Seicentotrenta anni fa. E in effetti bisogna dire che nel corso di questo agosto 2025, pur con tutti gli impicci e i litigi – dalla Campania alla Puglia – di cui si dirà e che naturalmente anche stavolta abbondano, il cosiddetto campo largo progressista si sta trasformando via via in un campo dei miracoli. Con la speranza che non si riveli quello di Pinocchio, ma piuttosto si ispiri a Lucio Dalla. È l’estate dei miracoli, fai attenzione, qualcuno nei vicoli di Roma sta tentando una coalizione.
Per delinearne l’andazzo si può anche partire dalla fine: il campano Vincenzo De Luca pronto a sostenere il pentastellato Roberto Fico (c’era un tempo in cui Fico gli dava dell’«impresentabile oltreché incandidabile» mentre il governatore lo definiva direttamente, citiamo l’Ansa, «una mezza pippa»); gli iscritti Cinque stelle che in Toscana votano online per sostenere la ricandidatura dell’uscente Eugenio Giani, renziano, dopo un intero quinquennio passato fuori dalla maggioranza (soltanto un anno e mezzo fa, quando si votava per il comune di Firenze, non ci fu verso di portare i Cinque stelle a sostenere la futura sindaca Sara Funaro, già assessora di Dario Nardella, quindi colpevole pure lei di renzismo); il centrosinistra in Calabria che, chiamato alle urne a sorpresa dalle dimissioni di Roberto Occhiuto, si dota in soli venti giorni di un candidato, l’eurodeputato cinque stelle Antonio Tridico, approvato all’unanimità dal Pd locale guidato da Nicola Irto – opzione che in un sol colpo ha scontentato Avs e l’area del Fatto, sempre avversa a tutto ciò che somigli a un accordo organico coi dem – quando nel 2021 non bastarono sei mesi per trovare un nome unitario. Ancora: per misurare il salto di specie si può citare la magica moltiplicazione dei Renzi. Oggi, imboscato nelle liste civiche coi suoi vari luogotenenti, il leader di Italia Viva è dappertutto, pronto alla colonizzazione in penombra dell’area centrista.
Giusto un anno fa - vedasi la polemica attorno alla coalizione che sostenne Andrea Orlando in Liguria – la presenza dei renziani era il problema numero uno, insuperabile, indigeribile. Oggi nessuno li nota più. Ancora meglio la differenza evolutiva del centrosinistra si può valutare se si fa il paragone con l’inizio della legislatura. Nel febbraio 2023, due settimane prima delle primarie del Pd, si votò in due regioni: nel Lazio, i Cinque stelle corsero per conto loro (Donatella Bianchi, volto di “Linea Blu”, 10,7 per cento); in Lombardia corse da solo il Terzo polo (Letizia Moratti, ex ministra di Berlusconi, 9,8 per cento). Ovviamente vinse la destra. E si trattava dello stesso campo progressista che aveva appena perso male le elezioni politiche perché si era presentato diviso in tre tronconi il 25 settembre 2022: il vero segreto del successo di Giorgia Meloni, che coi suoi soli voti non avrebbe vinto senza l’apporto dell’opposizione. Da allora a oggi, è sempre stata questa la raccomandazione prevalente che attraversa qualunque piazza del centrosinistra: state uniti. E, da questo punto di vista, la linea «testardamente unitaria» di Elly Schlein ne ha fatta di strada, pur tra mille inciampi. In estrema sintesi. Nel 2023 il centrosinistra poteva accendere un cero se si riusciva a mettere insieme le sigle per firmare un emendamento: presentarlo in conferenza stampa congiunta era ancora nel libro dei sogni. Quasi l’intero 2024 è trascorso toccando con mano la pressoché impossibilità di avere su un palco più di un leader per volta, e mai per la chiusura di una campagna elettorale: non per Alessandra Todde in Sardegna, non per Luciano d’Amico in Abruzzo (per i Cinque stelle andò sul palco proprio Todde), mentre in Basilicata col centrosinistra in frantumi il problema nemmeno si pose.
Neanche le elezioni europee di giugno bastarono: risultati buoni, ma sul palco salì un leader per volta, a turno, niente foto di gruppo per carità. Toccò aspettare la festa dell’Anpi il 2 luglio per avere i capi partito riuniti davanti alle telecamere in nome dell’antifascismo (minimo sindacale) e il 12 settembre per un proscenio più politico, la festa di Avs (il prossimo mercoledì 3 si replica, ha portato bene). Naturalmente, si diceva all’inizio, questo campo dei miracoli è tutt’altro che un campo di pace. Spine, tensioni, convulsioni spaventose: naturali, perché queste regionali sono la prova generale delle elezioni politiche del 2027. Dietro la costruzione di ciascuna coalizione locale c’è il pensiero di quali equilibri di forze costruiranno quella nazionale. Ambizioni che da Roma spingono ad accordi e compromessi in cui mai si dimentica che un giorno – soprattutto se Giorgia Meloni riuscirà a cambiare una legge elettorale che non le conviene più – bisognerà scegliere un leader della coalizione, un candidato premier. Se da parte Pd taluni dicono che è presto e talaltri – specie se di provenienza Pci-Pds- Ds – si affannano nella ricerca di un federatore, già oggi ci sono contiani che negano la capa di tutto possa diventare la segretaria del partito più grande, Elly Schlein: «Prenderebbe poi troppo potere». Già da mesi, per fare un altro esempio, i renziani portano avanti il nome del sindaco Manfredi, retrodatando il suo ruolo di federatore addirittura ai giorni in cui si decise il governo giallorosso: nell’estate 2019, in realtà, quel nome non risulta mai circolato per il ruolo di premier, ma dirlo adesso rafforza la suggestione.
Le tensioni poi si riversano a cascata nelle regioni. Si consumano in Puglia, in quella specie di via di mezzo tra telenovela americana e tragedia greca, «tra Beautiful ed Edipo Re» come dice un dirigente dem, in cui si è infognata la candidatura di Antonio Decaro, europarlamentare capace di prendere 500 mila preferenze ma incapace, o impossibilitato, a regolare da solo i conti col suo padre politico Michele Emiliano, aspirante candidato al consiglio regionale (e in sostanza a un riconoscimento di ruolo anche da ex governatore). Il rapporto tra i due si vide sul palco a Bari, il 24 marzo 2024, quando Emiliano mise in grave imbarazzo l’allora sindaco raccontando che «l’antimafia di Antonio Decaro cominciò così: bussa alla porta, entra bianco come un cencio e mi dice che qualcuno gli aveva messo una pistola dietro la schiena a piazza San Pietro. Io lo presi e andammo alla casa della sorella del boss di quel quartiere, e io dissi: questo ingegnere è assessore mio e se ha bisogno di assistenza… te lo affido».
Gli equilibri delle forze restano cristallizzati a quella fotografia, per quanto Decaro sappia, o per lo meno sospetti, di poter ereditare gran parte del potere di Emiliano prescindendo dal suo sistema, anche senza la sua benedizione. Perché gli imperi quando finiscono, finiscono di schianto. E i possedimenti dell’imperatore di prima, passano armi e bagagli all’imperatore di dopo. È lo stesso ragionamento che sovrintende il faticoso passo indietro di Vincenzo De Luca e il suo sostegno a Roberto Fico in cambio per il figlio Piero, deputato da otto anni, della segreteria regionale campana dei dem, commissariata ininterrottamente dal giugno 2022. Un compromesso pesante (anche per De Luca jr, che aspirava a un posto in segreteria nazionale) per un risultato che neanche il rottamatore Matteo Renzi volle provare ad agguantare, e che alla fine somiglia all’accomodamento necessario (ma non trovato) per Emiliano, nonostante i Boccia, i Taruffi, gli emissari, i mediatori, le passeggiate in spiaggia, le cene. Gli imperi finiscono di schianto, anche se magari per arrivarci serve l’intercessione di San Gennaro.
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