Politica
12 gennaio, 2026L’apertura di Giorgia Meloni a Draghi inviato speciale dell’Unione europea sull’Ucraina non guarda solo a Kiev né a Mosca. Guarda lontano. Molto lontano. Al 2029. Al Colle. E alle incognite che potrebbero travolgere l’attuale equilibrio del centrodestra
Dietro il sì della premier a Mario Draghi inviato Ue sull’Ucraina c’è il 2029: togliere l’ex premier dalla corsa per il Quirinale mentre cresce l’ipotesi di una discesa in campo di Marina Berlusconi, vera mina sotto la leadership del centrodestra a trazione meloniana. Con Marina in politica, Draghi diventerebbe la prima scelta per succedere a Mattarella.
Nei Palazzi romani il ragionamento corre sottotraccia, sussurrato più che dichiarato, ma con una logica ferrea che lo rende difficile da liquidare come fantasia. L’apertura di Giorgia Meloni a Draghi inviato speciale dell’Unione europea sull’Ucraina non guarda solo a Kiev né a Mosca. Guarda lontano. Molto lontano. Al 2029. Al Colle. E alle incognite che potrebbero travolgere l’attuale equilibrio del centrodestra.
Quando la premier ha pronunciato il suo sì, citando Emmanuel Macron e invocando la necessità che l’Europa “parli anche con la Russia”, le parole sono apparse misurate, istituzionali, quasi ovvie. Subito dopo è arrivata la traduzione politica di Giovanbattista Fazzolari: «Per noi è sì». Fine della storia, sembrerebbe. Ma a Palazzo Chigi, raccontano, la partita è stata letta in tutt’altro modo. Perché Draghi, oggi libero da incarichi e ancora circondato da un rispetto quasi reverenziale nei circuiti internazionali, resta il nome che tutti segnano sul taccuino quando si parla della successione a Sergio Mattarella.
Ed è proprio questo il punto. Tenere Draghi sulla scena interna significa convivere con un’ombra lunga, capace di proiettarsi su ogni crisi e su ogni passaggio istituzionale. Spedirlo a Bruxelles, “europeizzarlo” definitivamente, affidargli uno dei dossier più incendiari del nostro tempo può servire a spostare il baricentro. A prendere tempo. O, nel peggiore dei casi, a logorare un mito.
La discesa in campo?
Ma il vero fattore di instabilità, quello che rende il quadro potenzialmente esplosivo, ha un nome e un cognome che fino a poco fa sembravano impronunciabili in politica: Marina Berlusconi. Da mesi, nel centrodestra, circolano segnali sempre meno casuali di una possibile discesa in campo dell’erede del Cavaliere. Non domani, forse. Ma nemmeno in un futuro indefinito. La primavera del 2026 è la data che ricorre più spesso, magari agganciata a un referendum sulla giustizia, terreno identitario del berlusconismo originario e del padre Silvio.
Se accadesse, gli equilibri nel centrodestra salterebbero. Marina Berlusconi è considerata una figura capace di parlare a mondi diversi: all’establishment economico, ai moderati inquieti, a pezzi di elettorato che non si riconoscono più negli schieramenti tradizionali. E ha, dettaglio tutt’altro che marginale, un rapporto di stima profonda e mai nascosta con Mario Draghi e, a differenza dell'attuale premier, anche con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una sintonia che, in caso di ingresso in politica di Marina, renderebbe Super Mario la scelta quasi naturale per il Quirinale.
Per Giorgia Meloni sarebbe la tempesta perfetta. Perdere la centralità nel centrodestra e vedere evaporare ogni ambizione sul Colle. In un solo colpo. Ecco perché, raccontano, a Palazzo Chigi l’idea di affidare a Draghi la missione ucraina non viene vissuta come un sacrificio. È una mossa ad alto rischio, certo. Ma anche ad alta resa potenziale. L’Ucraina è un campo minato: troppi attori, troppe aspettative, troppe linee rosse. Chi ci entra ne esce o consacrato o ridimensionato.
Se Draghi riuscisse, la sua statura diventerebbe quasi irraggiungibile. Ma se dovesse fallire, l’aura del “salvatore della patria” potrebbe incrinarsi. È un calcolo spietato, ma la politica non è mai un esercizio di buone intenzioni. E Meloni, che negli ultimi mesi ha dimostrato una crescente abilità nel muoversi tra Bruxelles e Washington, lo sa bene.
Il paradosso finale è che proprio Marina Berlusconi, se decidesse davvero di scendere in campo, rischierebbe di rimettere tutto in discussione. Il centrodestra a trazione meloniana, così come lo abbiamo conosciuto finora, potrebbe non reggere all’urto. E Draghi resterebbe lì, sullo sfondo, convitato di pietra della politica italiana. In attesa. Del momento giusto.
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