Politica
20 febbraio, 2026Offensiva contro i magistrati, tensione con Mattarella e timore dell’effetto boomerang: la linea studiata a Palazzo Chigi
Giorgia Meloni, senza dirlo ufficialmente, è entrata nella partita referendaria. Ma lo ha fatto a modo suo: senza pronunciare la parola referendum e senza trasformare il voto in un esame sul governo. La regia è stata definita in una serie di riunioni riservate con il sottosegretario Alfredo Mantovano, il consigliere strategico Giovanbattista Fazzolari e la sorella Arianna. Obiettivo: sostenere il “sì” alla separazione delle carriere senza personalizzare lo scontro.
Il fantasma che aleggia è quello di Matteo Renzi. Nel 2016 l'ex presidente del Consiglio legò il proprio destino alla riforma costituzionale e pagò il conto la notte stessa del voto. Meloni non vuole ripetere quell’errore. Per questo ha scelto una terza via: colpire la magistratura sul terreno politico, ma non trasformare la consultazione in un referendum su di lei.
Ufficialmente il messaggio è rassicurante: il governo non rischia nulla. In realtà la separazione delle carriere è rimasta l’unica grande riforma simbolica dopo lo stop al premierato e all’autonomia. Una bocciatura sarebbe difficile da archiviare.
La strategia è semplice e aggressiva: parlare di giudici, non di schede elettorali. Trasformare il voto in un giudizio sull’operato delle toghe, soprattutto su immigrazione e sicurezza, temi centrali per l’elettorato di centrodestra.
Negli ultimi giorni la premier ha alzato il tiro contro decisioni giudiziarie considerate ostili all’esecutivo. Dal risarcimento disposto dal tribunale di Roma a favore di un migrante trasferito in Albania, fino alla sentenza che ha condannato il governo a pagare 76 mila euro per il caso della nave Sea Watch guidata nel 2019 da Carola Rackete. In ogni intervento, la stessa formula: denuncia di una “magistratura politicizzata” che ostacolerebbe l’azione dell’esecutivo.
Mai un appello diretto al voto. Mai un richiamo esplicito al referendum. Ma il sottotesto è evidente: chi sostiene il “sì” difende il governo e mette un freno ai giudici; chi vota “no” si schiera con le toghe.
Questo schema rischia di irrigidire i rapporti istituzionali. Il presidente Sergio Mattarella ha richiamato al rispetto reciproco tra poteri dello Stato. Tuttavia, nel ristretto cerchio meloniano, il Quirinale non è più percepito come un semplice garante super partes, ma come un interlocutore severo da non provocare frontalmente.
A Palazzo Chigi circolano analisi quotidiane. La soglia decisiva è l’affluenza: solo con una partecipazione elevata il “sì” può avere chance concrete. Da qui la scelta di polarizzare lo scontro sui temi identitari, così da spingere alle urne l’elettorato più motivato.
Intanto, i ministri ripetono che il voto non avrà effetti sull’esecutivo. Lo sostiene Guido Crosetto, mentre il Guardasigilli Carlo Nordio ha ammesso che una bocciatura sarebbe politicamente pesante (a cominciare dallo stesso ministro). Perché verrebbe interpretata come una vittoria della magistratura e una battuta d’arresto per la premier.
I precedenti non rassicurano. Renzi è il monito più evidente. E anche la parabola di Matteo Salvini, precipitato dal 34% delle europee 2019 a percentuali dimezzate, dimostra quanto rapido possa essere il cambio di vento.
Per questo Meloni monitora l’umore del Paese giorno per giorno e valuta iniziative mediatiche capaci di rafforzare il consenso senza legarsi formalmente alla consultazione, come una possibile apparizione al Festival di Sanremo (per il momento smentita).
In pubblico la linea è fredda e razionale. In privato, l’ansia cresce. Perché se il “no” dovesse prevalere, nessuno (nemmeno all'interno del centro-destra) accetterebbe davvero la tesi che non si trattava di un voto politico. E allora la strategia del referendum senza nome rischierebbe di trasformarsi in un azzardo. In politica, a volte, basta un dettaglio per aprire una crepa. E da una crepa può iniziare la discesa.
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