Politica
3 febbraio, 2026Articoli correlati
Nessun pericolo di assoggettamento del pm all’esecutivo né di creare superpoliziotti. Gian Domenico Caiazza, promotore del Sì, spiega perché cambiare è necessario
Avvocato Caiazza, lei è da sempre – sin da quando era presidente dell’Unione delle Camere Penali e anche prima nel corso della sua militanza nel Partito Radicale – un sostenitore della separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti. Perché questa riforma è così importante?
«Nel 1988 il nostro processo penale è stato profondamente riformato, adeguando l’Italia alle democrazie più evolute. Al centro del processo non c’è più l’inquirente, come era nel codice fascista, ma il giudice, davanti al quale si forma la prova, nel confronto ad armi pari tra accusa e difesa. È ovvio che, di fronte a una rivoluzione di questa portata, i cui principi (il “giusto processo”) sono stati addirittura inseriti in Costituzione nel 1999, fosse indispensabile modificare il vecchio ordinamento giudiziario, separando il giudice dal pm per rendere effettiva la “imparzialità e terzietà” del primo. Il guaio è che questa modifica è intervenuta con 35 anni di ritardo, e ne abbiamo pagato il prezzo, con un protagonismo assoluto delle Procure nella vita giudiziaria del Paese, che ha squilibrato e svuotato di senso le nuove regole del processo penale. Tuttavia, meglio tardi che mai».
Crede che questa riforma determinerà un miglioramento della qualità della giustizia italiana? E se si, in che termini?
«Non ho dubbi. Sentiamo parlare senza sosta, in questa campagna referendaria, di indipendenza della magistratura dal potere politico, che questa riforma non scalfisce minimamente, e che nessuno ha mai messo in discussione sin dall’avvento della Repubblica. Ma esiste invece una indipendenza del giudice non meno importante, ed è l’indipendenza del giudice dal pubblico ministero. L’obiettivo evidente perseguito dalla riforma è quello di un giudice più forte, posto nella condizione strutturale di autonomia e – arriverei a dire – di eguale indifferenza nei riguardi sia della parte pubblica che di quella privata. Naturalmente nessuna riforma fa miracoli, e ci vorrà tempo perché questo fondamentale riequilibrio si compia, ma si tratta di un salto di qualità della giurisdizione del quale il Paese ha un bisogno vitale».
Può spiegarci nel modo più semplice possibile qual è la differenza tra la separazione delle funzioni (già esistente) e la separazione delle carriere?
«La separazione delle funzioni, pressoché realizzata con la riforma Cartabia, impedisce che possano verificarsi autentiche assurdità, tipo Piercamillo Davigo che conclude la sua lunga carriera di pubblico ministero presiedendo – come è incredibilmente accaduto solo pochi anni fa – una sezione penale della Corte di Cassazione (che ovviamente ha largamente stabilito il record – credo imbattibile – di sentenze di inammissibilità dei ricorsi in quel periodo). Ma questa utile e apprezzabile regola dell’ordinamento non sposta di una virgola la commistione tra magistratura inquirente e giudicante, perché le funzioni separate convivono nello stesso Csm, seguono la medesima formazione professionale, mantengono le medesime frequentazioni associative».
È d’accordo anche con la previsione del sorteggio per la nomina dei membri del Csm?
«È evidente che il sorteggio è una scelta forte, un rimedio drastico alla degenerazione correntizia di un organo costituzionale di primaria importanza quale il Csm. La magistratura non solo si è mostrata incapace di correggere e superare la sua più grave crisi dall’avvento della Repubblica, ma al contrario mostra di ritenere che il sistema delle correnti debba essere “rappresentato” in quell’organo costituzionale. Il fatto è che il Csm, invece, non è il parlamento delle toghe, non c’è traccia nella nostra Costituzione di una simile, deteriore idea di organo di rappresentanza, quanto piuttosto di un organo di alta amministrazione, chiamato a occuparsi di promozioni e trasferimenti. Si può certamente sostenere che la norma potesse essere scritta meglio, per esempio immaginando un sorteggio di secondo grado; e sono certo che le norme di attuazione potranno apportare significative correzioni e miglioramenti, per esempio limitando fortemente il plafond dei magistrati sorteggiandi (secondo criteri di anzianità professionale, esperienza amministrativa o dirigenziale, etc). Ma era necessaria una svolta, e questa è una svolta che potrà avere davvero conseguenze salvifiche per la stessa credibilità della magistratura, la cui autonomia e indipendenza all’interno dei Consigli resta garantita dalla maggioranza togata dei due terzi».
Pensa che sia fondato il rischio - paventato in particolare dall’Anm – che, con la riforma, il pm sia in qualche modo attratto nell’orbita del potere esecutivo? Molti dei critici della riforma costituzionale affermano che, ovunque vi è la separazione delle carriere, il pm è sottoposto all’esecutivo. Non è così?
«È vero che nella gran parte delle democrazie moderne, tutte caratterizzate dalla separazione delle carriere, il pm è – in vario modo – chiamato a rispondere politicamente del proprio operato (il che, sia detto per inciso, evidentemente non deve essere la sciagura che ci viene rappresentata, visto che stiamo parlando di grandi democrazie). L’Italia ha invece scelto il modello portoghese, che funziona splendidamente da trent’anni: carriere separate, pm indipendente. Le norme costituzionali come riscritte da questa riforma sono, in questo senso, inequivocabili e insuperabili nel definire autonomia e indipendenza, soggezione solo alla legge, inamovibilità della magistratura. La “dipendenza dalla politica”, qualunque cosa si voglia con ciò intendersi, non è una tendenza, un’inclinazione, o un possibile rischio, è un assetto ordinamentale, molto complesso e articolato: o c’è, o non c’è, e in questa riforma, semplicemente, non c’è».
Cosa risponde a chi afferma che con la separazione delle carriere il ruolo e il peso del pm possa uscirne addirittura rafforzato, diventando – come si è osservato da più parti – una sorta di “super-poliziotto”?
«Mi suscita un sorriso, pensando a dove possa giungere la polemica pretestuosa. Bisogna che ci si metta d’accordo: questa riforma rende il pm debole, come un agnellino sottomesso al potere politico, o un pericoloso super-poliziotto che impazzerà in lungo e in largo nel nostro Paese, come una specie di squadrone della morte? Ovviamente, né l’una né l’altra cosa, anche perché, come sappiamo, il pm è processualmente innocuo, potendo solo chiedere al giudice, ma mai disporre autonomamente, arresti, intercettazioni, sequestri. Le regole processuali, il principio di legalità e soprattutto, un giudice finalmente più forte e indipendente, basteranno a controllare queste paventate intemperanze del pm».
Perché la separazione delle carriere è così fortemente avversata dalla magistratura e in modo particolare da quella associata?
«Perché la magistratura ha, storicamente, una cultura profondamente conservatrice. Era contraria al codice Vassalli, e lo ha in ogni modo snaturato in sede di interpretazione e applicazione concreta delle norme processuali; era contraria al giusto processo in Costituzione; è contraria alla separazione delle carriere, incurante del fatto che, con la carriera unica, siamo rimasti in compagnia di Turchia, Bulgaria e Romania. Sono affezionati alla impostazione ordinamentale voluta e teorizzata dal fascismo, e non si schiodano da lì».
Ritiene che i magistrati giudicanti possano uscire rafforzati – sia nel concreto che come immagine – dalla riforma costituzionale?
«A mio avviso sarà la conseguenza più importante della riforma: la terzietà e l’imparzialità non più affidate alla sola virtù personale del giudice, ma garantita – per quanto ciò sia umanamente possibile, certo – da un assetto ordinamentale, che rassicurerà maggiormente il cittadino, sottraendogli ragioni di sospetto o di sfiducia, anche quando essi dovessero essere nel caso concreto del tutto infondati. Questa riforma dà seguito e concreta applicazione a un principio fondamentale della giurisdizione: il giudice deve essere, ma ancora di più deve apparire agli occhi del cittadino, terzo e imparziale. È tutto molto semplice».
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