Politica
3 febbraio, 2026Un atto simbolico che libererebbe al massimo 120 mila posti. Nei giorni scorsi il governo ha bocciato gli emendamenti dell'opposizione al decreto Elezioni che chiedevano di confermare la sperimentazione di giugno
Quarantasette giorni alla chiamata alle urne e una mobilitazione urgente per i cinque milioni di fuorisede che rischiano di rimanere esclusi dal voto. L’iniziativa viene da Alleanza verdi-sinistra. “Oggi più che mai è fondamentale permettere, agevolare e stimolare la partecipazione delle cittadine e dei cittadini alla vita democratica del Paese. Eppure, nonostante le richieste, le proposte e le iniziative che abbiamo messo in campo come Alleanza verdi-sinistra, il governo Meloni continua a non consentire il voto fuori sede”. Inizia così la nota di Avs, che ha deciso di riservare agli elettori fuorisede i propri posti per ricoprire il ruolo di rappresentanti di lista ai seggi, in modo che possano votare nel seggio al quale sono assegnati, anche se diverso da quello in cui sono residenti. All'iniziativa si è unito anche il Movimento 5 stelle.
Un atto simbolico che libererebbe al massimo 120mila posti come rappresentanti di lista da riservare a chi altrimenti sarebbe costretto a spostarsi o a rinunciare al voto: si tratta di circa 4,9 milioni di elettori. Ogni partito, gruppo o comitato elettorale può infatti nominare al massimo due rappresentanti per ogni seggio (circa 60mila totali): uno effettivo e un supplente, nel caso in cui il primo non fosse disponibile.
Nei giorni scorsi il governo ha bocciato gli emendamenti al decreto Elezioni di +Europa, Pd, M5s, Avs, Iv e Azione che chiedevano di confermare la sperimentazione del voto fuori sede. Già il 27 giugno scorso era stata depositata in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Voglio votare fuorisede”, frutto di una campagna di raccolta firme portata avanti da The Good Lobby, Will Media e la Rete Voto Fuorisede. Obiettivo dichiarato, “arrivare alle elezioni politiche del 2027 con una legge in grado di garantire il voto a distanza”.
Siamo a metà strada, una lunga strada che parte già dal 4 luglio 2023, quando fu approvata alla Camera la prima legge sul voto fuorisede che consentirebbe, una volta approvata anche al Senato, di partecipare alle elezioni senza dover tornare nel luogo di residenza. Un primo passo che, nonostante i passi avanti fatti per il referendum dell’8 e del 9 giugno del 2025 - per il quale il governo aveva permesso di votare fuori sede sia agli studenti che ai lavoratori, previa richiesta entro una certa scadenza - lascia l’Italia come fanalino di coda d’Europa. Insieme al Bel Paese infatti, solo Cipro e Malta non consentono il voto a chi vive lontano dalla propria residenza e quindi dal proprio seggio.
All’iniziativa di Avs fa da coro una lettera dei comitati per il No indirizzata a tutti i parlamentari per chiedere un intervento legislativo urgente. Parte dell’iniziativa, il costituzionalista Enrico Grosso e il giudice Antonio Diella per il comitato “Giusto dire No”, il fisico Giovanni Bachelet per quello della società civile, Franco Moretti per gli “Avvocati per il No” e Carlo Guglielmi per il comitato promotore della raccolta firme popolare per il referendum.
“Il diritto di voto non può diventare un privilegio riservato a chi ha tempo e risorse economiche per spostarsi”. Una frase che vale la lettera intera. “Oltre cinque milioni e mezzo di persone – studenti, lavoratori precari, malati costretti a curarsi lontano dalla propria residenza, cittadini che vivono temporaneamente in un’altra regione – rischiano di essere di fatto esclusi dalla partecipazione democratica. Non per disinteresse, non per scelta, ma per ostacoli economici e logistici che rendono proibitivo affrontare un viaggio solo per votare”, recita la lettera. “Compito delle istituzioni è incentivare la partecipazione: in un momento storico in cui l’affluenza alle urne diminuisce in modo preoccupante, escludere milioni di persone dal voto non è solo un problema tecnico, ma un vulnus democratico”.
Un vulnus sulla ferita già aperta dell’astensionismo. Se sui 72 referendum abrogativi finora svolti in Italia, in quasi la metà il quorum non è stato raggiunto, dati migliori vengono invece dai referendum confermativi. Alla tornata elettorale del settembre 2020, in cui gli elettori erano chiamati a decidere sulla riduzione del numero dei parlamentari, l’affluenza fu quasi del 54%.
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