Politica
22 marzo, 2026A Pontida la destra si riunisce per commemorare il fondatore della Lega. I militanti del Carroccio salutano il proprio leader storico e in piazza tornano gli slogan secessionisti. Applausi per Giorgetti, Fontana e Zaia mentre i leghisti della prima ora criticano il Segretario
Ai funerali di Umberto Bossi, Pontida torna ad essere il centro del mondo del Carroccio, ma il paese del giuramento dei comuni contro il Barbarossa e del Pratone oggi è molto diverso da come appare durante i raduni leghisti.
Quel Sacro Suolo che lo stesso Bossi nel 1990 consacrò all'epica della neonata Lega nord è vuoto, le bandiere con il sole delle Alpi e la rosa camuna sono a mezz'asta. I militanti si fermano giusto per qualche foto sotto il murales "Padroni a casa nostra" e proseguono diretti poche decine di metri più avanti, all'Abbazia di San Giacomo, dove si terranno le esequie del Senatùr.
Che nell'ultimo saluto al fondatore della Lega sia impossibile isolare il ricordo dell'uomo dalla dimensione politica lo si capisce fin da subito. La folla dei leghisti della prima ora fiancheggia la piazza che porta alla scalinata d'ingresso di San Giacomo mentre mostra con orgoglio i simboli della stagione indipendentista del movimento fra bandiere con il leone di San Marco e Alberto da Giussano.
Prima della funzione sul sagrato si svolge un cerimoniale laico, dove chi si identifica come sostenitore prima di Bossi che della Lega nata con la segreteria di Matteo Salvini, incontra i politici del vecchio e del nuovo corso del movimento.
Giancarlo Giorgetti è fra i primi ad arrivare - sarà anche l'unico leghista a leggere un passo del Vangelo durante la celebrazione - e per più di due ore fa gli onori di casa insieme al capogruppo a Palazzo Madama Massimiliano Romeo fra gli applausi dei militanti.
Intorno alle 11.00 è la volta di Matteo Salvini. Il completo nero su camicia verde mischia i colori del lutto con quelli dell'appartenenza alla famiglia leghista, ma per i militanti sembra non bastare. Il lento giro della piazza in cui il Ministro delle infrastrutture cerca il contatto con la base del partito ha spesso in sottofondo il grido: "Traditore, vergogna". I duri e puri del movimento degli anni Novanta non perdonano al Segretario la svolta nazionale dopo che nelle primarie del 2013 aveva sconfitto proprio il fondatore con l'82% dei consensi. Gli elettori del nord che vedevano nel progetto politico di Bossi prima di tutto una rivendicazione di autonomia del settentrione contro il centralismo romano, rinfacciano a Salvini di aver relegato le proprie battaglie (e lo stesso fondatore) alla periferia del partito e lo accompagnano sulla scalinata di San Giacomo inneggiando al Senatùr. Ad aspettare il feretro ci sono i militanti della sacra ampolla con l'acqua del Po, del "ce l'ho duro" e della Padania indipendente e il cordoglio per loro è anche rivendicazione identitaria.
Al passaggio della Ministra del turismo Daniela Santanchè si alza qualche isolato "vergognati", mentre l'ex premier Mario Monti viene accolto dai fischi perché percepito come un intruso nell'intimità dell'ultimo saluto al fondatore del partito. La folla riserva applausi a chi riconosce come fedele alla prima Lega e si anima soprattutto quando fanno il loro ingresso in piazza il Presidente della Lombardia Attilio Fontana e l'ex Presidente del Veneto, Luca Zaia, due degli uomini simbolo del legame del movimento con le radici settentrionali. Fontana è visibilmente commosso - la sua giacca griffata "Olimpiadi invernali Milano-Cortina" spicca fra i completi scuri - venerdì era stato uno dei pochi a far visita alla famiglia di Bossi nella casa di Gemonio, nel varesotto, dove il Senatùr risiedeva.
A Pontida va in scena la celebrazione dell'identità di un movimento che era nato per essere secessionista, localista e antisistema e con gli anni, per una parte della base, si è allontanato sempre di più dalla propria anima. I militanti non accettano che l'addio al proprio leader storico sia contornato anche dai simboli dello Stato e il malumore diventa palese quando Giorgia Meloni - arrivata per ultima davanti all'abbazia - viene prima applaudita e poi accompagnata dal coro "secessione, secessione" mentre sale verso l'ingresso della chiesa. All'uscita del feretro dopo la messa, il contrasto si fa ancora più esasperato. Mentre gli Alpini intonano il "Va pensiero", l'inno spirituale della prima Lega Nord, dalla folla gli omaggi a Bossi si alternano al suono della cornamusa. Meloni, La Russa e Tajani sono immobili sull'ultimo gradino, sormontati da uno striscione con il sole delle Alpi, con la bara del Senatur fra loro e la folla, quando si alza uno degli slogan della Lega d'assalto dei primi anni, quel "abbiamo un sogno nel cuore: bruciare il tricolore" che trent'anni fa scandiva i comizi e che ora risuona davanti alla seconda e alla terza carica dello Stato.
Ancora una volta è Giorgetti a mediare fra la Lega di ieri e quella di oggi, fra l'identitarismo della base e la lealtà ai simboli nazionali. Il Ministro all'economia interviene per placare la folla prima che la bara di Bossi esca dalla piazza fra gli applausi e il carro funebre si fermi per una breve sosta di fronte al Pratone, dove, fra i fumogeni verdi e le bandiere, Umberto Bossi abbraccia per l'ultima volta il suo popolo.
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