Politica
23 marzo, 2026Finora è il dato più alto per un referendum di due giorni. Su chi potrebbe essere avvantaggiato nessuno si espone: i sondaggi della vigilia si basavano su un'affluenza più bassa (e invece dovrebbe essere tra il 55 e il 60%). La mobilitazione trainata dalle regioni del Nord. Alle 15 i primi exit poll, poi le proiezioni
Urne aperte per il secondo giorno di voto sul referendum sulla Giustizia. Alle 15 ci saranno i primi exit poll, poi inizierà lo spoglio. Alle 23 di ieri (22 marzo) aveva votato il 46,1% degli elettori; un’affluenza al di sopra delle previsioni, la più alta per un referendum di due giorni. Il dato sulla partecipazione finale, secondo YouTrend, dovrebbe attestarsi tra il 55 e il 60%. Cosa può significare questa percentuale? Difficile dirlo: i sondaggisti non si espongono, la cautela è massima.
Con la sua discesa in campo dell’ultima settimana, Giorgia Meloni è riuscita a mobilitare il suo elettorato? Oppure la campagna elettorale battente di opposizioni e società civile ha portato ai seggi gli indecisi dell’ultim’ora? Domande a cui, a urne ancora aperte, è quasi impossibile rispondere.
Qualsiasi sondaggio diffuso a due settimane dal voto si basava su modelli che prevedevano un’affluenza più contenuta. Gli analisti propendevano per due scenari generali: un primo con una partecipazione più ridotta (intorno al 48%) con il “No” in lieve vantaggio, e un secondo con circa il 52% degli elettori al voto e con un testa a testa tra i due fronti. Il dato diffuso alle 23 di ieri - il prossimo sarà quello definitivo delle 15 - costringe invece alla prudenza e ad aspettare le prime proiezioni (o quantomeno i primi exit poll).
Inutile fare paragoni con il voto del giugno 2025 su lavoro e cittadinanza: in quel caso si trattava di un referendum abrogativo - e quindi c’era il quorum - e venne respinto con un’affluenza 30,5%. Nel 2020, quando si votò per il taglio dei parlamentari, al termine della prima giornata si era recato alle urne il 39,4% degli aventi diritto e il giorno dopo si arrivò al 51,12%: in quell’occasione, però, si votava anche in sette regioni ma, al tempo stesso, la riforma aveva ricevuto già in Parlamento un sostegno trasversale. Nel caso del referendum costituzionale del 2016, quello proposto dal governo Renzi sul superamento tra le altre cose del bicameralismo paritario, l’affluenza finale fu del 65,5%. Difficile fare paragoni: in quell’occasione si votava in un solo giorno e l’allora presidente del Consiglio aveva fortemente politicizzato l’appuntamento.
Nel 2006, per la legge sulla devolution (poi respinta dagli elettori), alle urne si presentò il 52,46% degli aventi diritto, mentre il dato parziale registrato alle 23 della domenica si fermava al 35%. Diverso l’esito nel 2001, quando il referendum sul Titolo V venne approvato, nonostante un’affluenza complessiva, concentrata in un’unica giornata di voto, pari al 34,05%.
Quale la partecipazione, invece, alle ultime tornate politiche? Alle europee del 2024 votò in totale il 49,7% degli italiani, mentre alle Politiche del settembre 2022 il dato era al 63,91%.
Anche la geografia della mobilitazione restituisce l’immagine di un’Italia spaccata, con un Nord dove l’affluenza raggiunge anche il 50% - dalle “rosse” Emilia-Romagna alla Toscana, ma anche in Lombardia e Veneto, entrambe guidate dal centrodestra e dove il “Sì” potrebbe aver ricevuto più voti - e con un Sud fanalino di coda, con i peggiori risultati in Sicilia, Calabria e Campania.
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