Salute
11 marzo, 2026Non basta un solo intervento per accreditarsi, dice il chirurgo trapiantologo che ha contribuito alla creazione del Cnt Serve trasparenza: il numero di trapianti è la prima spia dell’affidabilità

Ignazio Marino, chirurgo trapiantologo di fama internazionale – già senatore e sindaco di Roma, è oggi eurodeputato e vicepresidente del gruppo Verdi/Ael al Parlamento Europeo – ha contribuito in prima persona alla costruzione del sistema nazionale della rete dei trapianti.
Come descriverebbe, il sistema dei trapianti in Italia?
«Partiamo da una premessa doverosa: il sistema italiano dei trapianti funziona bene, e negli ultimi quindici-venti anni ha fatto passi da gigante. Ma vorrei partire da due aspetti che ritengo fondamentali. Il primo riguarda la mia esperienza diretta nella costruzione del sistema. Nel 1999, quando venne approvata la nuova legge sui trapianti – una legge importante, attesa da anni – fui invitato a far parte del primo Centro nazionale trapianti, pur lavorando prevalentemente negli Stati Uniti. E durante la stesura dei decreti attuativi, uno degli aspetti critici per il quale mi impegnai con più convinzione riguardava il numero minimo di trapianti che un centro debba eseguire ogni anno per essere autorizzato a continuare la propria attività. Detto questo, esistono anche delle vulnerabilità e sarebbe irresponsabile ignorarle. La prima, e per me la più grave, riguarda il volume minimo di interventi per centro. La seconda vulnerabilità riguarda la dispersione delle risorse nei centri trapianto pediatrici, ma anche in quelli per adulti. Avere più centri nella stessa area geografica che si contendono un numero limitato di pazienti non produce competizione virtuosa: produce frammentazione, con équipe che non raggiungono mai la piena maturità operativa e con risorse economiche e umane che si diluiscono invece di concentrarsi. Servono, ad esempio, 5 centri per il trapianto del fegato nella sola città di Roma? La terza vulnerabilità, spesso trascurata nel dibattito pubblico italiano, è quella della cooperazione europea nell’allocazione degli organi. Negli Stati Uniti esiste Unos, l’United network for organ sharing, che gestisce in modo centralizzato l’assegnazione degli organi su tutto il territorio nazionale: un sistema unico, trasparente, che permette di ottimizzare ogni organo disponibile. In Europa questo non esiste ancora: ogni Paese ha i propri accordi bilaterali, l’Italia ne ha con alcuni partner ma non con tutti i 27 Stati membri dell’Unione. Una piattaforma europea comune consentirebbe di trovare più facilmente organi compatibili nelle emergenze, riducendo i tempi di attesa e salvando vite che oggi si perdono per mancanza di un donatore idoneo nel raggio geografico disponibile».
I centri pediatrici sono distribuiti in modo razionale sul territorio?
«Il numero complessivo di centri autorizzati per la trapiantologia pediatrica non è in sé eccessivo, ma la loro distribuzione e il loro utilizzo effettivo lasciano spazio ad alcune riflessioni. Esistono strutture che continuano a mantenere un’autorizzazione, con i costi fissi che ne derivano – personale specializzato, sale operatorie dedicate, strumentazione – pur eseguendo un numero di interventi del tutto insufficiente a giustificare quell’investimento e, soprattutto, a garantire la qualità dell’assistenza. Fare riferimento a un centro che esegue trenta trapianti pediatrici l’anno non è la stessa cosa che andare in un centro che ne fa uno. E per dimostrare che questo è possibile, mi basta citare l’Ismett di Palermo, l’istituto che ho fondato: oggi, sotto la guida del professor Salvatore Gruttadauria, esegue circa cento trapianti di fegato e ottanta trapianti di rene all’anno».
Dopo il caso Monaldi, cosa cambierebbe?
«Introdurrei immediatamente una verifica straordinaria su tutti i centri trapianto italiani, non solo su quelli coinvolti in episodi critici. Una verifica puntuale, con dati aggiornati, che accerti in modo trasparente chi rispetta i requisiti minimi e chi no. I risultati dovrebbero essere resi pubblici, perché i cittadini hanno il diritto di sapere dove vengono operati e con quali garanzie. In parallelo, concentrerei risorse – finanziarie, tecnologiche, umane – nei centri che già esprimono i migliori risultati in termini di volume e di outcome clinici. Non si tratta di penalizzare i territori, si tratta di far funzionare meglio un sistema che salva vite. E irrigidirei in modo significativo i requisiti di attività minima, aggiornandoli alla luce di quanto la medicina trapiantologica ha imparato in questi ultimi venticinque anni».
Se potesse ridisegnare il sistema da zero, come lo immaginerebbe?
«Pochi centri grandi, con équipe multidisciplinari di altissimo livello, con protocolli di ricerca attivi e con una capacità di formazione continua che trasformi ogni intervento in un’opportunità di miglioramento collettivo. Eliminerei le ridondanze, anche quando fanno comodo politicamente o geograficamente, perché in medicina la comodità geografica non può prevalere sulla sicurezza clinica. Costruirei poi un raccordo reale con il sistema europeo, lavorando per una piattaforma comune di allocazione degli organi che superi i confini nazionali e faccia finalmente dell’Europa un unico grande bacino di donatori e riceventi. E manterrei al centro di tutto il monitoraggio: trasparente, continuo, pubblico. Perché il sistema dei trapianti è uno dei momenti più alti della medicina moderna – prende il peggio che può capitare a un essere umano, la morte, e lo trasforma in vita per qualcun altro. Meriterebbe di essere gestito con la stessa grandezza morale che lo ispira».
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