Sostenibilità
5 febbraio, 2026La startup BioPhi, una delle vincitrici del bando de L’Espresso, trasforma gli scarti della produzione della bevanda alcolica in nuovi materiali e oggetti di uso comune
Le orecchie ovattate per la musica sparata in cassa fino a qualche minuto prima, la voce ormai roca per avere cantato ininterrottamente nelle due ore precedenti, l’adrenalina ancora presente in corpo e che defluisce lenta e disordinata come le migliaia di sconosciuti con cui hai condiviso lo spettacolo.
È una classica scena da fine concerto, quando i cantanti hanno ormai lasciato il palco, i tecnici stanno provvedendo a smontare le luci e riporre gli strumenti musicali e l’arena rimane vuota. O meglio, quasi vuota perché per terra, sul prato, rimane ogni tipo di rifiuto. Forcine, elastici per capelli, sigarette e migliaia di bicchieri di plastica che – mentre ci si dirige verso l’uscita – producono un caratteristico acciottolio che perseguita chiunque fino all’arrivo nella propria macchina.
«Sì, doveva essere l’ultimo concerto degli AC/DC che hanno fatto a Imola». Edoardo Monti lancia un’occhiata al socio Simone Battisti – l’altro co-founder di BioPhi – per verificare che la memoria non lo abbia tradito. «Alla fine, non si riusciva praticamente a camminare per la quantità di bicchieri che c’era. E quindi ci siamo chiesti se si potessero realizzare dei bicchieri proprio con gli scarti della birra». Questa – così raccontano – l’epifania per la nascita della loro startup, una delle finaliste del bando “7 idee per cambiare l’Italia” de L’Espresso.
Cresciuti a Desio, piccolo comune nella provincia di Monza e Brianza, e amici da una vita, tra lo studio in biblioteca e gli aperitivi al termine della giornata cominciano a interessarsi di riciclo ed economia circolare. Iniziano con dei primi esperimenti su piccoli oggetti, come il portapenne realizzato con gli scarti del caffè che mostrano durante l’intervista.
Poi l’intuizione di provare a utilizzare le trebbie, un sottoprodotto della lavorazione della birra. Dopo aver macinato le materie prime e a seguito della cosiddetta fase di ammostamento – quando cioè i cereali vengono mischiati all’interno di un tino con l’acqua – si separa la parte liquida da quella solida, cioè le trebbie. Rimane una poltiglia umida composta da malto, orzo e altri cereali. Si stima che per 100 litri di birra si producano tra i 20 e 40 chili di trebbia, composta principalmente da fibre, proteine e zuccheri. Di solito, soprattutto i grandi gruppi industriali, possono vendere questi materiali come mangime per gli animali, oppure smaltirli come rifiuti speciali, con costi che, però, lievitano di molto. Ma, tirando le somme, questi scarti sono sostanzialmente improduttivi. «Abbiamo cominciato – spiegano Edoardo e Simone – con un piccolo birrificio locale a cui abbiamo chiesto le trebbie e le abbiamo studiate per capire in quanto tempo marciscono e come si possono lavorare».
Così è partita l’avventura di BioPhi, il cui nome è già un manifesto dell’attività. Infatti, il suono “ph” corrisponde alla lettera greca “phi”, che si scrive come la nostra lettera “p”, ma con il ricciolo in alto che gira su sé stesso e ritorna al punto di inizio. «È una specie di freccia – spiega Edoardo – che chiude un cerchio, praticamente come il ciclo degli scarti che tornano in circolo». L’obiettivo finale è quello di creare dei prodotti finiti, di uso comune, con questi rifiuti che, al momento, hanno un valore nullo per i produttori. Anche in questo caso, quindi, sostenibilità ambientale ed economica vanno di pari passo.
Un progetto perfettamente in linea anche con le direttive europee. Un regolamento comunitario che entrerà in vigore dal prossimo agosto avvierà una stretta sulla produzione e l’uso degli imballaggi. Anche se la vera svolta arriverà nel 2030, anno in cui sarà vietato immettere sul mercato alcune tipologie di imballaggi monouso, tra cui le bustine usate per condimenti, conserve, salse o zucchero. Ma poi, per le aziende, potrebbe essere anche un’occasione di marketing.
«Ci sono diversi birrifici – parla ancora Edoardo – che si sono detti molto interessati alle nostre ricerche. Per loro, infatti, sarebbe bello poter servire la propria birra artigianale dentro a bicchieri prodotti grazie agli scarti della birra stessa». Al momento, BioPhi sta puntando a rafforzare la propria filiera produttiva, in particolare stringendo accordi con birrifici locali per trattare i loro residui delle lavorazioni. «Noi ci collochiamo – dice Simone – appena dopo la fase di produzione della birra. La nostra idea è lavorare i rifiuti e poi passarli a chi si occuperà di dare forma agli oggetti». In media, da ogni 100 chili di trebbia, ci sono 20 chili di sostanza secca. «Il resto è tutta umidità, ma noi puntiamo a lavorare le trebbie anche senza passare dalla fase di essiccazione per essere ancora meno energivori».
Le attività della startup a pieno regime dovrebbero partire tra un anno circa, il tempo necessario a ottimizzare tutti i processi e a ottenere tutte le certificazioni necessarie: «I nostri due punti chiave sono la compostabilità domestica e la possibilità di stare a contatto col cibo». Ad aiutare i due founder anche l’università. «Siamo in dialogo con il Politecnico di Milano. Mettono a disposizione il loro know-how tecnico e le strutture dove fare gli esperimenti pilota».
In futuro BioPhi non intende fermarsi a un solo materiale. «Puntiamo a sviluppare una tecnologia – concludono Edoardo e Simone – che possa essere replicata non solo con le trebbie. Ma, per esempio, anche con le vinacce, che si ottengono dalla lavorazione del vino, o con gli scarti del riso».
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