Sport
5 marzo, 2026Articoli correlati
Per la prima volta nella storia, la nazionale azzurra di cricket si è qualificata ai Mondiali in India. E nessuno dei giocatori scesi in campo è nato nel nostro Paese
Il frastuono dei tifosi nepalesi che fa rimbombare lo stadio Wankhede di Mumbai inizia piano piano a spegnersi, sotto i lanci di Crishan Kalugamage. È lui il miglior giocatore in campo che trascina l’Italia nella sua prima inaspettata vittoria ai Mondiali di cricket: originario dello Sri Lanka, non ha ancora la cittadinanza italiana e per arrivare a fine mese fa il pizzaiolo a Lucca. Quel lancio si chiama leg-spin: un movimento di polso che imprime una rotazione imprevedibile alla palla, spiazzando l’avversario. È la stessa traiettoria degli Azzurri del cricket: perché non l’hanno vista arrivare, questa Nazionale dove nessuno è nato in Italia e che per la prima volta nella Storia ha messo piede qui, in India, nel tempio del cricket, e ha sconfitto il Nepal di parecchio (dieci wicket). Crishan esulta incrociando le braccia come il capitano Lautaro Martinez, perché è interista e «lui è il mio idolo», mentre l’allenatore John Davison mima il gesto di lanciare in aria un impasto per la pizza: «Ecco perché riesce a farla girare», sorride. «Che sorpresa questa Italia, dove non ho mai visto nessuno giocare a cricket», si commuove l’attore Kabir Bedi, invitato alla partita dalla Federazione Cricket Italiana. Una sorpresa, davvero. Perché mentre gli occhi sono tutti puntati sulle Olimpiadi Invernali, nei giorni in cui il governo approva il ddl sicurezza per blindare sempre di più i confini in un Paese che non sa nemmeno cosa accidenti sia il cricket, c’è un’Italia del futuro che scende in campo comunque, in direzione ostinata e contraria: anche se campi dove allenarsi non ce ne sono. «Vicino a casa mia, a Brescia, c’è un piccolo giardino pubblico», racconta all’Espresso Ali Hasan. Lanciatore, è arrivato in Lombardia dal Pakistan a dieci anni, ha una qualifica professionale in meccanica automobilistica e fa il corriere. «Dopo il lavoro – spiega – vado lì a lanciare. Qualche volta arriva la polizia, dice che non si può giocare. Spero che la nostra avventura possa cambiare la mentalità».
Giocare d’anticipo
La traiettoria di questa storia segue una pallina da tennis avvolta nello scotch (per darle il peso giusto) in un parcheggio nella provincia lombarda e arriva fino in India: ai Mondiali, nella formula T20 (versione abbreviata e più televisiva, con incontri che durano circa tre ore e non giorni) a rivaleggiare con i più forti. Prima con la Scozia, il 9 febbraio, allo stadio Eden Gardens di Calcutta da 67 mila spettatori: gli Azzurri finiscono sconfitti eppure increduli di essere lì, a intonare l’inno nazionale con le lacrime agli occhi. Poi Nepal, Inghilterra (l’imperatrice di questo sport), West Indies. Ma c’è un’altra partita che questa Nazionale composta da nuovi italiani (di origine pachistana, indiana e cingalese) e da oriundi (australiani e sudafricani con i nonni italiani) ha già vinto. Perché mentre il voto di giugno scorso ha affossato il referendum sulla cittadinanza, questo sport ha giocato d’anticipo. La Federazione Cricket Italiana, infatti, ha introdotto per prima, già nel 2002, quello che sarebbe stato definito dieci anni dopo lo ius soli sportivo. «Un’intuizione – spiega all’Espresso Simone Gambino, presidente onorario, seduto su un divanetto dell’Eden Gardens di Calcutta tra le fotografie appese al muro dei più grandi campioni passati di qui – si decise di applicare il buon senso: trattare come italiani quelli che lo sarebbero diventati». Il risultato, oggi, è una Nazionale del futuro senza italiani di nascita che per i Trump e i Vannacci incarna un messaggio deflagrante. E che già sogna le Olimpiadi. A Los Angeles, nel 2028: quando il cricket tornerà ai Giochi dopo 128 anni.
L’ultimo tentativo di cambiare in aula la legge sulla cittadinanza è datato 23 dicembre 2017: finale di legislatura, premier Paolo Gentiloni. Il voto sulla riforma di cui, ciclicamente, si parla da anni. Ma la discussione in senato non inizia nemmeno: niente numero legale. Dunque, nulla cambia della vecchia legge 91 del ’92. Chi – figlio di stranieri - nasce nel nostro Paese o arriva da molto piccolo deve aspettare di diventare maggiorenne: e avere una residenza regolare ininterrotta per almeno dieci anni. Tutt’altro che semplice. Ma lo sport – questo sport che è il secondo più praticato al mondo, simbolo della colonizzazione inglese e poi strumento di riscatto – precorre i tempi. Quasi 24 anni fa la Federazione Cricket Italiana vede lungo: per giocare con la Nazionale bastano tre anni di residenza in Italia. Tra i quindici giocatori convocati per il Mondiale (le partite si giocano in undici, come nel calcio), dieci sono oriundi australiani e sudafricani con il doppio passaporto, cinque sono nuovi italiani. Tre di origine pachistana, uno cingalese e uno indiana. Eppure, il mondo dello sport e quello fuori non vanno di pari passo. In tre infatti – nonostante vivano da anni in Italia - non sono ancora riusciti a ottenere la cittadinanza.
Chi sono gli Azzurri del cricket
«A tutti i ragazzi e le ragazze che iniziano a giocare a cricket in Italia dico: non mollate. I risultati arriveranno». Crishan Kalugamage, il pizzaiolo che tifa Inter e ha vinto il titolo di “man of the match” contro il Nepal, è arrivato dallo Sri Lanka a quindici anni: «Dopo i Mondiali spero che per me ci sia solo il cricket. Vorrei rendere la strada più facile alle generazioni future». Il padre di Zain Ali – 24 anni, battitore – in Pakistan faceva il medico. «Ma ha deciso di venire in Italia per darci un futuro migliore – racconta all’Espresso – e ha trovato lavoro come corriere Dhl. Io, mia mamma e i miei fratelli lo abbiamo raggiunto nel 2016». Nel suo villaggio, Masoompur, «tutti giocano a cricket fin da piccolissimi. In Italia non lo conosce nessuno. Ma ho scoperto che i ragazzi della comunità indiana e pakistana lo praticavano. Così ho ricominciato: in un parcheggio, a Trescore Balneario in provincia di Bergamo. Con una pallina da tennis avvolta nello scotch, per renderla simile a quella regolamentare». Zain Ali entra nel Cividate cricket club. Poi, durante un raduno, viene notato dall’allenatore Kevin O’Brien. «Indossare la maglia della Nazionale è un’emozione che non posso descrivere. Mio nonno Rehmat Ali, che è rimasto in Pakistan ed è mancato l’anno scorso, mi diceva sempre di mandargli il link: guardava in diretta tutte le mie partite». Zain si è diplomato in Meccatronica alle scuole serali, «con 96». Oggi lavora al Dm Industrial a Colonio Alserio. E sogna quel pezzo di carta: «Ma l’Italia è già casa mia».
«Che gioco è?»
L’altra battaglia della Federazione è diffondere in Italia la cultura del cricket. Percepito ancora come uno sport “per stranieri”. Per giocare ai tornei Syed Zain Abbas Naqvi, 24 anni, primo battitore, si è quasi sempre dovuto licenziare: «Cinque volte». Originario del Pakistan, brianzolo da quando ha 12 anni, operaio chimico farmaceutico, Naqvi non ha ancora la cittadinanza. Si è diplomato alla scuola Art Wood Academy a Camnago Lentate e ci torna spesso: «Sono rimasto legato al mio professore di falegnameria, Francesco Chinellato: se devo sistemare la mazza da cricket vado da lui, la carteggia. Nelle classi organizziamo incontri con gli studenti: solo così questo sport può diffondersi». Jaspreet Singh, cittadino italiano, è originario dell’India e lavora come autista Uber. «La nostra diversità – riflette il capitano Wayne Madsen, sudafricano con il doppio passaporto grazie alla nonna paterna originaria di Avigliana, in provincia di Torino – è la nostra più grande forza».
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