Televisione
19 gennaio, 2026Il racconto nel documentario Netflix “Io sono notizia” è un’inutile agiografia in cinque puntate
C'è il Corona carcerato, il Corona figlio di giornalista, il Corona spregiudicato e pure quello pregiudicato. E mentre il Corona palestrato si aggiusta la camera a favore, il Corona modello indossa l’abito amorale del Corona cattivo, utile alla bisogna come un piccolo Ken tatuato, liscio e tristemente monocorde. Fine.
Ecco, in sintesi, la docuserie celebrativa di Netflix che avrebbe potuto limitarsi a un busto di marmo al Gianicolo ma evidentemente non c’era spazio. Così si è accontentata di cinque episodi di un’oretta ciascuno per esaltare l’uomo che maltrattava le donne, l’affarista senza scrupoli, il bello e dannato, innamorato dei soldi, anzi di sé stesso, no meglio i soldi, con un profluvio di autodefinizioni di un certo peso.
«Io ho carisma, intelligenza, capacità di seduzione, posso farti credere qualsiasi cosa, sono furbo, sono capace di far innamorare le persone, sono il diavolo, sono un vincitore», e pure “Sono notizia”, da cui il titolo del doc.
Si parte con “Alla corte del sultano”, che sarebbe poi Lele Mora in giallo con margherita stretta tra le mani (giuro). Lui, sacerdote profano della tv berlusconiana, seduto su una panchina come un fidanzato di Peynet, arrossisce a ogni bacino sulla guancia. «Ma noi ci facevamo solo coccole», ci tiene a spiegare il Corona mondano, raccontato dall’imbarazzante prova di attori che cercano di buttare in fiction episodi salienti, per esempio quando andava in discoteca con due gemelle per avvinghiarsi a entrambe.
A questo si alternano i commenti altrettanto imbarazzanti dei testimoni informati sui fatti, tra cui Platinette, agenti dello spettacolo, la mamma che è sempre la mamma, l’ex tronista Costantino Vitaliano e lo scrittore Enrico Dal Buono, il quale, come ha dichiarato in un’intervista recente, analizza «cosa rappresenta Corona per gli spettatori e il Paese».
A questo punto sorgerebbe spontanea una domanda, ovvero secondo quale stramba ragione questo sgualcito Paese dovrebbe sentirsi legato a un tale personaggio, ma il documentario non si azzarda a rispondere per non correre il rischio di diventare interessante.
Così quel che rimane sono pillole di banalità buttate a caso nell’armadietto dei medicinali condite da musica grave, montaggio serrato e l’assoluta assenza di barlumi di contraddittorio.
Alla fine, al netto del curioso tempismo con cui è uscita la serie, e tralasciando il dettaglio per cui avrebbe ricevuto i finanziamenti come opera culturale, viene solo da rimpiangere l’ormai iconica frase di Ilary Blasi: «Tu sei un caciottaro e qui lo show, quando inizia e quando finisce, lo decido io».
DA GUARDARE
Ci hanno messo cinque anni per realizzare “Dal Polo Sud al Polo Nord con Will Smith” (Disney+) la serie National Geographic in cui l’attore attraversa tutti e sette i continenti. E per 100 giorni scala montagne, si immerge nei ghiacci, cattura anaconde, spreme tarantole. Cosa non si fa pur di star lontani da Hollywood.
MA ANCHE NO
Le sta provano tutte Luca Barbareschi pur di farsi notare. Dal suo programma notturno “Allegro non troppo” ha prima tentato una elegante imitazione di Elodie porgendo alla camera il suo fondoschiena. Poi ha bisticciato con Ranucci perché si è sentito ignorato e ha messo su il solito broncio. E siamo solo a gennaio.
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