Televisione
10 marzo, 2026La fiction Rai tratta da "Le libere donne di Magliano" riporta al centro la figura dello psichiatra Mario Tobino e sua la denuncia di un sistema opprimente. Un’occasione per ricordarci quanto fosse facile, allora, trasformare una donna scomoda in una donna “folle”
Prima di Basaglia, prima dei dibattiti infuocati degli anni Settanta, prima che il Paese prendesse davvero coscienza di ciò che accadeva dietro le mura dei manicomi, c’era già chi raccontava quel mondo dall’interno. Era il 1953, lo psichiatra Mario Tobino pubblicava "Le libere donne di Magliano", un romanzo autobiografico nato dalla sua esperienza nel reparto femminile dell’ospedale psichiatrico di Maggiano. Rilette oggi, quelle pagine colpiscono non solo per l’umanità che le attraversa, ma anche per ciò
che lascia intravedere: la crepa di un sistema “malato” che aveva la pretesa di curare.
Da martedì 10 marzo, "Le libere donne di Magliano" diventa una fiction Rai ripercorrendo proprio quell’universo chiuso e ambiguo: il reparto femminile di Maggiano, vicino Lucca, dove Tobino, interpretato da Lino Guanciale, lavorò a lungo come psichiatra. Al centro ci sono le donne rinchiuse, le loro storie, i loro gesti, le loro fragilità, ma anche il modo in cui la società dell’epoca trasformava spesso
in malattia tutto ciò che non sapeva accettare. Non solo il disturbo psichico ma anche la povertà, la solitudine, la ribellione o il senso di inadeguatezza rispetto ai ruoli femminili imposti. Rileggere Tobino vuol dire fare i conti con un sistema che non solo disumanizzava il disagio mentale, ma che diventava il “braccio armato” nei confronti del dissenso femminile.
Non solo Basaglia: chi era Mario Tobino
Per troppo tempo, le battaglie per ripensare completamente il sistema psichiatrico hanno avuto come unico protagonista Franco Basaglia. Ben prima della legge 180 (della quale ricorreranno i cinquant’anni nel 2028) e prima della grande stagione delle riforme, c’erano già figure che dall’interno dell’istituzione manicomiale avevano intuito il limite di quel sistema. Tra queste, Mario Tobino occupa sicuramente un posto importante per l’originalità del suo punto di osservazione: non solo psichiatra, ma anche poeta e narratore. Tobino lavorò per oltre quarant’anni nell’ospedale psichiatrico sulle colline lucchesi catturando il disagio medico e umano delle pazienti ricoverate. Pubblicato nel 1953, "Le libere donne di Magliano" è forse il libro che meglio restituisce questa sua doppia natura di medico e scrittore. Non un semplice resoconto clinico, ma un’opera capace di restituire dignità narrativa a donne che la società aveva confinato ai margini.
“Qui i pochi, forse neppure i veri”
Si dice che sull’ingresso di un vecchio manicomio fosse incisa una frase terribile: “Qui solamente pochi, forse neppure i veri”. Vera o tramandata che sia, quella formula per le donne vale doppio. Gli esempi non mancano, e alcuni sono diventati persino celebri: Ida Peruzzi, moglie di Emilio Salgari, fu ricoverata nel 1911 con la diagnosi di “erotismo fisiologico esagerato” e non uscì più dal manicomio; ben più famosa è la fine di Ida Dalser, che rivendicava il suo legame con Mussolini, internata dal regime e morì a San Clemente nel 1937. Accanto a questi nomi noti, i muri dei manicomi hanno rinchiuso migliaia di altre esistenze: donne giudicate troppo ribelli, troppo sole, troppo povere, sessualmente libere, o semplicemente inadatte al ruolo che la società pretendeva da loro. Le donne di Magliano, allora, non sono un’eccezione letteraria: sono solo alcune fra le tante per cui il manicomio non fu il luogo della cura, ma quello in cui veniva confinato anche tutto ciò che disturbava l’ordine sociale degli uomini. Le donne di Magliano, forse, siamo ancora noi.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Caos globale - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 6 marzo, è disponibile in edicola e in app



