Sei nazioni si stanno scontrando da anni per il possesso delle isole presenti in uno degli arcipelaghi più ricchi di biodiversità al mondo. Sui cui fondali ci sono anche grandi giacimenti di gas. E, mentre la tensione nell'area sale, la Cina sta trasformando le barriere coralline in monoliti di cemento. Un disastro senza precedenti, come denunciano gli scienziati

Da trent’anni a questa parte sei nazioni si stanno scontrando per il possesso delle isole coralline nel Mar Cinese Meridionale, sui cui fondali ci potrebbe essere il triplo di gas che in tutto il Kuwait. Mentre la tensione sale, la Cina sta ora trasformando barriere coralline incontaminate in monoliti di cemento e piste d’atterraggio, mettendo a rischio i banchi di pesce che sfamano il Sud Est Asiatico.

Immaginate una barriera corallina immacolata in uno degli arcipelaghi più ricchi di biodiversità al mondo. Aggiungete sei stati, di cui uno molto grande, in competizione per il possesso di quell’area. Concludete con le ambizioni di supremazia regionale di una potenza che è grande, ma si sente ancora piccola rispetto ad altre. Ecco la ricetta per una delle zone che potrebbero essere politicamente più calde nei prossimi anni, e per un disastro ambientale poco conosciuto ma dall’impatto devastante: siamo nel Mar Cinese Meridionale.

Iniziamo dalla fine: nel maggio scorso, un aereo da ricognizione statunitense stava trasportando Jim Sciutto, giornalista della CNN, sopra quelle che erano conosciute per essere delle isole molto belle, ma sostanzialmente disabitate. Grande fu la sorpresa quando la Marina Cinese, presente in dozzine di navi, iniziò a intimargli di allontanarsi dall’area. Ancora più grande fu però lo stupore di vedere la trasformazione che era in corso, e che per la maggior parte di queste si era già conclusa: sette delle isole dell’arcipelago erano state completamente cementificate e trasformate in basi militari, per consolidare la presenza militare cinese nell’area.

Dire che la marina cinese abbia cementificato delle isole è però impreciso: si tratta di un vero e proprio islands building, ossia della costruzione di terre emerse a partire da quelle che erano barriere coralline quasi interamente sommerse. Il Fiery Reef, ad esempio, nel 2009 era semplicemente un anello di coralli. Ora ha una pista d’atterraggio quasi completata da 3 chilometri, un’area portuale da 630,000 metri quadrati che può ospitare carri armati e numerose truppe di superficie.

Il Subi Reef ha, invece, undici moli temporanei, e potrebbe ospitare strutture come antenne di comunicazione e torri di sorveglianza. Il tutto a venticinque chilometri dal luogo più vicino dove vive la popolazione filippina. Seppur in mano cinese dal 1997, fino al 2010 non aveva altro se non una pista d’atterraggio per elicotteri e alcune baracche di legno. Ora le foto satellitari mostrano una spianata di sabbia e cemento lungo quelli che un tempo erano i coralli dell’isola.
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Gli obiettivi della Cina sono molteplici, e proseguono una strategia che va avanti almeno dal 1988, quando, presso il Johnson Reef, le truppe cinesi aprirono il fuoco su quelle vietnamite che reclamavano l’area. Sono 750 tra isole e barriere coralline i luoghi contesi nel Mar Cinese Meridionale, le Spratly Islands, e sei sono i paesi coinvolti: la Malesia, le Filippine, Taiwan, Brunei, il Vietnam e, ovviamente, la Cina. La situazione ha però visto un’evoluzione recente con il crescere degli investimenti cinesi nei confronti della sua Marina e della sua guardia costiera, che nel prossimo decennio potrebbe essere più grande di quella statunitense, giapponese e sud asiatica messe insieme.

L’obiettivo dell’island building è quello di consolidare la presenza cinese nell’area, per vari motivi. Il controllo regionale nei confronti degli altri attori asiatici, come il Vietnam, è uno di questi, ma non l’unico. L’area ha, innanzituttto, grandi risorse di petrolio e gas, tuttora poco sfruttate e superiori, secondo la U.S. Energy Information Administration (EIA), al totale di quelle della Cina e al triplo di quelle del Kuwait per gas convenzionale, e superiori a quelle di tutta l’Asia Meridionale per gas non convenzionale.

I banchi di pesce dell’area sono poi tra i più fruttuosi al mondo, e su tutte queste risorse la chiarezza sulla suddivisione dello sfruttamento è poca o nulla. Un fatto che, alla luce del rischio di esaurimento degli stock ittici mondiali nei prossimi trent’anni, mette ancora più tensione sulla situazione. Infine, c’è la questione con il vicino d’oltremare: gli Stati Uniti, con il quale lo scontro non è solo diretto, per il controllo sul Pacifico, ma anche indiretto, sulla necessità cinese di dimostrarsi una potenza almeno all’altezza degli americani, e su cui il Mar Cinese Meridionale è un banco di prova.



La tensione nell’area però è tutt’altro che tiepida, e ha visto un’escalation significativa negli ultimi diciotto mesi, poco prima che iniziasse il processo di costruzione delle isole da parte della Cina. Nel marzo del 2014 due navi filippine vengono cacciate dalle isole Spray. Due mesi dopo una nave vietnamita affonda, dopo uno scontro con una cinese che stava cercando di trivellare una riserva di petrolio contesa tra i due paesi. Un video mostra la nave cinese colpire a tutta velocità e intenzionalmente quella vietnamita. Negli stessi giorni la polizia filippina aveva arrestato undici pescatori cinesi per una questione relativa alla disputa territoriale sulle isole. E così via.

In tutto questo l’ambiente ci finisce in mezzo, e malamente. Interpellato da l’Espresso, Gregory Poling, direttore dell’Asian Maritime Transparency Initiative (ASMTI) di Washington, ha sostenuto che , secondo numerosi scienziati, questa è “la peggior distruzione di coralli di sempre da parte dell’uomo.[…] Colpisce un ambiente altamente stressato, in cui si pesca oltre il limite sostenibile, ed è però contraddistinto da grande biodiversità.”

È il metodo di costruzione delle isole a essere particolarmente dannoso: come mostrato dalle foto satellitari dell’ASMTI, non viene importata sabbia o cemento da altre isole, ma viene scavato direttamente il fondale al centro della barriera, per ricoprire le aree emerse. In questo modo i coralli vengono distrutti dalle dozzine di battelli-draga all’opera, e dalla copertura successiva, che li soffoca.

Sempre secondo Poling questo è “Un fenomeno per cui potrebbero volerci anni per capire il reale impatto.” Questo è però già in parte visibile: il Bureau of Fisheries and Aquatic Resources (BFAR) filippino ha stimato i danni diretti di quanto costruito negli ultimi mesi per i pescatori delle Filippine in oltre 90 milioni di dollari. E siamo solo all’inizio.

John McManus, biologo marino dell’università di Miami ed esperto del Mar Cinese Meridionale, ha infatti commentato in diverse occasioni i danni all’ecosistema dovuti alla cementificazione delle isole, classificandoli come quasi irreparabili: la copertura totale dei coralli che circondano le isole con la sabbia e il cemento li uccide, rendendo le acque un tempo limpide torbide per il muco rilasciato dai coralli che cercano disperatamente di liberarsi, e per la decomposizione di quelli già morti.

Questo a sua volta condanna i pesci che vivono nelle isole, facendole diventare in poco tempo un deserto sottomarino. Una situazione paradossale, perché queste rappresentano un luogo importante per diversi momenti del ciclo di vita delle specie che popolano tutto il Mar Cinese Meridionale, e che potrebbe portare alla scomparsa dei ricchi banchi di pesce, uno dei motivi per cui l’area è appunto contesa. Una lotta per le risorse, che distrugge le risorse stesse.

È una situazione paradossale, che pur essendosi forse fermata al momento rischia di peggiorare con i prossimi mesi. La pressione domestica sul regime cinese aumenta la spinta aggressiva verso l’esterno. Le rivendicazioni sono tra l’irragionevole e l’indefinito: confini chiari non esistono, né le coordinate precise delle richieste. Alcune utilizzano dati e mappe risalenti al 1939 o al 1947. Una situazione chiaramente riassunta dal commento del ministro malese Datuk Seri Shahidan a seguito dell’ingresso della marina cinese su un’isola a cento chilometri dal Borneo. “Non abbiamo mai ricevuto nessuna rivendicazione ufficiale da loro [dalla Cina] […]dicono che l’isola gli appartenga, ma il paese è a 400.000 chilometri”. 400,000 forse no, ma la costa cinese è a quasi 2,000 chilometri.

Nel frattempo, la Cina ha edificato su quelle che erano barriere coralline incontaminate quasi 1.200 ettari di terre emerse che, semplicemente, prima non esistevano. Una situazione che crea precedenti pericolosi, e che in una sorta di corsa all’edificazione potrebbe creare altri emuli tra i sei paesi che contendono l’area. O che forse ha già creato, visti i 90.000 metri quadrati che il Vietnam sembra aver recentemente costruito sulle barriere del West Reef e del Sand Cay.

Ironia della sorte, l’occupazione cinese e l’islands building iniziarono in maniera del tutto innocua nel 1987, quando l’Unesco autorizzò prima e commissionò poi alla Cina un’innocente e scientificamente preziosa stazione oceanografica sul Fiery Cross Reef. E che ora ospita una pista d’atterraggio che sarà a breve capace di ricevere aerei militari cinesi di qualsiasi dimensione.

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