Perdite in Borsa e spread italiano in rialzo all'indomani del referendum greco in cui ha vinto con il 61,3 per cento dei voti il “No” alle proposte della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) per un nuovo piano di salvataggio della Repubblica Ellenica. Quasi tutti i mercati asiatici, i primi ad aprire le contrattazioni lunedì dopo l'esito del voto greco, hanno fatto segnare perdite. Le più pesanti in Cina, a Hong Kong, con l'indice Hang Seng in ribasso di circa 4 punti percentuali, e in Giappone, dove il Nikkei ha chiuso a – 2,08 per cento. Fra quelle europee, a fine giornata il tonfo principale è toccato all'Italia: l'indice Ftse Mib, il principale di Piazza Affari, ha perso il 4,03 per cento. Ma in rosso sono finiti tutti i listi del Vecchio Continente, con le perdite maggiori toccate a Portogallo e Spagna.
I mercati temono che l'esito del voto popolare sia il prologo all'uscita di Atene dall'euro, la cosiddetta Grexit. Lo hanno detto, nella notte di domenica, due importanti banche internazionali come l'americana J.P. Morgan e l'inglese Barclays. Un'uscita dall'euro che metterebbe in dubbio la sostenibilità dell'intera area che utilizza la moneta comune, tant'è che lunedì sono tornati a salire gli interessi sui titoli di Stato delle nazioni più deboli dell'eurozona. I Btp italiani alla chiusura di Piazza Affari pagavano un interesse del 2,39 per cento, più basso solo dei buoni del tesoro poliennali portoghesi. Tradotto: lo spread – la differenza di rendimento con i buoni del tesoro tedeschi, quindi il costo del debito pubblico – è tornato a salire, e se non è schizzato verso l'alto come nel 2011 il merito va al Quantitative easing introdotto a marzo di quest'anno dalla Banca centrale europea guidata da Mario Draghi, uno strumento capace finora di mantenere bassi i rendimenti dei Btp grazie ai massicci acquisti effettuati dalla stessa Bce.
Il Quantitave easing, però, al momento non può essere applicato alla Grecia. Ed è proprio la Repubblica ellenica ad avere più bisogno di soldi. Domenica la maggioranza dei votanti greci ha votato “No” all'ultimo piano della Troika, quello del 25 giugno. Un piano in cui si proponeva ad Atene, in cambio di nuovi prestiti, una serie di riforme mirate a contenere la spesa pubblica e ad aumentare le entrate. «Un ricatto», lo ha definito il governo guidato da Alexis Tsipras, il 40enne leader del partito di sinistra radicale Syriza, eletto a gennaio dopo cinque anni di austerità economica che hanno portato l'economia greca (Pil) a ridursi di un quarto e hanno fatto salire la disoccupazione al 25,6 per cento (dato di marzo).
Al di là dell'esito referendario, i soldi sono necessari alla Grecia per continuare a sostenere la sua spesa, che vuol dire soprattutto pagamento delle pensioni, degli stipendi dei dipendenti pubblici e del mantenimento in attività del sistema sanitario nazionale. Il problema ora è come farà il governo guidato da Tsipars, che oltre a Syriza include il partito nazionalista di destra di Anel, a trovare questi soldi. Perché da un punto di vista strettamente finanziario la questione si riduce a questo: negli ultimi cinque anni alla Grecia sono stati prestati dei quattrini, Atene ora ne ha bisogno di altri ma non ha ancora saldato i vecchi debiti. E, anche se qualcuno dovesse ancora essere disposto a fargli di nuovo credito, non ha alcuna intenzione di adottare in cambio le ricette proposte finora dai prestatori, come ha evidenziato il referendum. Che succederà, quindi?
Il Fondo monetario internazionale, che è uno dei grandi creditori di Atene, ha detto che la Grecia ha bisogno di un nuovo supporto finanziario da 50 miliardi di euro fino al 2018 per far fronte ai vari debiti. Già domenica, dopo che ormai l'esito del voto era chiaro, Tsipras ha dichiarato di voler riprendere al più presto i negoziati con la Troika e di voler puntare, forte del sostegno popolare, alla «ristrutturazione del debito». Significa, in sostanza, ottenere dai creditori, che oggi sono soprattutto gli Stati dell'Unione europea (l'Italia è esposta direttamente per 35,9 miliardi, secondo il ministero dell'Economia), uno sconto sulla quantità di denaro che Atene deve restituire. E poi, ovviamente, nuovi soldi. Dall'altra parte, cioè tra le nazioni che usano l'euro, non è ancora chiaro quale sia l'atteggiamento nei confronti del governo di Tsipras. Alcuni, come l'Italia e la Francia, sembrano più disposti a venire incontro alle richieste di Atene per scongiurare un'uscita del Paese dalla moneta unica, eventualità che avrebbe conseguenze difficili da pronosticare («terra incognita», l'ha definita il presidente della Bce, Mario Draghi). Altri Paesi tra cui la Germania - che al momento sembrano in maggioranza – hanno invece fatto capire di non essere disposti a fare nuove concessioni a un governo, quello attuale greco, che ha definito «terroristi» i creditori.
L'espressione era stata usata nei giorni scorsi da Yanis Varoufakis, l'economista chiamato da Tsipras a fare il ministro delle Finanze, uomo che in questi mesi di trattative con i creditori ha spesso usato toni molto duri contro le istituzioni europee e il Fondo monetario internazionale. Un metodo di trattativa che evidentemente adesso sta stretto pure a Tsipras. Lunedì mattina Varoufakis ha annunciato dal suo sito personale le dimissioni da ministro delle Finanze. «Poco dopo l'annuncio dell'esito del referendum», si legge sul sito, «mi è stata resa nota una certa preferenza da parte si alcuni partecipanti all'Europgruppo, e vari partner, per la mia...assenza dagli incontri; un'idea che il primo ministro (Tsipras, ndr) ha giudicato potenzialmente utile per trovare un accordo». Per questa ragione Varoufakis dice di aver lasciato. La mossa sembra un primo passo per permettere ai creditori di riaprire le trattative, l'unica possibilità che resta al governo Tsipras per non mandare il Paese in bancarotta e costringere i suoi cittadini a una crisi economica ancor più pesante di quella vissuta finora. Al posto di Varoufakis è stato nominato Euclid Tsakalotos, finora capo della squadra dei negoziatori greci. Il primo incontro a cui dovrebbero partecipare tutti gli attori europei coinvolti è fissato per martedì 7 luglio alle 18, quando si riunirà il Consiglio europeo.