Ogni anno aspetto la pubblicazione dell’Atlante dell’infanzia a rischio di Save the Children perché è uno strumento di conoscenza del nostro Paese imprescindibile. Quest’anno è dedicato alla scuola, “Lettera alla scuola” o grido d’allarme che la scuola lancia a tutti noi, perché possiamo capire cosa c’è nella nostra quotidianità che non funziona, che ha effetti nefasti sull’istruzione oggi e che quindi andrà a detrimento del sistema Paese domani.
L’Atlante è interessantissimo perché offre strumenti veri di conoscenza rispetto a come il sistema scolastico si è evoluto ed è cambiato in Italia. Cita i padri e le madri nobili della scuola italiana, da Maria Montessori a don Milani, a Mario Lodi. Teorici e maestri, maestri veri, che hanno considerato alunni e studenti non oggetti passivi, ma processi da attivare.
Eppure, lo studio del sistema scolastico italiano fa sembrare questi discorsi mere elucubrazioni perché si investe talmente poco nella scuola che, mancando gli strumenti principali (le strutture sono spesso fatiscenti, mancano laboratori, palestre e biblioteche), pensare all’orientamento da seguire sembra quasi una perdita di tempo. Ma scuola non è solo un luogo fisico, è anche un complesso di dinamiche, perché a scuola bisogna arrivarci e l’Atlante mostra tutti gli ostacoli posti sul tragitto che porta dal contesto familiare a quello scolastico.
A sei anni non si inizia a scrivere perché “si deve”, a sei anni si inizia a scrivere perché scrivere serve per comunicare e capire. In prima elementare i bambini possono scrivere per la prima volta la letterina a Babbo Natale da soli, iniziano a capire collegamenti tra le scritte nei cartoni animati e il loro mondo, possono iniziare a cercare da soli contenuti sul web. Questa necessità di apprendere deve - dovrebbe - restare una costante fino agli ultimi anni delle scuole superiori. Ma non sempre accade. E se non accade è perché non esiste un sistema scuola omogeneo in tutta la penisola, non esiste una direzione unica e, ipotizzo, una direzione magari non esiste affatto.
So che queste mie righe mi varranno critiche, ma il quadro che l’Atlante dell’infanzia a rischio di Save the Children presenta è drammatico e inclemente con la scuola oggi. E se da un lato gli studenti italiani sono tra quelli che accumulano più ansia per le valutazioni, i docenti italiani restano quelli che in Europa hanno meno feedback sul loro lavoro. Quindi manca completamente un anello che in ogni catena virtuosa è fondamentale, ovvero la possibilità per gli utenti finali di poter esprimere una valutazione sul servizio offerto. Appare chiaro che se questo non accade è perché gli utenti non sono, evidentemente, i destinatari reali dei servizi che la scuola offre.
L’atlante è ricchissimo di mappe e approfondimenti che spiegano come la diminuzione degli investimenti nella scuola, e quindi anche la diminuzione degli investimenti sul nostro futuro, dipendano in larga parte dall’indice di vecchiaia ovvero dal rapporto tra la popolazione sopra i 65 anni e quella sotto i 15. Con un indice medio di oltre 165 anziani ogni 100 bambini 0-14 anni, l’Italia è diventato uno dei Paesi più vecchi al mondo. Questo dato ha effetti sugli investimenti nella scuola, che dal 2000 a oggi sono in continua diminuzione e decisamente al di sotto della media europea
A pensar male verrebbe da dire che i quasi otto milioni di studenti hanno un peso assai minore rispetto agli over 65 con diritto di voto. Docenti, insegnanti di sostegno, dirigenti e personale di supporto, in una situazione di crisi economica come quella che stiamo attraversando, vengono considerati dei privilegiati e vivono con senso di colpa il loro estremo disagio, accumulano frustrazione e non riescono a portare fuori i problemi che vivono a scuola. Ma scuola è dove ci sono insegnanti e studenti insieme, la scuola è in larga parte basata su questo articolato rapporto che col tempo si è complicato sempre più.
Nell’Atlante c’è una frase bellissima, che tutti dovremmo tenere a mente per capire che non basta pensare che la scuola sia importante, bisogna proprio lavorare per renderla un istituto di cui i minori oggi sentano realmente la necessità: «Gli studenti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere». È una espressione bellissima capace di illuminare il nostro futuro.
I dati13.12.2010
Asili nido, la giungla degli spazi