Ci mancava solo il petrolio proibito degli ayatollah. Piero Amara, l’avvocato siciliano al centro delle peggiori trame giudiziarie degli ultimi anni, si riconferma un personaggio di livello pirandelliano. Nella sua prima vita era stato uno dei più efficaci legali esterni dell’Eni, capace di vincere ogni sorta di processi intentati in Sicilia contro il colosso petrolifero statale, che lo ripagava con ricche parcelle: oltre un milione all’anno per più di un decennio. Nel 2018 è stato arrestato come grande corruttore di pubblici ministeri e giudici amministrativi, da Roma a Siracusa, e ha patteggiato due condanne definitive. Alla fine del 2019, indagato a Milano, si è proposto come super pentito disposto a smascherare la cosiddetta Loggia Ungheria, una presunta lobby in grado di condizionare la giustizia in tutta Italia: un caso che ha frantumato la Procura di Milano creando un’ondata di veleni arrivata fino ai vertici della magistratura. Poi, nel giugno scorso, è tornato agli arresti con l’accusa di aver corrotto anche il procuratore di Taranto nello scandalo Ilva. Ora una serie di documenti riservati ottenuti da L’Espresso raccontano un’altra vita, rimasta segreta, del legale siciliano. E ne svelano il potere economico. Un uomo d’affari con entrature internazionali, in particolare in una nazione ad altissimo rischio geo-politico: Amara l’Iraniano.
Ai tempi d’oro, lo studio Piero Amara & Partners pubblicizzava sul suo sito (oscurato dopo il primo arresto) di poter offrire «assistenza e relazioni istituzionali ad aziende interessate a sviluppare business all’estero», elencando sei nazioni, non in ordine alfabetico: al primo posto c’era l’Iran. I nuovi documenti ottenuti dall’Espresso mostrano che non erano solo parole. La prima traccia scritta dei suoi agganci con Teheran è una mail del 18 marzo 2015, inviata a un dirigente dell’Eni. Amara dichiara di rappresentare una società estera, Qatar Global Energy & Resources, e offre due carichi di prodotti petrolchimici. Tra i maggiori azionisti di quella società c’è un imprenditore iraniano, Arshiya Jahanpour, con il 49 per cento del capitale.
Amara assicura all’Eni di avere la copertura di ufficiali dei servizi segreti italiani, di cui non fa i nomi: «Se necessario, l’Aise ci fornirà un documento che attesti la tracciabilità». L’affare non va in porto perché l’avvocato-mediatore ha troppa «urgenza» di chiudere, ma quella trattativa apre la strada a molti altri contratti, per centinaia di milioni.
Il 13 luglio 2015 Amara in persona si presenta nella sede dell’Eni a Teheran insieme a un imprenditore italiano, Francesco Mazzagatti, e a tre uomini d’affari iraniani, guidati da Jahanpour. La delegazione discute con due dirigenti dell’Eni possibili affari comuni nella repubblica islamica. Mazzagatti è il titolare della Napag, una piccola ditta calabrese di ortofrutta che negli stessi mesi ha cambiato attività e sta iniziando a trasformarsi in un gruppo petrolifero. Sempre nel 2015, su presentazione dell’avvocato, Mazzagatti ha almeno cinque incontri con un dirigente della Versalis, che è controllata dall’Eni. Nell’ottobre dello stesso anno, Amara viene ricevuto insieme a Mazzagatti nella sede italiana di Ecofuel, un‘altra società del colosso statale. Dopo l’incontro il rappresentante dell’Eni, allarmato, segnala ai superiori che «Amara si presenta come procacciatore d’affari e forse anche socio di Mazzagatti» e aggiunge che «millanta rapporti» con l’allora capo dei legali interni dell’Eni (poi licenziato). Nel dicembre 2015 Amara e Mazzagatti arrivano alla sede centrale dell’Eni a Roma, dove chiedono a un altro manager «un supporto» a un progetto della Napag per rilanciare l’impianto petrolchimico di Tabriz, in Iran.
La sponsorizzazione di Amara ha successo. Tra il 2016 e il 2018 la società di Mazzagati riesce a comprare prodotti chimici per 14,7 milioni dalla Versalis e li rivende in Iran, soprattutto alla Tabriz Petrolchemical Company.
A partire dal 2017 prima Amara e poi Mazzagatti stringono rapporti sempre più intensi con la centrale acquisti del colosso petrolifero statale, Eni Trading e Shipping (Ets), che opera a Londra, in particolare con l’allora dirigente Alessandro Des Dorides. E gli affari si moltiplicano: nei successivi due anni il gruppo Napag incassa oltre 94 milioni dalla Ets. E la società dell’Eni a Londra, a sua volta, vende prodotti petrolchimici per 116 milioni alla stessa Napag, che li piazza all’estero.
Il colpo più grosso va a segno nello stesso biennio. Il 16 marzo 2017 la Qatar Global Energy & Resources, cioè la società dell’iraniano Jahanpour che si faceva rappresentare dall’avvocato Amara, firma un accordo preliminare per l’acquisto (da aziende giapponesi e thailandesi) del 60 per centro di una compagnia di Teheran, chiamata Mehr, che controlla l’omonimo polo petrolchimico. Il contratto viene poi ceduto alla Napag Petrolchemical Industries, appena costituita da Mazzagatti a Hong Hong, che nel luglio 2018 perfeziona l’affare pagando 111 milioni. I documenti integrali fanno emergere un dato strategico: il restante 40 per cento della compagnia petrolchimica appartiene alla Npc, una società interamente controllata dallo Stato iraniano. Con quell’operazione, quindi, entrambe le ditte sponsorizzate da Amara, prima l’azienda del Qatar e poi l’italiana Napag, sono riuscite a mettersi in società con la repubblica islamica degli ayatollah.
Quindi iniziano le operazioni incriminate dalle procure, che tra il 2018 e il 2019 avevano avviato indagini serratissime sui rapporti tra Amara, Eni e Napag. Queste inchieste sono poi finite al centro degli scontri tra magistrati, prima a Roma e poi a Milano, e da due anni si sono arenate. La prima indagine smarrita tra le liti togate riguarda i soldi utilizzati dal gruppo Napag proprio per comprare il petrolchimico iraniano. All’inizio i pm milanesi ipotizzavano la corruzione dell’avvocato arrestato: l’Eni, attraverso la Ets, avrebbe versato 25 milioni alla Napag per comprare il silenzio di Amara, che ne sarebbe stato un socio occulto. Nel 2019, dopo aver ricevuto dettagliate denunce dell’Eni, alcuni pm hanno cambiato idea, ipotizzando invece che Amara avesse spillato soldi al colosso statale, con la complicità di alcuni dirigenti, poi licenziati dai vertici aziendali. In attesa che i magistrati escano dal tunnel delle polemiche, l’Espresso ha continuato a indagare scoprendo che la Napag, nello stesso periodo, ha concluso altri grossi affari con Ets.
Nel 2018, in particolare, la società dell’Eni a Londra ha comprato, per almeno 55 milioni di euro, tre carichi di petrolio di alta qualità (un prodotto chiamato Virgin Nafta, che non ha bisogno di essere raffinato). Quei contratti però sono stati etichettati come «sospetti» dagli organi di controllo interno, che hanno sollevato «dubbi sull’effettiva provenienza»: non l’Oman, come dichiarato, ma l’Iran.
Contro Amara ha deposto anche il suo ex socio, l’avvocato Giuseppe Calafiore, che era stato arrestato con lui. Interrogato a Milano nel gennaio 2019, Calafiore dichiara che «Amara nel 2016 ha costituito due società a Dubai con la collaborazione di Mazzagatti». E aggiunge che almeno una delle due offshore doveva essere utilizzata «per pagare dirigenti dell’Eni», in particolare uno dei manager poi licenziati. Mentre era a Dubai con loro, Calafiore dice di aver visto personalmente che «Amara ha ricevuto 40 mila euro in contanti da Mazzagatti, in una banca, dentro una busta di plastica».
Il gruppo Napag, con una lunga lettera all’Espresso, ha radicalmente smentito già nei mesi scorsi tutte queste ipotesi di corruzione. E ha chiarito che «Amara non ha mai avuto alcuna partecipazione, diretta o indiretta, nella società». La Napag ha avuto con lui «solo rapporti professionali di consulenza, da tempo interrotti». E «non è vero che il gruppo Napag abbia utilizzato soldi dell’Eni per l’acquisto dell’impianto iraniano». Il contratto incriminato dai pm è stato infatti «revocato» e i 25 milioni sono stati «restituiti per intero all’Eni, che ne ha ricavato un margine di profitto». E comunque nel 2018 «era riferibile all’Eni meno del 25 per cento del fatturato della Napag», che nel frattempo è confluita in un grande gruppo internazionale con base a Londra.
Il problema più grave, però, deve ancora essere chiarito. Nel maggio 2019 la società dell’Eni a Londra ha acquistato 700 mila barili di greggio iracheno, per 41 milioni di euro, dalla compagnia nigeriana Oando. Quando la nave è arrivata davanti alla raffineria di Milazzo, però, il petrolio è risultato di tipo diverso, simile a quello iraniano, e il carico è stato rifiutato. A quel punto si è scoperto che la compagnia nigeriana aveva comprato quel greggio dalla Napag, che dall’inverno precedente era stata esclusa dall’elenco dei fornitori autorizzati dell’Eni, proprio in seguito alle indagini su Amara e sugli ex dirigenti dell’Eni a lui legati. Quel caso ha rischiato di scatenare una bufera internazionale contro il gruppo statale italiano, che è quotato anche a New York: dal maggio 2018 l’amministrazione statunitense aveva vietato qualsiasi affare con l’Iran.
Ora un’indagine forense, commissionata dall’Eni a una società esterna (corredata dalle foto satellitari che pubblichiamo con il secondo articolo in queste pagine) comprova l’accusa: è stato davvero un clamoroso caso di contrabbando di petrolio iraniano. Anziché dall’Iraq, il greggio è arrivato di nascosto da Teheran. Una trappola che avrebbe potuto screditare i vertici del gruppo statale italiano a livello internazionale.
A questo punto l’Eni ha denunciato la Napag alla Procura di Milano e ha intentato una causa civile a Roma. Dove la società di Mazzagatti ha depositato un’articolata memoria difensiva, spiegando che «la Napag, come la stessa Ets dell’Eni, è una società di trading, che acquista prodotti petroliferi per poi rivenderli». Anche in questo caso, dunque, «si è limitata a comprare il carico da un’altra società, Empire Energy Oil, e a rivenderlo alla Oando, girando a quest’ultima tutti i documenti che aveva ricevuto, compresi i certificati di origine». Insomma, la Napag «ha fatto solo da intermediaria», in totale buona fede, come dimostra il contratto perfezionato via mail dallo stesso Mazzagatti.
Vista la situazione, L’Espresso ha cercato di chiedere spiegazioni alla Empire Energy Oil. Nelle banche dati internazionali, dove sono registrate oltre duecento milioni di società di tutto il mondo, non compare però nessuna ditta con quel nome. Ci sono aziende e gruppi petroliferi con denominazioni molto simili negli Stati Uniti, Nicaragua, Nigeria, Tasmania, ma nessuna dichiara di controllare società chiamate Empire Energy Oil. Inutili anche le ricerche su Internet: non esiste alcun sito con quel nome. La mail allegata dalla difesa della Napag nel processo contro l’Eni risulta inviata a un manager arabo, che il 3 maggio 2019 ha confermato l’affare alla società italiana. L’Espresso ha provato a contattarlo inviando un messaggio allo stesso indirizzo di posta elettronica. Risposta: impossibile recapitare, «destinatario sconosciuto».