La geopolitica è spietata: se cade una stoviglia a Washington, rimbomba a Berlino e oltre. Qui a Roma rimbomba troppo, e da parecchio. Il colpo russo ancora non è attutito. L’aggressione di Vladimir Putin agli ucraini ha imposto ai governi italiani una smentita delle spericolate relazioni con il regime di Mosca. Nuovi interlocutori internazionali, nuovi fornitori di metano. La guerra lanciata dai terroristi di Hamas contro lo Stato di Israele e i massacri perpetrati contro i civili inermi fa cadere più di una stoviglia nel pianeta. E butta giù l’intera argenteria messa in ordine con fatica da Mario Draghi e poi girata in lascito a Giorgia Meloni. I temi sono almeno tre: emigrazione irregolare, fabbisogno energetico, sicurezza nazionale. Ciascuno tiene dentro l’altro, nessuno si regge senza l’altro.
I servizi segreti italiani per mesi hanno segnalato il preoccupante sobbollire dei campi profughi nell’inquieto e affamato Libano: più di un milione di siriani, mezzo milione di palestinesi, apolidi, mutilati, disperati mal sopportati dai cinque milioni (scarsi) di cittadini libanesi. La classica miscela esplosiva. Ancora più spaventosa col fuoco che le arde attorno. Per l’esercito israeliano è il fronte nord che non va mai sottovalutato. Per il partito armato di Hezbollah è una manopola che regola il conflitto aperto da Hamas: possono garantire la nervosa calma di queste settimane; possono aumentare la tensione con azioni dimostrative (nei primi giorni c’è stato un lancio di razzi e un’operazione fallita di un commando); possono cercare il pretesto e causare l’incidente per una feroce offensiva. Lì in mezzo, sui confini libanesi, ci sono circa 1.400 soldati italiani.
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Roma non ha più il comando, ma è integrata, è un pilastro di Unifil, la missione militare delle Nazioni Unite per vigilare sui confini con Israele e la determinante “Linea blu”. Il governo Meloni ha rinnovato l’impegno che va avanti da quasi vent’anni con un contingente di 1.169 soldati, 388 mezzi terrestri, 7 aerei di vario tipo, una nave per il pattugliamento marittimo per una spesa totale di 149,6 milioni di euro, in leggera flessione rispetto ai 163 stanziati per il ’22. Lo stesso esecutivo ha ampliato quest’anno il contributo italiano per l’addestramento delle Forze armate libanesi, si tratta di un accordo bilaterale che prevede 190 soldati, un aereo, una nave e la protezione cibernetica di materiale non classificato per un costo di 12 milioni di euro. Come ha ricordato il governo Meloni nella comunicazione ufficiale alle Camere per il decreto missioni, la risoluzione delle Nazioni Uniti che ha generato Unifil assegna compiti precisi: «Agevolare il dispiegamento efficace e durevole delle Forze armate libanesi nel Sud del Libano fino al confine con Israele, fornendo loro assistenza nella stabilizzazione delle aree di confine, al fine di garantire il pieno rispetto della Linea blu e il mantenimento di un’area cuscinetto tra la Linea blu e il fiume Litani libera da personale armato e assetti che non siano quelli di Unifil e del governo libanese. Unifil è autorizzata ad adottare tutte le misure che ritiene necessarie per evitare che l’area di operazioni sia utilizzata per attività ostili».
Adesso i generici comunicati dei politici italiani sui rischi in Libano sono più comprensibili: se Hezbollah incendiasse il fronte nord, sarebbero le truppe Unifil e perciò pure gli italiani a intervenire per spegnerlo. In teoria. Perché in pratica sarebbe un azzardo eccessivo: «Uno scenario del genere fa paura soltanto a pensarlo. Unifil non è attrezzata a respingere un attacco massiccio di Hezbollah. Ha una capacità di controllo e di sorveglianza, non di azione diretta», spiega un funzionario italiano che ha contatti frequenti con la Nato. Hezbollah ha il denaro iraniano e ha armi dieci volti più potenti di quelle di Hamas e soprattutto ne ha una più insidiosa: i milioni di profughi. «Aiutiamo i siriani a raggiungere l’Europa», l’ha detto Hasan Nasrallah, il capo di Hezbollah, un paio di settimane fa.
La guerra Hamas-Israele e le sofferenze di Gaza hanno scompaginato i precari equilibri nel mondo islamico. Nel ricco Golfo Persico le posizioni non sono univoche: gli Emirati Arabi Uniti sono al fianco di Israele, l’Arabia Saudita è assai cauta, il Qatar è da sempre legato ad Hamas. La Turchia di Recep Tyyip Erdogan è maestra di tattica come ha ripetutamente ostentato nei rapporti con Kiev e Mosca. L’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi difende i palestinesi della Striscia, ma teme la spinta da Est, l’esodo di massa. L’Algeria s’è schierata con Hamas e trascina il litigioso Magreb lontano dai vicini europei.
Gran parte dei Paesi citati esportano metano via tubo o via nave in Italia. «Algeri sta per diventare come la Russia, e ora dove andremo a sbattere?», si chiede un ex dirigente di una multinazionale italiana del settore. Per le puntuali statistiche di Snam, nel ’22 Roma ha comprato il 34,3 per cento del metano da Algeri, una quota arrotondata per difetto perché almeno un altro 3/4 per cento proviene dal rigassificatore del porto di Panigaglia che viene rabboccato da piccole imbarcazioni algerine. L’ex colonia francese ha tecnicamente sostituito la Russia e di recente con la Russia ha stretto patti per le armi che l’Europa stenta a vendere. E mentre i rivali del Marocco fanno acquisti in Francia, Algeri compra satelliti per ricognizioni militari da Mosca. Sul podio di venditori di metano per l’Italia, che la Russia sta per abbandonare, avanzano Azerbaigian e proprio il Qatar, non proprio due esempi di rigogliose democrazie, l’uno che si accanisce sugli armeni del Nagorno Karabakh, l’altro che esercita la sua influenza finanziaria su Hamas.
La presidente Meloni ripete, e non desiste, che il “Piano Mattei” sarà presentato ai parlamentari entro novembre. Il “Piano Mattei”, nonostante la reboante etichetta, è necessario a coordinare in Africa gli interventi del governo italiano sui tre temi per eccellenza: emigrazione irregolare, fabbisogno energetico, sicurezza nazionale. La crisi in Israele complica un progetto già di per sé complicato, ma sarebbe peggio non provarci nemmeno. Com’è evidente in ogni discorso mediatico e politico, la guerra in Ucraina è scivolata in fondo, non è la priorità, e però non è finita, anzi sta per varcare il suo secondo fangoso inverno.
Su Tel Aviv, a guardarla con lenti tricolori, le esitazioni e gli imbarazzi sono a sinistra, a destra si indossano le spillette con la stella di David. Meloni ha coltivato con pazienza la sua amicizia con la comunità ebraica e con il governo israeliano, anche se Matteo Salvini ha maggiore confidenza con Bibi Netanyahu, e l’Italia si è educatamente accodata alle dichiarazioni di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia.
I sondaggi che non appaiono sui giornali e che orientano il governo, invece, da mesi registrano una insofferenza popolare verso il sostegno economico e militare agli ucraini. Non per un repentino salto nei ranghi di Mosca, ma per le prospettive collettive: l’inflazione è alta, la crescita è inesistente, si parla di attentati in luoghi ebraici simbolici. E sta per arrivare una legge di Bilancio magra, smunta, zeppa di brutte notizie. Dove infilare l’ottavo decreto di aiuti in armi a Kiev, il governo non lo sa, non lo vuole sapere. Era già partita da settembre la retorica sul denaro che manca (sincera) e le munizioni che scarseggiano (meno sincera).
Roma non potrà esimersi di elargire il suo obolo all’Ucraina, per elementari ragioni geopolitiche, ma dovrà cogliere l’attimo più opportuno a ridosso della legge di Bilancio. Perché se è vero che se cade una stoviglia a Washington, rimbomba a Berlino e oltre, è anche vero che gli elettori italiani nel ’24 saranno chiamati a impugnare le matite per votare e con quelle possono fare tanto rumore. Tanto.