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Editoriale
gennaio, 2025

La sicurezza non sia un alibi per reprimere

Bisogna affrontare il disagio sociale e non cedere all’idea di usare la paura come metodo di governo

Negli ultimi mesi il tema della sicurezza ha dominato il dibattito pubblico. Numerosi eventi di cronaca hanno acuito l’attenzione mediatica, in particolare manifestazioni di protesta sfociate in duri scontri con le forze dell’ordine. In questo contesto, il “decreto sicurezza” varato nei mesi scorsi dal governo suscita interrogativi non soltanto sulla sua efficacia, ma anche sulla sua compatibilità con i principi fondamentali dello Stato di diritto. La sicurezza è un diritto inalienabile di ogni cittadino, ma come spesso accade, la percezione si scontra con la realtà. E così norme troppo severe o repressive rischiano di alimentare un clima di sfiducia nei confronti delle istituzioni. È avvenuto all’indomani della decisione del governo di intervenire con un decreto che promette di rafforzare la presenza delle forze dell’ordine, incrementare le misure di prevenzione limitando di fatto la libertà di espressione e di dissenso individuali. Da qui il dilemma. Da un lato, la legittima richiesta di maggiore sicurezza da parte dei cittadini; dall’altro, il rischio di comprimere diritti e libertà in nome di una sicurezza percepita ma, talvolta, illusoria. È facile cadere nella tentazione di usare la paura come metodo di governo. Ecco perché l'uso strumentale della legislazione in materia di sicurezza ha già dimostrato di avere conseguenze devastanti in termini di diritti civili e rispetto della legalità.

 

Nelle ultime settimane diverse manifestazioni hanno riproposto il dissenso di chi teme che il decreto non faccia altro che criminalizzare situazioni e comportamenti, senza affrontare la radice del problema. La sicurezza non può diventare un alibi per giustificare misure repressive, evitando di affrontare alla radice la discriminazione sociale. È essenziale ricordare che la sicurezza vera si costruisce su basi solide: un welfare efficace, opportunità di lavoro per i giovani e un’inclusione sociale che non lasci indietro nessuno. E purtroppo le cronache più recenti hanno evidenziato che, in molte situazioni, su questi punti la risposta delle istituzioni non c’è o è stata tardiva e inefficiente. Ecco perché diventa fondamentale riflettere sulla necessità di investire non sulla repressione, ma sulla prevenzione. Formazione, educazione e dialogo sono le chiavi per una società coesa e pacifica e quindi più sicura. Bisogna rimettere al centro la comunità e il suo protagonismo, avviando un processo di recupero di fiducia nei confronti delle forze dell'ordine e delle istituzioni. Insomma la sicurezza deve essere anche e soprattutto sinonimo di giustizia. È fondamentale sostituire la logica dell'emergenza con una visione di lungo periodo.

 

Nel numero de L’Espresso in edicola da oggi - 24 gennaio - vogliamo stimolare una riflessione e un dibattito che proponga soluzioni, perché la sicurezza deve essere una costruzione collettiva, non frutto di mera imposizione. La vera sfida è costruire un modello di società dove ogni cittadino possa sentirsi al sicuro, non solo grazie alla presenza delle forze dell’ordine, ma anche e soprattutto grazie al senso di comunità e solidarietà.

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