Tajani: "Preoccupati per i civili". Katz: "Annetteremo parti della Striscia". Le famiglie degli ostaggi "inorridite" per la ripresa delle operazioni militari

Non si ferma l’offensiva israeliana a Gaza. Un raid ha causato 40 morti a Jabalia, 19 dei quali in una clinica sanitaria dell'Unrwa, l'agenzia dell'Onu per i rifugiati palestinesi. Per l'Idf sono stati colpiti i militanti di Hamas "all'interno di un centro di comando e controllo utilizzato per coordinare l'attività terroristica". Ma dopo l'ultima offensiva di Tel Aviv, sono arrivate le proteste della comunità internazionale. Il ministro degli Esteri del Regno Unito, David Lammy, ha dichiarato che Londra "non sostiene" la scelta israeliana di riprendere le operazioni militari nella Striscia, invocando ancora una volta il ritorno al cessate il fuoco. Il capo della diplomazia inglese, oltre a rilanciare l'allarme sulla carenza di aiuti, ha definito la Striscia di Gaza "il posto più pericoloso al mondo" per gli operatori umanitari. Rispondendo ad alcune domande durante il Question time alla Camera, è intervennuto anche Antonio Tajani: "Il governo (italiano, ndr) è in prima linea nell'impegno prioritario per il cessate il fuoco e la liberazione di tutti gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas e per favorire l'accesso dei beni umanitari a Gaza". Il ministro degli Esteri italiano ha aggiunto di aver ribadito alla controparte israeliana "la necessità di una reazione proporzionata", perché "siamo preoccupati per la situazione della popolazione civile e per le troppe vittime", ripetendo che l'Italia insiste per la "soluzione dei due Stati" e "vanno create le condizioni per riavviare il dialogo politivo" in questa direzione.

Da un mese non entrano più aiuti

A un mese dalla ripresa delle operazioni dell’Idf nella Striscia, e a trenta giorni dal blocco dell’ingresso di qualsiasi umanitario nell’enclave palestinese, Medici senza frontiere lancia l’allarme: “Stiamo esaurendo le forniture mediche essenziali”. Le attività militari di Tel Aviv proseguono: all’alba di oggi - 2 aprile - ci sono stati almeno 21 morti in due distinti raid, che si sommano alle oltre mille vittime che si contano dalla fine del (fragile) cessate il fuoco durato quasi due mesi. Ma mentre il ministro della Difesa, Israel Katz, ribadisce l’obiettivo di “impossessarsi di vaste aree che saranno annesse allo Stato di Israele”, il nuovo piano del governo Netanyahu, che oggi sarà a Budapest da Viktor Orban nonostante su di lui penda un mandato d’arresto della Corte penale internazionale, deve scontrarsi con le sempre più rumorose proteste delle famiglie degli ostaggi, che si dicono “inorridite” dall’espansione dell’offensiva militare a Rafah, nel Sud della Striscia.

Il piano di Katz

La tregua è ormai un lontano ricordo. Katz ha annunciato che l’esercito israeliano sta intensificando ulteriormente le sue operazioni a Gaza per conquistare “vaste aree”: l’operazione, ha dichiarato in un comunicato, “si sta espandendo per distruggere e liberare l’area dai terroristi e dalle infrastrutture terroristiche, e per conquistare ampie aree che saranno incorporate nelle zone di sicurezza israeliane. Per costringere Hamas - ha aggiunto - a fare un passo indietro”. Ieri - 1 aprile - il quotidiano americano Axios ha rivelato, citando un funzionario militare di Tel Aviv, che l’esercito pianifica l’espansione dell’invasione di terra fino al 25 per cento di Gaza entro le prossime settimane. E sempre ieri, mentre il ministro della Difesa era in tour nei Territori occupati e annunciava che il suo governo non consentirà all’Anp di Abu Mazen di governare la Cisgiordania, è arrivato l’ordine di evacuazione anche per gli abitanti di Rafah, al confine con l’Egitto: “Non ascoltate i tentativi di Hamas di impedirvi di evacuare per rimanere suoi scudi umani”, ha scritto su X il portavoce in lingua araba dell’Idf, Avichay Andree. Ma la società israeliana è spaccata - le divisioni, già intense prima del 7 ottobre, sono aumentate da quando Netanyahu ha scelto di riprendere i combattimenti a Gaza - e tra le “opposizioni” ci sono le famiglie degli ostaggi (sono ancora 59 in mano ad Hamas). 

Le proteste delle famiglie degli ostaggi

L’Hostages and missing families forum in una dichiarazione ha accusato il governo di aver “deciso di sacrificare gli ostaggi per il bene dei ‘guadagni territoriali’. Invece di garantire il rilascio degli ostaggi attraverso un accordo e porre fine alla guerra - si legge - il governo israeliano sta inviando più soldati a Gaza per combattere nelle stesse aree in cui le battaglie hanno avuto luogo ripetutamente”. Le famiglie “sono rimaste inorridite quando si sono svegliate con l’annuncio del ministro della Difesa che l’operazione militare a Gaza sarebbe stata ampliata allo scopo di ‘catturare un vasto territorio’”. La responsabilità del rilascio degli ostaggi ancora detenuti da Hamas, secondo le loro famiglie, “ricade sul governo israeliano. La nostra grave preoccupazione è che questa missione sia stata spinta fino in fondo alle sue priorità e sia diventata semplicemente un obiettivo secondario”.

Msf: "Mancano i beni primari"

È passato un mese da quando il governo israeliano ha deciso di bloccare l’ingresso di qualsiasi tipo di aiuto nella Striscia. “Stiamo esaurendo anestetici, antibiotici e molte altre forniture mediche essenziali - scrive Medici senza frontiere in una nota -. A causa del razionamento, siamo costretti a curare le ferite dei pazienti senza fornire alcun antidolorifico. Chiediamo alle autorità israeliane di mettere immediatamente fine alla punizione collettiva della popolazione palestinese”. La nota di Msf prosegue: “Le persone sono private di beni primari, come cibo, acqua e medicine mentre le forze israeliane continuano a bombardare la Striscia di Gaza, rischiando di causare un alto numero di complicazioni sanitarie e di morti'', prosegue la nota di Msf. ''Da oltre un mese nessun aiuto umanitario o camion entra a Gaza, segnando il periodo più lungo dall'inizio della guerra senza l'ingresso di camion nella Striscia e il 2 marzo, un mese fa, le autorità israeliane hanno imposto un assedio totale di Gaza. Il 9 marzo hanno tagliato l'elettricità, necessaria per alimentare gli impianti di desalinizzazione dell’acqua. Un blocco totale degli aiuti e dell’elettricità che sta privando la popolazione dei servizi più basici. Una vera e propria punizione collettiva”.

 

Intanto un’inchiesta del Guardian ha rivelato alcuni particolari sulla morte, lo scorso 23 marzo, di 15 paramedici palestinesi. Secondo quanto scrive il quotidiano britannico, gli operatori sono stati uccisi dalle forze israeliano “uno a uno”, per poi essere sepolti - ha dichiarato l’Onu - in una fossa comune nel Sud di Gaza. Quindici paramedici e soccorritori palestinesi, tra cui almeno un dipendente delle Nazioni Unite, sono stati uccisi dalle forze israeliane “uno ad uno” e sepolti in una fossa comune otto giorni fa nel sud di Gaza, ha dichiarato l’Onu. Secondo l'Ufficio per gli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha), gli operatori della Mezzaluna rossa palestinese e della protezione civile erano in missione per salvare i colleghi che erano stati colpiti all'inizio della giornata, quando i loro veicoli contrassegnati sono finiti sotto il pesante fuoco israeliano nel distretto di Tel al-Sultan a Rafah. Un funzionario della Mezzaluna Rossa di Gaza ha dichiarato al Guardian che c'erano prove che almeno una persona fosse stata trattenuta e uccisa, poiché il corpo di uno dei morti era stato trovato con le mani legate.

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