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Napoli e quei baby camorristi senza futuro

La morte del giovane Davide Bifolco ucciso da un carabiniere riaccende i riflettori sull'emergenza criminalità nella città campana. E sui ragazzi che ora guidano lo storico clan Giuliano

Davide Bifolco avrebbe compiuto diciassette anni  tra due settimane. Invece è morto, mentre cercava di fuggire a un controllo. Uno dei carabinieri che lo inseguivano ha sparato: un unico colpo, letale. «Sono scivolato, è stato un incidente», si è difeso il militare.

L’omicidio ha provocato la rivolta del rione Traiano che segna il confine tra il quartiere Soccavo e Fuorigrotta. In questo squarcio di periferia napoletana tra barricate, assalti contro le forze dell’ordine, urla di dolore dei familiari e tanta voglia di vendetta, c’è chi invoca: «La camorra ci protegge, lo Stato ci uccide». La strada come valvola di sfogo di un malessere più profondo. Di una violenza che scorre sotto la pelle della città e che al primo corto circuito riemerge con la forza di un fiume in piena.

[[ge:espresso:attualita:1.179865:article:https://espresso.repubblica.it/attualita/2014/09/11/news/omicidio-bifolco-un-video-esclusivo-dell-espresso-racconterebbe-un-altra-verita-1.179865]]Davide non aveva guai con la giustizia, non aveva un lavoro, non aveva finito la scuola dell’obbligo. Era uno dei tanti ragazzi di Napoli senza futuro, che affidava a Facebook rabbia, emozioni e paure. Un esercito di guaglioncelli cresciuti nei sobborghi dove i clan trasformano il degrado in risorsa per “il Sistema”. In questo mucchio la camorra sceglie la sua ultima leva di pistoleri, con il volto da bambini e il revolver in tasca. A giugno gli agenti che avevano fermato un gruppo di giovanissimi in motorino sono stati bersagliati con mitra e pistole. Tanti adolescenti ingaggiati come manovalanza armata, mentre c’è già una famiglia storica interamente guidata da baby-boss, che hanno deciso di scalare i vertici della criminalità locale.

[[ge:rep-locali:espresso:285503423]]Forcella è sempre stato il termometro del ventre di Napoli, una pancia di vicoli sgarrupati e ricchezze illecite dove si possono intuire gli equilibri oscuri dei clan. Lì l’eco delle pistolettate ha annunciato tempesta: grilletti facili, che fanno fuoco tra la folla contro la polizia e sparano solo per sentirsi importanti. Ma non si riesce a capire se è l’ouverture di una guerra di camorra o l’esordio armato di una nuova generazione. Il quartiere infatti è in mano a una masnada di ragazzini, dal cognome importante e l’ambizione smisurata: gangster senza calcolo, senza mentalità mafiosa. Scugnizzi cresciuti troppo in fretta, che vogliono tutto e subito. 
Le loro foto su Facebook li mostrano pronti per la serata in discoteca con un dj che ha fatto ballare tutta Europa scandendo il ritmo ipnotico di “Gallo Negro”. Hanno sguardi eccitati, caricati dalle strisce di cocaina. Piercing al labbro, orecchini al naso, pelle affrescata di tatuaggi tribali, di nomi di ragazze, di madonne e di croci imitando i campioni come “el Pocho” Lavezzi e Marik Hamsik.

Affamati di divertimento, frequentano i migliori locali di Napoli e ogni estate volano a Ibiza per un agosto senza limiti. Insomma, sono identici ai loro coetanei. Ma si sentono diversi, impazienti di affermare il loro ruolo nella dinastia criminale dei Giuliano, che per vent’anni ha reso Forcella capitale di una camorra rinnovata: una potenza criminale che è rimasta nella storia per avere ospitato le sere folli di Maradona nella vasca a forma di conchiglia. Gli inquirenti li chiamano “I nuovi Giuliano”, spesso semplificato in “Giulianos” alla maniera dei Sopranos. Somigliano terribilmente alla gang ragazzina di Genny Savastano della fiction Gomorra: incosciente, gradasso, incattivito dall’educazione del padre-padrino don Pietro. Non ancora ventenni, incapaci di concepire un futuro che non sia soldi e violenza. 

La storia
Io, ex soldato della Camorra, vi spiego il male
12/9/2014
Sognano un letto sommerso di quattrini. L’ossessione è tale che molti di loro portano come fibbia sui jeans, stretti e col cavallo basso, il simbolo del dollaro. Per il denaro sono disposti a tutto. Ma a differenza di chi li ha preceduti non hanno grandi mire o strategie di investimento. Bruciano le mazzette in fretta. Quello che guadagnano con le estorsioni, le rapine, lo spaccio, finisce la sera stessa per lo champagne nei privé delle discoteche dove sono i benvenuti. O per gli abiti griffati nelle boutique che stendono il tappeto rosso al loro arrivo. Guappi che vogliono comandare il rione e poi l’intera città. E sparano. Tanto, troppo. Basta uno sguardo sgradito per mettere mano al revolver. Basta avere una fidanzata che piace a loro. Basta avere un oggetto che loro desiderano. Basta niente e tirano fuori l’arma. 

I RAID IN SCOOTER
Per questo gli investigatori faticano a interpretare gli ultimi scontri, interrotti solo dalle vacanze agostane. C’è chi teme una vera guerra, tra i Giulianos e i Mazzarella, gli eredi delle famiglie nate dal contrabbando che trent’anni fa si coalizzarono per strappare a Raffaele Cutolo il controllo del centro di Napoli. All’impero commerciale dei Mazzarella, che gestisce una holding industriale dei falsi di qualunque genere, serve tranquillità: ogni delitto scatena l’attenzione delle forze dell’ordine. Ma non possono tollerare l’invadenza dei giovani leoni.

A febbraio quattro ragazzi in motorino si sono lanciati nel territorio dei Mazzarella: come cowboy, in pieno pomeriggio hanno messo in mostra le pistole tra la gente, continuando a girare nelle strade. Poi in via Sant’Arcangelo a Baiano, sotto la casa di un boss rivale, hanno cominciato a sparare contro i muri, urlando minacce. Il 25 giugno le pallottole sono volate in piazza Mercato, lasciando a terra due persone. E quando il 9 luglio scorso Oreste Giuliani, classe 1993, è stato abbattuto da una raffica alla schiena sul selciato di via Duomo, i dubbi sono tornati a riproporsi: è stato ucciso per uno sgarro o è una vittima del conflitto tra clan?
Perché tra gli inquirenti c’è chi pensa che i vecchi schemi siano saltati. E nella frenesia pistolera dei Nuovi Giuliano vita e morte non significano più guerra e pace, ma sono solo variabili di una ordinaria esistenza di strada. Loro vogliano diventare i capi, ma esagerano nell’usare il “ferro”, il revolver. Fanno valere la discendenza diretta con il padrino che conquistò Napoli, ma spaventano i passanti con paranze improvvisate che sparano a salve, forse esercitandosi in vista di esecuzioni reali. Ostentano il loro rango ereditario per piegare i commercianti alle richieste di mazzette (da mille a 100 mila euro, a seconda della grandezza del negozio). O per aggregare orde di adolescenti, cani sciolti che bramano soldi e potere, “guaglioncelli” pericolosi perché imprevedibili.

È un magma, caldissimo e devastante, che non si stabilizza: non ci sono gerarchie rigide; più che ai mafiosi, somigliano agli ultras della curva da cui hanno ricalcato miti e valori. Copiano stereotipi criminali visti nei film e nelle serie tv, idolatrando lo Scarface di Al Pacino che muore imbracciando il mitra. E fanno proprie espressioni e atteggiamenti: «Quella è una tigre e un giorno sarà mia», ha scritto uno di loro qualche giorno prima di essere ucciso. Ma c’è spazio anche per le frasi pronunciate dai protagonisti de “Il clan dei camorristi”: «Se non ci siamo non ci siamo, ma se ci siamo comandiamo noi e basta». 0 per massime prese dal copione di “Natural born killer”: «Un cacciatore mi disse: vuoi venire a caccia di uccelli? No mi dispiace io vado solo a caccia di cristiani». Il lessico che utilizzano è impregnato di finzione televisiva. Il padrino dello schermo è l’esempio da seguire. Consapevoli che la loro vita è appesa un filo, mettono in conto pallottole, agguati e blitz: «Rischiamo insieme, e moriremo insieme» è la promessa tra due fratellini di malavita.

FUOCO SULLA POLIZIA
Il commento
Se lo Stato umilia i suoi servitori
11/9/2014
Sfrecciano senza casco su scooter potenti, come l’Honda Sh 300 e il Tmax, nuovi status symbol. E non temono le forze dell’ordine. La polizia presidia quelle strade con i Falchi, agenti in borghese su moto enduro. Il 26 giugno una di queste pattuglie ha sorpreso Luigi Giuliano, nipote diciannovenne del padrino, mentre obbligava una persona a inginocchiarsi davanti a lui. Il capo branco non ha esitato: è fuggito sparando. Sette proiettili esplosi durante un inseguimento tra i vicoli, in pieno pomeriggio e con mamme e bambini a passeggio. Poteva essere una carneficina. Il rampollo non ha imparato niente dalle tragedie del passato, o forse nessuno gli ha mai raccontato il dramma di Annalisa Durante, la quattordicenne ammazzata per errore proprio in quelle strade dieci anni fa. Il Giuliano adolescente si è costituito qualche giorno dopo: si è consegnato in Molise. “Radiocarcere” fa sapere che ha voluto evitare Napoli per non finire in cella a Poggioreale o a Secondigliano.

Dove il suo attivismo calibro nove potrebbe venire punito dai vecchi boss degli altri quartieri, sempre più insofferenti per le prodezze di questi ragazzini. Tutti i clan ormai arruolano bambini soldato, ma cercano di frenarne gli eccessi. Nella notte del 6 gennaio tre ragazzi in sella a un unico scooter sono stati fermati da una volante. Michele Marzio, venti anni, non ha esitato: ha sparato, ferendo due agenti. Poi ha festeggiato fino all’alba con cornetti e champagne, baciando la pistola: «Quanto sei bella». La baldoria è finita in fretta: è stato arrestato dopo 48 ore, tradito dalle confessioni dei compagni. Persino la madre ha chiesto perdono ai poliziotti: «Mio figlio deve pagare». Michelino è ritenuto vicino ai Mazzarella, che hanno interessi troppo grandi per finire nei guai per una bravata.

LO STATO LATITANTE
Ai loro rivali Giulianos invece non interessa la pax mafiosa: non devono gestire appalti o traffici internazionali. Fanno soldi con il racket, le rapine o rivendendo droga acquistata dai narcobroker sul territorio. Ma sono già i padroni di Forcella e in poco tempo hanno conquistato almeno cinque piazze di spaccio. Ognuna può fruttare anche 20 mila euro a settimana: una bustina di coca scadente ormai si trova a 20-25 euro. Il nucleo principale è piccolo: una ventina di fedelissimi, tutti imparentati tra loro. Poi c’è la manovalanza, la banda di adolescenti pronti a tutto per mettersi in mostra. Insomma, secondo fonti investigative, tra reclute e piccoli boss sarebbero una cinquantina. Comanda chi porta un cognome di rispetto e ha dimostrato di non temere nulla. Nelle piazze, i capi restano in disparte e mandano avanti “i soldati”, ansiosi di esibire la loro ferocia. Ma sono soltanto ipotesi, visto che manca un’indagine completa sui banditi metropolitani di Forcella. «Sono saltati gli schemi classici», spiega un altro investigatore, «sono più simili a gangster che ad affiliati della vecchia famiglia che dovevano prestare giuramento e avevano delle regole precise da rispettare». 

La procura distrettuale antimafia e la Squadra Mobile non intendono assistere alla crescita di questo clan. Dopo l’omicidio di Oreste Giuliani, sono scattate perquisizioni nelle case di quaranta persone ritenute vicine alla gang. Un segnale per cercare di riconquistare la fiducia del quartiere, terrorizzato dalle esibizioni dei pistoleri in motorino. «Lo Stato c’è» osserva Geppino Fiorenza di Libera Campania «la polizia e i carabinieri controllano il territorio, la procura è attenta, ma non basta». Qui le associazioni che cercano di diffondere il seme della legalità portano avanti tante iniziative: «Penso al progetto messo in piedi dal padre di Annalisa Durante, una biblioteca a disposizione di tutti gli abitanti di Forcella. Sono queste le esperienze che vanno sostenute, e che oggi vanno avanti tra mille difficoltà». Ma la presenza delle istituzioni è sempre più rarefatta. Ci sono simboli come lo storico Teatro Trianon, amato da Totò, finiti all’asta per i debiti degli enti pubblici e adesso a rischio speculazione. Ci sono problemi antichi, a partire dalla disoccupazione: «Ci vuole un’overdose di opportunità per i giovani di questo quartiere», sottolinea Fiorenza. Ma oggi le alternative al fascino dei baby boss sono poche. E il seguito dei Giulianos si ingrossa ogni giorno. Un potere che si materializza nelle orde di scooter che sciamano nei vicoli spingendo sul gas fino a costruire un rombo minaccioso. La Napoli borghese, quella dell’Università Orientale e di corso Umberto, resta dietro l’angolo e teme il peggio.

LA SCOMUNICA
Il vecchio re di Forcella, Luigi “Lovigino” Giuliano, ha preso pubblicamente le distanze da questi emuli. La sua camorra era un impero solido, che uccideva ma creava consenso sociale. Prima il contrabbando, poi la droga, il totonero, le scommesse e infine il gioco d’azzardo. Lui e i fratelli erano manager di un’economia sommersa che sfamava migliaia di persone. Investivano i proventi criminali in attività legali: case, aziende, imprese. Avevano persino messo in piedi una sorta di welfare per i bisognosi, che serviva a fare proselitismo negli anni neri del terremoto. Pure il successo dei cantanti neomelodici nasce da loro: producevano i dischi, finanziavano gli artisti. Lovigino si vanta di avere scoperto Gigi D’Alessio, con cui scrisse un brano. Un modo per diffondere la loro autorità e incassare altro denaro. Era ricco, Luigi “Lovigino” Giuliano. Lo erano anche i suoi fratelli. Talmente ricchi, che uno di loro aveva montato una vasca da bagno a forma di conchiglia nella sua residenza reale incastonata tra i palazzi lesionati dal sisma. Lì dove Diego Armando Maradona veniva a divertirsi, tuffandosi nella conchiglia della perversione. Un altro mondo. “O Rre” ha abdicato da tempo: è un collaboratore di giustizia, che ha messo a verbale omicidi e traffici. È lontanissimo dai vicoli, caduti in mano a quei nipotini che non conoscono regole, né limiti. Che non ascoltano le ballate dei neomelodici ma sono cresciuti con il martellare della musica elettronica. E se ne fregano del futuro.

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