Lo scontro sulla riforma della scuola rafforza l’immagine degli insegnanti. E dopo anni grigi fa riscoprire il prestigio della loro professione. Ecco perché

scuola, insegnanti, professori
L’apoteosi del mestiere di insegnare avrà il suo culmine a Cannes, alla fine della proiezione di “Mia Madre”. Quando nella sala di uno dei festival più importanti del mondo, davanti agli occhi umidi del pubblico di addetti ai lavori dell’ultimo, commovente film di Nanni Moretti, le frasi degli ex alunni concluderanno il ritratto di una professoressa che «ha insegnato la vita, ancora più delle altre materie».

Così l’unico film davvero “italiano” in concorso - gli altri due, “Youth”e “Il racconto dei racconti-Tale of tales”, sono recitati in inglese da divi hollywoodiani - celebra un lavoro sottovalutato, che invece vince a mani basse nel confronto con altri mestieri più altisonanti. Meglio un professore, fa capire il film, dell’imprenditore che compra e distrugge aziende, dell’ingegnere che può dimettersi da un giorno all’altro senza rimpianti di nessuno. Meglio in special modo di tutto quello che ha a che vedere con la “settima arte”: «Il cinema è merda, recitare è una perdita di tempo», sentenzia Margherita Buy, protagonista e alter ego di Moretti.

Dati
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Il film è ispirato alla madre del regista, Agata Apicella, amatissima professoressa di latino e greco al Liceo Visconti di Roma. Ma arriva in sala ora, a cinque anni dalla morte della donna, e sembra la conferma definitiva della recente ondata di apprezzamento per il mestiere di professore: un fenomeno confermato da segnali che arrivano da direzioni molto diverse. Dal numero di candidati ai test per l’ammissione ai Tfa, i tirocini formativi che aprono la strada alla professione: sono stati oltre centomila a competere per i 22.450 posti in questi corsi, che oltretutto sono a pagamento (circa 2.500 euro) e non garantiscono di superare un concorso che non si sa quando sarà bandito.

Il prestigio dei prof trapela dalla lista degli autori più amati dai lettori italiani: insegnano alle superiori i re del bestseller Alessandro D’Avenia e Fulvio Ervas, i vincitori del Campiello Paola Mastrocola e Carmine Abate, commentatori come Eraldo Affinati, Marco Lodoli, Mariapia Veladiano. E dal successo delle fiction incentrate sulla vita - realistica - e le opere immaginarie di insegnanti come Veronica Pivetti (“Provaci ancora prof”) o Luciana Littizzetto (“Fuoriclasse”).

Ma soprattutto il prestigio della categoria spicca nelle parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi. Proprio lui, che è abituato a liquidare con una battuta acida chiunque si opponga allo schiacciasassi dei suoi progetti di riforma, dopo lo sciopero contro “La Buona Scuola” ha ammesso: «Non ho saputo spiegare il valore delle cose che stiamo facendo, me ne assumo piena responsabilità». Un’autocritica che ha fatto scalpore e ha aperto la strada a possibili ritocchi di una riforma che, nel piano originale del premier, doveva essere approvata in blocco, senza se e senza ma, prima delle elezioni regionali del 31 maggio.

Il commento
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Certo, il rispetto di Renzi passa per un dato molto personale: insegna lettere in un liceo fiorentino Agnese Landini, la nostra schiva First Lady, che non ha rinunciato all’insegnamento per seguire il marito a Palazzo Chigi. L’ondata di orgoglio dei professori parte però dai professori stessi, ed è evidente quando si parla con alcuni di loro. «Siamo punto di riferimento essenziale per i bravi ragazzi di Scampia che hanno voglia di riscatto», racconta Natale Bruzzaniti, docente di elettronica e informatica  all’Istituto Tecnico Galileo Ferraris. Una scuola che è al centro di uno dei quartieri-simbolo della malavita, e che ha permesso a quel quartiere di far notizia per un’eccellenza inattesa: è successo quando Roger Abravanel e Luca D’Agnese, nel saggio “La ricreazione è finita” (Rizzoli) lo hanno citato come l’istituto tecnico che procura ai suoi studenti le migliori offerte di impiego.

Un risultato che è frutto di un lavoro di squadra, spiega Bruzzaniti: «Siamo un team di docenti motivati e affiatati, e cerchiamo di andare incontro a quello che serve alle aziende che ci circondano. La nostra scuola funziona bene da anni: abbiamo una buona organizzazione interna e siamo riusciti a far fruttare tutti i progetti ministeriali per l’uso di nuove tecnologie. Teniamo i rapporti con le aziende – poche – che in questa zona lavorano nel settore tecnico: aziende informatiche, elettroniche, aeronautiche. Gli studenti durante gli anni di scuola effettuano tirocini in cui costruiscono competenze subito spendibili nel mondo del lavoro. Lavorare in una scuola come questa è una cosa che riempie di orgoglio».

C’è orgoglio anche nella voce di Antonio De Rito, docente di Italiano e Latino del Liceo Classico Borrelli di Santa Severina, un bellissimo borgo in provincia di Crotone. «Dalle nostre aule passa ancora oggi la strada che porta all’ascesa sociale», racconta. «Altre scuole sono sempre più spesso un parcheggio. Qui invece riusciamo a mantenere un rapporto personale con gli alunni, anche perché sono solo duecento. Ognuno di loro si sente davvero seguito, e capisce che quello che fa a scuola lo fa per se stesso». De Rito fa un esempio recente, di un padre che «veniva agli incontri con i professori guidando l’Ape con cui faceva legna nei boschi e chiedeva una sola cosa: “Mio figlio è rispettoso?”. Era rispettoso, sì, e anche bravo: oggi quel ragazzo studia ingegneria».

Il rispetto di cui i professori godono in Italia lo ha misurato Ilvo Diamanti in un sondaggio pubblicato su “Repubblica” pochi giorni fa. Insegnare in una scuola media o in un liceo è un mestiere prestigioso per quasi 60 italiani su cento, è il risultato dell’indagine condotta da Demos e Coop. Un dato ottimo, e soprattutto un notevole balzo in avanti rispetto a un anno fa, quando gli italiani che provavano rispetto per i docenti erano quasi il 20 per cento in meno. Più dei professori, piacciono però i maestri delle elementari, che hanno un gradimento del 62 per cento: appena sotto il medico, il docente universitario e il magistrato. Sicuramente, poi, è meglio essere professore che avvocato (49%) o giornalista (44%). 

Riforme
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È un risultato particolarmente importante visto che proprio pochi mesi fa uno degli osservatori internazionali più autorevoli sul mondo scolastico, quello che affianca le edizioni Pearson e l’Intelligence Unit del settimanale inglese “The Economist”, aveva stabilito che l’indicatore più importante che spiegava il successo scolastico di un paese era appunto lo status sociale di cui in quel paese godevano gli insegnanti. Il rispetto è altissimo in Corea del Sud e Finlandia, proprio i due campioni dei test di valutazione internazionale. Questi due paesi così lontani e differenti si somigliano perché riconoscono agli insegnanti uno status sociale paragonabile a quello delle altre professioni più rispettate, e questo attrae i soggetti migliori verso la professione.

La stessa ricerca sfatava un mito, dimostrando che non sono i soldi spesi dallo Stato a costruire una scuola migliore. O almeno, non bastano. La qualità dell’istruzione in un paese non è direttamente legata alla percentuale del Pil o della spesa pubblica che lo Stato investe in questo campo: una paradossale buona notizia per l’Italia, che all’istruzione destina investimenti molto bassi, rispettivamente il 4,2 e l’ 8,6 per cento. Non conta neanche il livello di stipendio dei docenti: un campo in cui, contro le aspettative, i professori italiani non sembrano passarsela tanto male. I loro stipendi sono infatti del 30 per  cento più alti rispetto alla media nazionale: meno della Corea del Sud (che arriva a +64 per cento) ma molto più della Finlandia, e anche di tantissimi altri paesi con ottime scuole pubbliche come Norvegia, Svezia, Francia, Austria.

A rendere appetibile uno stipendio da insegnante ci si è messa anche la crisi. Con una disoccupazione giovanile del 43 per cento, e uno stipendio netto mensile che secondo la Cgil per un neolaureato è sotto i 1000 euro al mese, i quasi duemila euro lordi di un professore neoassunto diventano più che appetibili: anche perché portano con sé le garanzie di un contratto pubblico - ferie, malattie, contributi,  maternità. Tutti miraggi per una generazione che strappa a stento bassi salari per contratti a termine che le giovani donne si sentono giustificare così: «L’ultima volta che abbiamo assunto una donna, lei poi è rimasta incinta!».

Ma non è per soldi che si sceglie di insegnare: conta certamente di più il miraggio di una qualità della vita invidiabile, fatta di ritmi di lavoro umani che lasciano spazio al tempo per sé. Dati su dati hanno cercato di smentire la nomea di fannulloni che trapela ancora dalle critiche del ministro del Lavoro Giuliano Poletti alla durata delle vacanze scolastiche e dai progetti di Renzi di tenere le scuole aperte tutto il giorno («Noi ci stiamo provando, ma senza trasporti pubblici come ci arrivano qui i ragazzi?», commenta il professor De Rito). In realtà le ore di lavoro non sono solo 18 (quelle sono le ore di lezione) ma 39: una cifra che, secondo l’Ocse, mette i nostri professori nella media europea. Ma sono comunque meno ore di quelle che si sente richiedere oggi il neoassunto medio.

Tempo libero i professori ne hanno, e si vede, perché lo impiegano bene. Leggendo: sono lo zoccolo duro di quei lettori forti che ancora sostengono l’editoria italiana. Andando a festival e incontri letterari: dal Festivaletteratura di Mantova a quello dell’Economia di Trento, da Pordenone a Polignano, gli insegnanti sono una fetta consistente degli spettatori. Senza contare chi si dedica alla musica: dal decano dei cantautor-professori Roberto Vecchioni al professor Bruzzaniti, che a Scampia non si limita a insegnare informatica ma compone musiche e organizza spettacoli, a Mario Camporeale, che divide il suo insegnamento tra le scuole medie romane (quest’anno è al “Viscontino” di via Palombella) e la Scuola Popolare di Testaccio.

Precario da 29 anni, alle spalle un diploma in conservatorio in chitarra classica, Camporeale ha la passione di organizzare bande di bambini: «Ho iniziato nella mia prima media romana, all’Idroscalo, a 200 metri da dove è morto Pasolini. Ho chiesto al preside trecentomila lire, ho comprato una grancassa, un rullante e dei piatti, e poi flauti, e quello che abbiamo trovato. Abbiamo suonato nell’Aula Magna della Sapienza, e ricordo l’emozione dei ragazzi: per molti di loro era la prima volta che mettevano piede a Roma».

Risultati come questi danno senso alla professione di insegnante. Anche perché quando gli anni di carriera si accumulano, e gli stipendi salgono solo per anzianità, quello che dà soddisfazione è altro. «I risultati che otteniamo nelle Olimpiadi di Matematica nascono da un impegno di tutto l’anno di studenti e professori», racconta Giusi Greco, che con la  sua squadra di studenti del Liceo Scientifico Stampacchia di Tricase (Lecce) ha collezionato due menzioni d’onore e una medaglia d’oro alle olimpiadi che si sono appena svolte a Cesenatico. È un liceo che ultimamente si è fatto spesso notare alle selezioni per la facoltà a numero chiuso in tutta Italia: quest’anno per esempio i primi due nella classifica di medicina all’Università Cattolica di Roma venivano da qui.

Lo stesso orgoglio suona nelle parole di Cristina Pasquali dell’Istituto Tecnico Pacioli di Crema, una delle 22 scuole di eccellenza italiane secondo la classifica dell’Indire, l’ente di ricerca scolastica del Miur. «Insegno da 28 anni e ho sempre trovato intorno a me grossi stimoli: il confronto tra colleghi aiuta a migliorare». È grazie a questo clima di collaborazione che il Pacioli è diventato una scuola davvero unica: «Siamo stati tra i primi ad aderire ai Global Teaching Labs del Mit di Boston», racconta. «Grazie a questo accordo, alcuni studenti del Mit vengono a Crema per tre settimane in gennaio e fanno lezione di materie scientifiche in inglese. Un ottimo sistema per migliorare le competenze scientifiche e linguistiche, che sono due tradizionali punti deboli della scuola italiana».

L’innovazione non dura solo tre settimane l’anno: al Pacioli molte lezioni si tengono nelle “Aule 3.0”, ideate per favorire lo studio di gruppo, un sistema di insegnamento promosso dalla European School Net  della Comunità europea e che in molti paesi, dalla Finlandia in giù, sta soppiantando la tradizionale lezione con il docente in cattedra. «L’aula è divisa in “isole” di otto banchi uniti da una postazione multimediale», racconta la Pasquali. «Il materiale di studio passa sul video, i ragazzi lo discutono e questo favorisce l’insegnamento “peer to peer”, tra compagni, che è particolarmente efficace. Ma anche il rapporto tra studenti e professori migliora». È da qui, dai ragazzi che arrivano i riconoscimenti più importanti. È grazie  a loro che l’anno scorso in Italia 94 professori su cento hanno dichiarato all’Ocse di essere soddisfatti del proprio lavoro: un record di cui andare davvero orgogliosi.

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