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Attualità
giugno, 2021

«È giusto puntare sulla siderurgia altrimenti finiremo succubi di Usa e Cina»

Giuseppe Pasini, presidente Gruppo Feralpi: «Avere una forte produzione nazionale di acciaio evita di essere in balia di fenomeni esterni»

«Puntare sulla siderurgia significa investire in modo strategico sul futuro di un paese perché l’acciaio ha una filiera talmente lunga da garantire ricchezza, occupazione e sviluppo economico. Draghi l’ha capito e ha messo a punto progetti ambiziosi, fra cui il risanamento dell’ex Ilva». Secondo Giuseppe Pasini, presidente del bresciano Gruppo Feralpi - 1,3 miliardi di fatturato, oltre 1.600 dipendenti, sedi in Italia e Germania -, la direzione intrapresa è quella giusta.


Dunque lei è ottimista?
«Come imprenditore sono soddisfatto delle scelte strategiche, nei fatti molto dipenderà dalla capacità del governo di concretizzare quei piani. Sono stati messi sul piatto 2,5 miliardi di euro per la siderurgia italiana, una cifra adeguata per il rilancio dell’ex Ilva, che è un impianto importantissimo per l’Italia e per l’Europa, perché non dimentichiamo che si tratta del secondo impianto siderurgico più grande del Vecchio Continente, che negli anni ha assicurato competitività, indipendenza e ricchezza al nostro paese e all’Europa».

 

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Può entrare nel dettaglio del piano di risanamento dell’acciaieria tarantina?
«Parte dell’acciaio continuerà ad essere prodotto da altiforni, rendendoli meno inquinanti grazie all’utilizzo di nuove tecnologie e alla cattura delle emissioni nocive, il resto dipenderà dall’utilizzo di forni elettrici alimentati grazie alla tecnologia Dri, ovvero da minerale preridotto. Il piano è sensato, ambizioso e sostenibile dal punto di vista economico, occupazione e ambientale. Resta da capire quanto la città di Taranto, che ha pagato e sofferto moltissimo in questi anni, sarà in grado di raccogliere questa sfida. È indubbio che i tarantini vedono questo impianto con occhi diversi da quelli con cui lo osserviamo noi, acciaieri del Nord. Ma lo ripeto, stavolta ci sono le condizioni e i capitali per fare dell’ex Ilva uno stabilimento moderno e sostenibile. Manca solo una condivisione di obiettivi: per tutti deve essere chiaro che la siderurgia è un motore fondamentale per l’economia del paese e che oggi fare acciaio in modo sostenibile è possibile».


E questa condivisione c’è?
«Il premier Draghi si è espresso in tal senso, il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, la pensa allo stesso modo. Persino il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte ribadito che una siderurgia sostenibile e moderna deve essere al centro delle politiche industriali del Paese. Quindi sì, ci sono tutti gli ingredienti per un rilancio».

 

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Quanto terreno è stato perso in questi anni di crisi del settore?
«In realtà, nel contesto europeo, la siderurgia italiana è seconda solo alla Germania e non ha perso quote di mercato. Questo perché i privati, espressione dell’80 per cento della produzione di acciaio italiano, hanno investito e lavorato per conservare la leadership nel settore. Ora serve che lo Stato si impegni per rimettere sui giusti binari anche il restante 20 per cento della produzione, che deriva proprio dal polo siderurgico tarantino. Inoltre, dati alla mano, l’Italia sta dimostrando di essere a buon punto rispetto agli obiettivi prefissati dall’Europa al 2030 (che prevedono la riduzione del 40 per cento delle emissioni di gas rispetto ai valori degli anni Novanta e la produzione del 32 per cento di energia da fonti rinnovabili). La Germania, per esempio, da questo punto di vista è molto più indietro: deve ancora convertire dieci centrali a carbone, che oggi coprono il 35 per cento del fabbisogno energetico del paese. Al contrario l’Italia ha da decenni abbandonato il carbone e il nucleare, puntano su un’avanzata tecnologia per lo sfruttamento del gas metano. All’epoca, quella decisione era stata pagata con salate tariffe di approvvigionamento energetico (avevamo tariffe elettriche maggiorate del 40 per cento rispetto ai concorrenti stranieri), ma oggi offre un enorme vantaggio competitivo. E ancora, la Germania punterà 26 miliardi del Recovery Plan sulla trasformazione ecologica, noi ne investiremo 60, di cui 25 per favorire le rinnovabili e gli impianti a idrogeno, che potranno contribuire a ridurre l’impatto ambientale della siderurgia, notoriamente un’industria energivora».


I prezzi dell’acciaio sono alle stelle, le materie prime sembrano introvabili e costosissime e molta manifattura ne risente. Teme che i rincari possano compromettere l’industria metallurgica?
«Sia i bassissimi prezzi del 2020, sia i rincari incredibili del 2021 sono casi eccezionali che, molto probabilmente, si risolveranno con una normalizzazione dei listini nel primo semestre del prossimo anno. È però utile capire la motivazione di questo rimbalzo».


E quale sarebbe?
«La Cina produce il 60 per cento dell’acciaio del mondo e, per uscire dalla crisi generata dal Covid, ha tenuto per sé la maggior parte del materiale prodotto, puntando sull’espansione interna. Anche gli Stati Uniti hanno agganciato la ripresa spingendo produzione e autoconsumo. È quindi venuta a mancare gran parte della materia prima disponibile sul mercato internazionale e l’Europa ne ha risentito. È un meccanismo che deve essere chiaro a tutti: avere una forte produzione nazionale di acciaio evita di essere in balia di fenomeni esterni» 

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