Attualità
2 febbraio, 2026Il primo bilancio ufficiale contava 380 persone smarrite. Ma storie e testimonianze tracciano un quadro più allarmante: pochi i sopravvissuti, la denuncia dell'ong colpisce anche "il lassismo" della Tunisia
Le bare galleggianti sembravano essere centinaia, ma all'appello potrebbe mancare una cifra. Dopo il ciclone Harry, il mare ha iniziato la sua conta. Stando al bilancio ufficiale della Guardia costiera, i dispersi a seguito della tempesta delle scorse settimane sarebbero stati 380. Per Mediterranea Saving Humans, invece, “potrebbero essere mille”. Le stime dell’ong raccolgono varie testimonianze di Refugees in Libia e Tunisia, la rete di supporto ai rifugiati che unisce le due sponde del Mediterraneo: dati, storie e interviste - realizzate con gli attivisti di Ril Europa - di chi s’è imbarcato nei giorni del ciclone. E adesso partecipa alla conta degli smarriti.
tra corpi (tanti) e i pochi sopravvissuti
L’ultima comunicazione dell’Autorità marittima europea risaliva al 24 gennaio. Tempo una settimana e moniti ancora più allarmanti sono riemersi a galla. La nave civile Ocean Viking ha issato su il corpo di una donna nella zona di ricerca e soccorso maltese, poi portato a Siracusa. “Sono venuti fuori nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino”, il quadro della presidente di Mediterranea, Laura Marmorale. Che ha poi denunciato: “Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito”.
Qualcuno ha raggiunto la terraferma. Come una donna guineana, arrivata all’hotspot di Lampedusa lo scorso 23 gennaio. Si trovava insieme ad altre 60 persone, tra cui le sue due gemelline di un anno, rimaste inghiottite da onde più alte di loro. I barchini spinti in mare sarebbero almeno ventinove: cinque di questi, stando alle testimonianze raccolte da Mediterranea, sono salpate per via del trafficante conosciuto come Mohamed “Mauritania”. Poi dieci dal chilometro 19 al chilometro 21; dal trentesimo in sette, così come sulla tratta 33-38. Solo una carretta è sbarcata a Lampedusa.
C’è chi s’è aggrappato alla speranza, oltre che ai relitti. Come Ramadan Konte, del Sierra Leone, partito da Sfax con fratello, cognata e nipote. Lui ha messo le mani sui resti della mercantile Star su cui viaggiava. Ed è stato trovato 24 ore dopo, in balia del freddo e delle decine di cadaveri che lo circondavano. Nessun altro è sopravvissuto.
Mediterranea non prende di mira solo Malta e Italia, ma anche il regime di Kaïs Saïed: “Come si spiega il ‘lassismo’ delle autorità tunisine - scrive nel comunicato l’ong - molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax?”. Tra quegli uliveti qualcuno è riuscito a rientrare, ma sono pochi i sopravvissuti. Dodici, invece, i corpi portati a terra dalle autorità di La Valletta. Che è stata aiutata dalla Ocean Viking di Sos Méditerranée. “Lo abbiamo fatto per garantirgli identità. Queste morti si possono evitare”, le parole dell’equipaggio, riportate da Repubblica. “Gli Stati devono rispettare il diritto marittimo e garantire operazioni di ricerca e salvataggio efficienti e umane. Il Mediterraneo non può restare un mare di vergogna”.
al via il processo per la strage di cutro
Nel frattempo, lo scorso venerdì si è dato il via nel tribunale di Crotone al processo per la strage di Cutro. A telecamere spente, nonostante le proteste di stampa e legali. L‘avvocata Francesca Cancellaro (in rappresentanza per Emergency, Sea Watch e Sos Mediterranee) ha presentato un’istanza per consentire l’accesso audiovisivo, poi respinta dalla corte. Erano presenti in aula anche quattro finanzieri e due militari della guardia costiera, accusati di omicidio colposo plurimi e naufragio colposo: hanno deciso di testimoniare. Il mare, d'altronde, continua a restituire nomi.
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