
A una paragonabile concezione solare del capolavoro, s’ispira la “Carmen” di Mehta. Più precisamente, «provengo dalla scuola di Hans Swarowsky, come Claudio Abbado, mio compagno di corso, ed è dunque ovvio che abbia assimilato i dettami, la visione, il rigore e la tradizione asburgiche anche in “Carmen”», chiarisce a “l’Espresso” il maestro indiano.
Mehta ha, con “Carmen”, una lunga consuetudine: «È un’opera che ho interpretato più volte nell’arco della mia carriera; con questa produzione del Teatro San Carlo, dove nel ruolo del titolo sarà María José Montiel, sono stato sul podio in nove occasioni dal 1964 a oggi. Non ancora trentenne ne affrontai la partitura per la prima volta a Montréal e mi trovai dinanzi a una delle Carmen più emblematiche di tutta la storia, Shirley Verrett».
La voce della Verrett fu un prodigio di luminosità, dal fraseggio fantasioso e pieno di charme, dal timbro vocale che sapeva essere ora dolcissimo ora asperrimo. Probabilmente con Maria Callas, Leontyne Price e Grace Bumbry una delle Carmen più importanti del secondo dopoguerra. Quali i direttori che hanno più suggestionato Mehta? «Non voglio fare nomi, ma forse colui che osservai di più fu Herbert von Karajan, che avevo apprezzato a Vienna e Salisburgo, anche se al mio arrivo in Austria aveva già iniziato il suo sodalizio con i Berliner Philharmoniker».
Dopo la “Carmen” di Montréal, Mehta portò il capolavoro di Bizet a New York: «Mi riavvicinai a quest’opera nel 1967, al Metropolitan, con la regia di Jean-Louis Barrault, persona di una gentilezza squisita. Quella newyorkese fu un’edizione memorabile, non solo per la regia, ma soprattutto per un cast stellare: ad alternarsi nella parte principale Grace Bumbry e Shirley Verrett; il ruolo della sigaraia di Siviglia sembrava calzare a pennello a entrambe. Accanto a queste due tigri, ricordo Mirella Freni nei panni di Micaela: alla fine della sua aria del terzo atto il pubblico era in delirio. Più che da miei colleghi direttori, appresi il senso dell’opera da questi straordinari cantanti, compresi Jon Vickers e Richard Tucker, don José nella produzione del Met».
Successivamente, nel 1969, Mehta diresse “Carmen” anche a Tel Aviv, in forma di concerto: «Sul podio dell’Israel Philharmonic guidai in José l’amico Plácido Domingo. Anche il Covent Garden mi chiamò per questo titolo, era il 1991, per la regia di Nuria Espert, grande attrice spagnola, con Maria Ewing protagonista. A Firenze diressi “Carmen” nel 1993 ancora con la regia della Espert, e nel 2003 a firma di Carlos Saura, produzione che portai anche a Valencia».
Insomma, Mehta ha avuto felici esperienze, con le sue “Carmen”. «Ho avuto la fortuna di dirigere sempre interpreti molto preparati, anche se rimane un po’ il sogno o l’utopia di avere un cast interamente francese, soprattutto per evitare accenti diversi nella versione con i dialoghi, quella da opéra-comique per intenderci, che riproporrò anche al Teatro San Carlo».
Cosa è importante, per dirigere “Carmen”? «Concentrarsi sulla teatralità, e leggere il testo come una pièce non come una sinfonia. “Carmen” è un’opera drammaturgicamente completa, avvince proprio per i caratteri diversi che emergono e per il loro sviluppo: se Carmen rimane sempre uguale, volubile e libera, don José si evolve e subisce una metamorfosi di atto in atto. Generalmente mantengo il mio impianto, a livello di direzione musicale, sempre intatto; mentre ogni volta cesello dettagli diversi».