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Martin Heidegger non è ancora “il caso Heidegger”, insomma. Un caso che si protrarrà fino ai giorni nostri con la pubblicazione dei “Quaderni neri”, gli appunti stesi nel corso di un decennio che secondo l’interpretazione prevalente lo inchiodano per sempre al nazismo, all’antisemitismo.
In quella baita sta prendendo forma “Essere e tempo”. L’opera incompiuta, che insieme al Tractatus di Ludwig Wittgenstein ha segnato maggiormente la riflessione filosofica del Novecento, estendendo la sua influenza a diverse altre discipline. E in definitiva allo “spirito del tempo”, che ne esce mutato, compreso più a fondo, scandagliato fino a farne emergere tutti i contrasti, a cominciare da quello tra una macchina, un impianto planetario sempre più complesso e potente e un uomo nudo, elementare. Che va ripensato alla luce del concetto di “essere”, «Il più generale e vuoto di tutti».
La sfida che il figlio del sagrestano lancia all’intera storia del pensiero occidentale è tanto potente, quanto “impossibile”, visto che nemmeno la terza sezione della prima parte dell’opera, quella che dall’analisi dell’esistenza dell’uomo avrebbe dovuto condurre alla «riproposizione del problema dell’essere in generale», viene portata a termine. Non c’era il “linguaggio” per farlo, spiegherà 20 anni più tardi Heidegger nella Lettera sull’umanismo. Il linguaggio che, rovesciando quello della metafisica tradizionale, il mago di Meßkirch “inventerà” in tutto il resto della sua opera, bordeggiando ai limiti della dicibilità e attirandosi l’accusa di oscurità e incomprensibilità.
Paradossalmente una difesa indiretta da questa accusa venne proprio dal logico Wittgenstein, quando spiegò che la parte più interessante della propria filosofia non stava in quello che il Tractatus dice, ma in quello che non dice. Perché – secondo il grande pensatore viennese – fuori dall’isola della descrivibilità logica c’è l’oceano delle grandi questioni etiche, religiose, metafisiche che ci espongono al pensiero instabile, rischioso, ma anche più interessante. Il cui compito – che è quello che si assume Heidegger – diventa il conferimento o rovesciamento di senso, la ricerca di nuove risorse simboliche, anche se sotto questo martellamento rischiano di andare a pezzi le regole del linguaggio.
La parte “introduttiva” di Essere e tempo viene pubblicata nell’aprile del 1927, esattamente 90 anni fa, sulla rivista filosofica fondata e diretta da Edmund Husserl, il padre della fenomenologia e maestro di Heidegger.
Il capolavoro, ancorché incompiuto, è servito. Per generazioni di studiosi e specialisti, ma non solo.
L’analitica esistenziale di Essere e tempo scardina l’idea di soggetto così come la tradizione del pensiero occidentale ce l’aveva consegnata. Suona la sveglia all’uomo “padrone” del mondo estirpandolo dalla sua centralità, distruggendo la tradizione cartesiana.
E i concetti di “dasein” (Esser-ci), “cura”, “autentico-inautentico”, “chiacchiera”, “angoscia”, “essere-per-la morte”, costituiscono ancora oggi uno dei più potenti strumenti per la ricerca del senso delle nostre esistenze, di questo ente “gettato” nel tempo che è l’uomo. Come ci ricordano filosofi e psicoanalisti che hanno dedicato una parte importante della loro ricerca a Martin Heidegger. E ai quali ci rivolgiamo per provare a tornare al pensatore, e al suo capolavoro, fuori dal “caso H”.
Ha qualcosa da dirci lo “sciamano del pensiero” 90 anni dopo? Forse Essere e tempo, la sua analisi esistenziale, può indicarci una via per mettere fuori la testa dalla mediasfera in cui siamo avvolti come da un liquido amniotico, come feti di ritorno che hanno tutto ciò che gli serve per vivere in un ventre confortevole e connesso, ma non più gli occhi aperti sul senso, sul tempo, su ciò che è autentico e ciò che non lo è, compressi nell’eterno presente della “chiacchiera”. Mentre la storia ci presenta conti per “pietanze” che non sappiamo nemmeno più se avevamo ordinato.
E ne ricaviamo che ha molto da dirci, oggi forse più di allora, a partire proprio dal concetto di autenticità. «Perché l’analisi su autentico-inautentico», spiega Gianni Vattimo, autore di una delle migliori introduzioni al pensiero di Heidegger, «rimane centrale in Essere e tempo e coglie l’inizio del mondo in cui siamo, cioè della società di massa». «La volontà di Heidegger», prosegue Vattimo, «è di farci capire che se andiamo avanti con le categorie tradizionali come oggettività, non siamo più nessuno, soltanto vivendo in un mondo diverso da quello che ci è imposto dalla società di massa siamo individui».
E se per Franco Volpi, lo studioso e traduttore di Heidegger prematuramente scomparso, quella di Essere e tempo era soprattutto una “filosofia pratica”, l’Etica nicomachea dei nostri tempi, per Vattimo è una guida «a non considerare l’oggettività come unico punto di riferimento dell’essere. La riflessione di Heidegger sull’esistenza umana ci invita a rifiutare di identificare l’essere con ciò che semplicemente è, con l’ente che abbiamo di fronte. Ma va cercato nella temporalità, che può introdurci alla dimensione autentica della nostra vita».
E ci invita anche, aggiunge Donatella Di Cesare «a far sì che l’esistenza si affranchi dalla dispersione, dal «si dice», dal «si pensa» dei media! Che si risvegli dal sonno e si raccolga, scegliendo l’autenticità! Anche al prezzo dell’angoscia, questa paura che ci fa toccare l’abissale fondo del nostro nulla».
Heidegger non poteva ancor osservare il big-talk planetario che occupa sempre più tempo nelle nostre vite, ma parla di «dittatura del “si”. «È un’espressione divenuta celebre», spiega Donatella Di Cesare, «vuol dire che nella vita di tutti i giorni ciascuno è sempre disperso nell’inautenticità, si identifica in un «si» (man, in tedesco) neutro. Ciascuno si coglie non a partire da sé, bensì a partire dal “si” anonimo della pubblicità. Al posto dell’io si fa valere il “si”: si dice, si pensa.... Paradossalmente anche quando pretendiamo di contrapporci rimaniamo negli schemi del “si”. Siamo dunque tutti inautentici, perché viviamo sotto la dittatura del si, che non è un universale, in cui eventualmente riconoscersi, bensì è la chiacchiera di tutti, l’opinione di tutti. Nel “si” ognuno è gli altri, nessuno è se stesso. Heidegger ricorre alla parola «dittatura», nel senso anche di dettatura e di dettare, perché il “si” prescrive anche l’interpretazione del mondo. Nella quotidianità ciascuno è disperso, gettato nella pubblicità del si, eppure appagato».
Completamente appagato “nello sciame” in cui ronza, fa eco oggi il filosofo Byung Chul Han, heideggeriano dell’era 2.0.
Il salto dall’inautentico all’autentico è soprattutto un salto nel tempo, nella sua autentica dimensione.
«L’aspetto che continua a colpirci maggiormente», interviene Pier Aldo Rovatti «è il tentativo di Heidegger di sovvertire la struttura stessa della temporalità minorizzando, per dir così, la dimensione del presente (così cara all’idea normale di soggetto) rispetto alle dimensioni del passato e del futuro. Se siamo già gettati nel mondo nel momento stesso in cui nasciamo, il passato è allora qualcosa di primario e ciò diventa vero proprio nel modo in cui possiamo, anzi dobbiamo, intendere il futuro».
Così, secondo Heidegger, il Da-sein (l’esser-ci che noi siamo) si progetta in un futuro già caratterizzato dalla gettatezza (appunto, si pro-getta), vale a dire in un “essere-per-la-morte”. «Quante parole si sono spese su questo punto!», riflette Rovatti, «A me pare che oggi lo possiamo finalmente comprendere, fuori da ogni interdetto, come una possibile curvatura positiva (non nichilistica, non tragica) del limite temporale delle nostre vite. In fondo, Heidegger (poco ascoltato nonostante tutto) vorrebbe insegnarci che questa limitazione, che ogni volta esprimiamo nell’aggettivo “mortale”, è la nostra più grande risorsa perché ci costringe non solo a restare nella cornice della finitezza e a non imbrogliare le carte del gioco della vita, ma soprattutto a farne tesoro con un agire improntato a un completo realismo, l’unico che possa avere un’efficacia per noi».
Osserva lo psicoanalista di formazione filosofica Massimo Recalcati: «Lacan ha immaginato che Kierkegaard ascoltando una lezione di Hegel, alzasse la sua mano per dire: “D’accordo professore, tutto giusto, tutto vero, tutto logico, tutto razionale….ma io, nonostante tutto questo, continuo ad essere angosciato!” Ecco, la forza dirompente di Essere e tempo è stata quella di dare voce all’angoscia, di provare ad includere l’angoscia nel discorso filosofico, di farne, per così dire, il suo oggetto privilegiato. In questo senso l’opera di Heidegger è un vero e proprio trauma filosofico che destabilizza in modo irreversibile la filosofia che alla esperienza angosciata della morte e della finitezza dell’esistenza vorrebbe sostituire, in un gioco di prestigio teoretico, gli universali asettici dello Spirito, dell’Idea e della Ragione».
«E la prima via per risalire dall’inautenticità all’autenticità», aggiunge Donatella Di Cesare, «è l’angoscia, di cui Heidegger non ha un concetto negativo. Anzi».
Perché è lo stato emotivo della vita “vera”, il contrario di quella inautentica, caratterizzata dalla paura. Perché , spiega ancora Gianni Vattimo, «per Heidegger bisogna vivere pensando alla finitezza della nostra temporalità evitando di modellarci sulle cose, evitando la reificazione. Esistenza inautentica è quella dell’uomo che si modella sugli oggetti».
Novanta anni dopo si può dire, con Rovatti, che «anche i detrattori di Heidegger hanno sempre riconosciuto in Essere e tempo un capolavoro assoluto del pensiero contemporaneo: non solo gli amici-nemici come Sartre, ma anche filosofi decisamente ostili come Lévinas hanno avuto un rispetto assoluto della sua opera del 1927. Oggi, la lettura dei “quaderni neri” non cambia la sostanza di questo riconoscimento».
«La forte radicalità di Essere e tempo ne costituisce il fascino immutato, conclude Donatella di Cesare, «Penso al modo di intendere l’esistenza che è sempre “gettata”, perché non abbiamo scelto di vivere qui e in questi anni. Così credo che sia anche il tono esortativo di Heidegger ad appassionare tanti studenti, tanti giovani, ma anche tanti non filosofi. Nei Quaderni neri Heidegger rivendica l’importanza della sua opera e scrive addirittura: “1807: Fenomenologia dello spirito. 1867: Il Capitale. 1927. Essere e tempo”. E aggiunge: “Non si è ancora neppure cominciato a riflettere su Essere e tempo”».
Suona come un invito ai posteri (Heidegger muore nel 1976). E forse sì: possono ancora, o ancora di più, dirci qualcosa sul nostro essere nel mondo questi pensieri vergati al lume di candela su quaderni non ancora “neri”.