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Nei giorni successivi, in effetti, è stato difficile pensare o parlare d’altro. Perché Mattia era «un trapianto di vita senza paura di rigetto», lo ha definito Geppi Cucciari. Mattia «scriveva bene perché viveva meglio» (Serena Dandini). Mattia era una persona «centro di gravità di persone, attorno alle quali ruota tutto il resto. Come dei Soli che accentrano interi sistemi planetari. O come quei punti particolari di certi fiumi attorno ai quali di formano piccoli aggregati umani via via sempre più estesi, fino a formare intere città», ha detto l’attore Valerio Aprea. Il piccolo aggregato umano che eravamo noi annuiva, si emozionava, si commuoveva. Si divertiva per la telefonata immaginaria del direttore di La7 Andrea Salerno: «No, Mattia, la bestemmia non la posso fare...». E si chiedeva: chi è stato Mattia Torre? Un inventore di parole? Un intellettuale? O, Dio non voglia, un leader? Oppure, peggio ancora, un maestro? E poi, maestro di chi, di cosa? Di niente di niente, per fortuna sua e nostra. Semmai un compagno di classe. Della classe molto particolare di quelli nati a cavallo tra la seconda metà degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, adolescenti negli anni Ottanta, diventati grandi, si fa per dire, alla fine del secolo scorso. Incapaci di trovare fili comuni, di raccontarsi. Come nell’ultimo sms che Mattia aveva spedito a Paolo Calabresi. «Mi aveva scritto: “Dobbiamo brindare”. Gli chiedo: “A cosa?”. Mi ha risposto: “Poi ci pensiamo”».
«Mattia era il compagno di classe che avevo sempre desiderato. Quello di cui vuoi diventare amico, quello genio, quello che fa ridere più di tutti, quello al centro dell’attenzione ma che non ha bisogno di esserlo, quello talmente bravo che sa anche imboscarsi come nessuno, quello che dà i soprannomi a tutti e ride di tutti e con tutti, ma anche quello più buono e così tanto affascinante che sa anche essere gentile con le ragazze. Quel compagno di scuola di cui parli sempre e di cui anche i tuoi figli che magari non lo conoscono bene ti chiedono sempre un’altra storia di lui o di te con lui», lo ha ritratto Lorenzo Mieli. Ma con la sua eleganza, l’intelligenza, il pudore, il talento, la grazia di cui ha parlato Filippo Ceccarelli, Mattia è stato anche l’alter ego di un gruppo di persone che nel suo nome ha preso la parola per testimoniare per la prima volta di sé. E Valerio Mastrandrea ha spiegato cosa succede quando se ne va il tuo alter ego: «Scompare l’arancione al semaforo, ti lavi solo i denti di sopra, devi tornare a scuola».
Individualista, è stata sempre marchiata la generazione di Mattia Torre. Individualista, dunque: per alludere a irregolare, irriducibile a codici, regole, apparati che erano stati il paesaggio naturale dei padri e dei più grandi, a loro agio nei posizionamenti, nelle guerre di sotto-comando e di retro-conoscenza. Ragazzi mai cresciuti, un altro bollo, destinati a incontrare sempre qualcuno pronto a fare da tappo, a rivendicare di esserci stato prima, in un’Italia in cui «l’ingranaggio è arrugginito e si muove a fatica», scriveva Mattia. Troppo giovani e troppo disimpegnati per i sessantottini, i continuisti e epigoni, troppo vecchi e pesanti per i rottamatori, gli anti-politici, i neo-sovranisti. I primi chiamati a convivere con famiglie nuove e allargate, i primi nutriti con la carta e traslocati nella rete, i primi a usare il telecomando come strumento di conoscenza del mondo, i primi senza bussole e bandiere mentre crollavano partiti, cordate ideologiche, televisive, cinematografiche e editoriali. Con un rapporto sospettoso con il potere, mai rivendicato, anche quando, per alcuni, il potere è arrivato. Ingenui e sgamati, fragili e inaffondabili. Provocatori e sfacciati, come aveva scritto di loro lo sceneggiatore Giorgio Arlorio, scomparso a 90 anni mentre ricordavamo Mattia. Cultori di «un tempo della giovinezza forse irrimediabilmente scaduto», o forse mai davvero esistito.
La perfezione del pomeriggio, l’insensatezza della sera, la fine della gioventù, sono state le stagioni di Mattia e le nostre. Una faccenda terribilmente seria, in realtà, lo ha raccontato Paolo Sorrentino. La perfezione del pomeriggio, quando «qualche anno fa, verso le ore 15, vennero a casa da me Mattia e Corrado Guzzanti. Si doveva progettare, come spesso accade simultaneamente in tutta Roma, qualcosa per Corrado. Io dissi qualcosa tipo: Corrado, potresti fare un vecchio nobile decaduto senza un occhio, con una benda con su stampato lo stemma araldico oppure una ricca signora russa che ha appena comprato una villa in costa Smeralda, ma nella casa non funziona niente, forse perché è infestata da maialini da latte. Bello, bello, dissero Corrado e Mattia. Poi, silenzio. Corrado disse qualcosa tipo: a me interessano pure quei tizi con gli occhiali e le giacche sbagliate che camminano sotto i muri solo la domenica mattina presto e che ogni tanto urlano “Tiziana sei una stronza”. E poi m’interessano quelli che sono bravi a fare a mente le operazioni in matematica. Bello, bello, dicemmo io e Mattia. Poi, silenzio. Mattia disse qualcosa tipo: Corrado potresti fare un portiere di calcio calabrese, imparentato con dei tizi loschi della N’drangheta, ma il suo vero segreto è l’alluce valgo oppure un celebre astronauta americano che soffre di vertigini. Bello, bello, dicemmo io e Corrado. Poi, silenzio. Bevevamo tantissima acqua, faceva tantissimo caldo. Passammo a qualche pettegolezzo importante del momento e lì si registrò un leggero, maggiore coinvolgimento emotivo di tutti e tre. Infine, ci salutammo. Senza dirci, ci aggiorniamo, ci richiamiamo. Niente di niente. Era andata benissimo. Perché si era consumata la perfezione del pomeriggio. Ovvero la perfezione dell’infanzia. Senza scopo, senza obiettivi. Solo il gioco. I pomeriggi di quando si era bambini. Io vorrei fare il subbuteo, io vorrei fare nascondino, io guardie e ladri. Non si faceva niente. Si è fatto tardi, devo tornare, Manuela si vuole fidanzare con Francesco, una fitta di dolore sconosciuto, devo fare ancora i compiti». La perfezione del pomeriggio, l’insensatezza della sera, quando si giocava a Dizionario, scrivere il significato di una parola, «e Mattia mi raccontò che la definizione più bella di tutte di una parola, tipo Nugale, l’aveva data Pietro Sermonti che aveva scritto nel foglietto: “Stivale rigido da torneo”. Ridemmo, come accadeva solo da ragazzi, con le convulsioni. Stivale rigido da torneo è la dimostrazione del genio perché è la definizione più assurda di una parola e allo stesso tempo è perfettamente credibile. In quattro parole, stivale rigido da torneo, è racchiusa tutta la meravigliosa insensatezza delle sere vissute da adolescente». E la fine della gioventù: «È una fatica essere adulti. È così meraviglioso fingere di essere per sempre piccoli».
Bello, bello. Poi, silenzio. Niente di niente. Era andata benissimo. La fatica di essere adulti. Di credere negli altri mostrando, invece, di non credere a nulla, per pudore, per auto-difesa. Di fingersi cinici, per sopravvivere alla ferocia. Di restare inappartenenti e perciò davvero fedeli, perché oggi l’unica fedeltà possibile è il tradimento dei fanatismi e la diserzione dei carrozzoni senza anima. Di rilanciare, sempre.
Rilanciare era uno degli slogan preferiti di Mattia, lo ha ricordato Aprea. «Sul set ci sono i ragazzi delle generazioni successive, trentenni precisi, puliti, lontani anni luce da quelle figure tipiche del cinema che stanno sempre a vantarsi di aver lavorato con i mostri sacri», mi racconta Luca Vendruscolo che con Giacomo Ciarrapico e con Mattia ha firmato la serie “Boris” e che in questi giorni sta girando la storia di un faccendiere costretto a vivere in una comune. «Non c’è più la cultura del piagnisteo, nessuno dà la colpa agli altri, a quelli di prima». Mattia e i suoi compagni hanno forse incredibilmente vinto (e nel giornalismo? E nella politica?). Nell’apparente inconcludenza, nel simulare di essere per gioco cavalieri Jedi, hanno trovato una strada sconosciuta, come fanno tutte le generazioni di mezzo, tra il mondo vecchio che muore e quello nuovo che stenta a nascere, come quella degli anni Trenta del secolo scorso, che il filosofo Emmanuel Mounier aveva disegnato così: «Non sapranno la nostra gioia: gioia spensierata e leggera di essere l’infanzia di un secolo, sicuri di non raccogliere, di non portare neppure a termine, sicuri di non aver mai neppure una sistemazione stabile. In una parola, salvi».
Bello, bello. Io Mattia l’ho avuto come mio alter ego cinematografico, in “Piovono mucche”, film scritto nel 1996, era lui il mio personaggio, l’obiettore di coscienza che demandava, supervisionava i colleghi nel caos di una folle comunità di disabili. L’ho seguito da spettatore in piccoli teatri che bisognava riempire subito per arrivare alla fine della settimana e poi nel successo che era finalmente arrivato, in modo ribaldo. La sera della prima visione di “Boris il film” in un cinema romano era un primo aprile, come in uno scherzo il pubblico fu fatto accomodare e poi rimandato a casa perché c’era stato uno sciopero del personale tecnico, ed era tutto vero. Anche la scena dei camerieri che si accoltellano a un matrimonio davanti al ministro della Difesa Elisabetta Trenta è vera e sembra tratta dal film che in Boris deve girare René Ferretti, Natale con la Casta, dove Stanis-Sermonti interpreta un Gianfranco Fini che si azzuffa con gli assistenti di regia sul prato perché prova a entrare nelle inquadrature.
Bello, bello. A Mattia dedicammo una copertina e un’intervista di Denise Pardo, prima delle elezioni del 2018 consegnò all’Espresso un apologo sul voto infelice e contento, in cui c’erano tante sue parole: la solitudine, la luce. La fiducia e la felicità. Mattia Torre è stato un uomo felice. Noi siamo stati suoi compagni e suoi fratelli. Dovremo prenderci cura, custodire, coltivare questa felicità, l’umanità che non si giudica, si incontra, si abbraccia. Poi, silenzio.
Rilanciamo. Diventerà un film il copione scritto da Mattia Torre sui figli che ti invecchiano, «che ti fanno ripiombare nel tuo passato più doloroso e remoto: l’odore degli alberi alle otto del mattino, la simmetrica precisione dell’astuccio, la ghiaia, le ginocchia sbucciate». I figli di Mattia e Frou Emma e Nico, anzi, emmaenico, tutto attaccato. Il tuo cuore che non è stato mai così grande. E la vita che basta andare, senza arrivare mai.