È nato prima l’uovo o la gallina? Prima il delitto o prima la prigione? Prima il muro per bloccare l’uscita o quello per bloccare l’ingresso? “Orange is the New Black”, serie Netflix unica nel suo genere, che ondeggia dalla comedy al drama senza soluzione di continuità, è arrivata alla sua settima e ultima stagione lasciando, esempio anomalo nella storia della serialità, una ingente quantità di menti infrante. I cuori restano lì, nel loro angolo di cella, ma la ragione, il pensiero critico resta impigliato in questo grande affresco corale al femminile, che ha avuto il coraggio e la forza di mettere in scena praticamente tutte le facce, le ambientazioni, i temi e le situazioni che erano stati lasciati rigorosamente fuori dagli schermi televisivi.
Sono donne, sono nere, ispaniche, tossiche, sono donne ai margini, sono lesbiche, sono donne stuprate, disturbate, deboli e forti, donne sottomesse, sono donne vittime di ingiustizie e donne giustiziere, sono donne straniere nella loro terra, sono donne in carcere. Quando nel 2013 la prima stagione apparve su Netflix come per magia, per raccontare il microcosmo che si crea in una prigione che ti spoglia di tutto e ti lascia lì, sola e nuda, senza un futuro, un passato lontano e un presente da costruire con la forza giorno dopo giorno, il punto di non ritorno era segnato. Basta maschi alfa protagonisti col pallino della politica.
Con “OITNB”, 91 episodi dove le manette non sono sui polsi ma sulle anime bistrattate dalla libertà perduta, si è squarciato il sipario per far largo a una gamma infinita di identità diverse. Dando così vita a una sorta di oggetto misterioso, pieno di sesso, di dolore e di ironia per la sopravvivenza. Che in questo gran finale, dove si uniscono tutti i puntini rimasti in sospeso, tra nichilismo e voglia di riscatto, inserisce un ulteriore, potentissimo pugno nello stomaco. Sbattendo in faccia a Donald Trump e al resto del mondo uno spaccato sulle donne incarcerate per aver oltrepassato il muro vietato, private di ogni diritto, dei figli, della voce e dopo un processo risibile ricacciate oltreconfine.
Così mentre dalle nostri parti al massimo possiamo prendere atto che esistono dei preti che vanno in bicicletta e si dilettano a fare i detective, l’episodio di Montalbano sui migranti viene messo all’indice e la fiction su Riace è bene che rimanga al buio, nel paese più grande governato dal presidente peggiore si mette in scena la denuncia dura e pura. «Non è colpa mia se non sei nata in America» dice una carcerata. «Sì ma è colpa tua che hai votato Repubblicano».
?Da Litchfield al Papeete c’è di mezzo solo un Oceano.