Economia
11 febbraio, 2026La mente non è la nostra identità. Noi non siamo solo puro cogito. Noi siamo mente-corpo, mente-cuore, ragione-passione. La scopriamo con il linguaggio che ci plasma
Intelligenza artificiale, neuroscienze, roboetiche, non sono voci del nostro “innominabile attuale”, ma parole d’ordine che ci proiettano in un futuro già da tempo iniziato, entrato nelle nostre vite senza che ce ne accorgessimo: come una rivoluzione silenziosa. Il futuro non è più qualcosa che prevedevamo o progettavamo, ma un evento che ci sorprende. È, diceva un certo Saulo di Tarso (alias San Paolo), il kairós che ci coglie come un ladro nella notte. Allo stesso modo ci ha colto la notizia di una straordinaria svolta dell’Ia segnalata dal Financial Times. OpenAI ha deciso di investire 252 milioni di dollari in Merge Labs, una società guidata da Sam Altman, Alex Blania e Sandro Herbig, che, in diretta competizione con Neuralink di Elon Musk, intende realizzare interfacce cervello-computer non invasive, capaci di comunicare con i neuroni usando molecole al posto di elettrodi e facendo ricorso a mezzi di trasmissione profondi come gli ultrasuoni.
il progetto di openai
In tal modo l’Ia si trasformerebbe in una estensione cognitiva diretta del cervello umano, con evidenti rischi per la privacy ma anche con nuovi effetti di diseguaglianza: la discriminazione non sarà più tra chi sa usare l’Ia e chi no, ma tra chi è fisicamente e mentalmente connesso all’Ia e chi resta biologicamente offline. Dando così luogo a un mondo segnato dalla progressiva irrilevanza dell’umano rispetto alla nuova aristocrazia di coloro che sono costantemente interconnessi con la potenza dell’Ia.
Tutto ciò non potrebbe accadere senza una “superintelligenza” – direbbe Nick Bostrom, filosofo svedese tra i massimi esperti di Ia e organizzatore all’Università di Yale di celebri seminari sul “Transumanesimo” – destinata a operare un passaggio dall’umano al trans-umano. Alcuni anni fa ho partecipato a un gigantesco webinar internazionale organizzato dalla New York University insieme a una rete di sedi universitarie di vari continenti sulle questioni aperte dalle prospettive del transhuman e del posthuman: due neologismi spesso erroneamente assunti come sinonimi, ma che in realtà rimandano a fattispecie diverse.
Il transumano è stato definito da Bostrom come «un movimento culturale, intellettuale e scientifico, che afferma il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo, affinché si possano eliminare aspetti non desiderati e non necessari della condizione umana come la sofferenza, la malattia, l’invecchiamento e, persino, l’essere mortali» (Cfr. Nick Bostrom, Intensive Seminar on Transhumanism, Yale University, 26 June 2003). Dichiarazione che contiene aspetti, al tempo stesso, nobili e inquietanti. In breve: Trans-human significa la possibilità di avere dei supporti tecnologici in grado di potenziare le nostre capacità umane, senza dare tuttavia un significato rilevante al nesso che intercorre nella vita umana tra mente e corpo, razionalità ed emozioni, logica e passioni dell’anima. Post-human, invece, è quella stranissima cosa che era stata prevista dal genio di Philip Dick già tantissimi anni fa, ma all’interno di una prospettiva che non era ancora quella del digitale contemporaneo, quanto piuttosto della cibernetica di Norbert Wiener, sia pure specularmente rovesciata. Vi ritornerò in conclusione con una provocazione finale.
cogito e robot
Dagli studiosi di roboetica questo presupposto viene ricondotto in modo surrettizio a Cartesio, al cogito cartesiano: come se la nostra identità coincidesse sic et simpliciter con la mente. A ben guardare, però, la mente non è la nostra identità. Noi non siamo solo mente, puro cogito. Noi siamo mente-corpo, mente-cuore, ragione-passione. Noi scopriamo la nostra identità in quanto plasmati dal linguaggio: dal linguaggio come parola, ma anche come scrittura. Sarebbe davvero il caso di riprendere a studiare alcune delle straordinarie storie e filosofie della scrittura di cui disponiamo. La lingua è la prima tecnologia.
E le prime istituzioni delle società umane sono quelle linguistiche. Proprio qui si apre la possibilità di ripensare il rapporto tra codificazione tecnologica e codificazione giuridico-politica. L’essere umano è naturalmente artificiale, naturalmente tecnico. Tecnica è, pertanto, la forma di vita umana. La prima tecnologia è la parola. Ma la parola è anche la prima forma di potere: poiché la forma originaria del potere coincide con il potere di nominazione. Le donne lo sanno fin troppo bene: dal momento che la lingua degli “universali” – a partire dall’universale “Uomo” – è, quasi in tutte le civiltà, spiccatamente androcentrica.
I temi della neuroetica e dell’Ia si trovano, senza dubbio, al crocevia dei dilemmi del nostro tempo, a partire dal dilemma tra necessità e libertà: libertà intesa come spazio della scelta e della decisione. Un dilemma, con buona pace dei teorici del “trans-umano” e del “post-umano”, irriducibile al paradigma “fisicalistico”. Per quanto una parte dei nostri comportamenti possa essere determinata da una base neurologica, resta il fatto che le decisioni finali sono il prodotto di una sorta di “salto”. Come se, a partire dalla medesima situazione che si determina sotto il profilo neurale, a un certo punto ci trovassimo in momenti cruciali della nostra vita davanti alla scelta tra un ventaglio di alternative: una scelta finale il cui esito è dovuto a fattori che non possono essere predeterminati dal punto di vista neurale. Sliding doors: vi ricordate quel bellissimo film con Gwyneth Paltrow e John Hannah? A volte un fattore impercettibile, una scelta aleatoria dell’ultimo istante – come prendere o non prendere l’ascensore, oppure decidere di passare un weekend in un luogo anziché un altro – può cambiare la nostra vita. Ma qui sorge la domanda: noi siamo il nostro cervello? No, noi non siamo soltanto il nostro cervello.
È proprio la scienza, quella più avvertita, ad ammettere di non poter spiegare come da questa complessità si formi un “io”, una struttura identitaria. Le scienze contemporanee hanno contribuito a dissolvere la concezione essenzialistica dell’identità nell’idea di un multiple Self. Ogni individuo, a dispetto dell’etimologia del termine, è un Sé multiplo, modellato dalla molteplicità dei volti, degli incontri e degli eventi che hanno segnato il percorso della sua vita. Proprio perché l’umano è contrassegnato dal possibile, la sua identità non è mai precostituita biologicamente ma aperta alla contingenza e al cambiamento. La nostra identità non sta, dunque, nella nostra biologia, ma trova la sua espressione più propria nella nostra biografia. Se la mente è l’idea del corpo, il cervello è un feeling brain: un sentire il corpo emozionalmente.
Dobbiamo dunque affrontare i nuovi orizzonti dell’Ia senza timori, nella consapevolezza che anche il più supersonico dei robot digitali non potrà mai avere la memoria attiva, creativa, del più umile degli esseri umani. A meno che – per riprendere una provocatoria battuta del grande Philip Dick – un giorno non ci si imbatta in un androide antropomorfo che, davanti a una domanda del tipo “Che tempo fa oggi?”, risponda: “Prima Lettera ai Corinzi”. Allora ci troveremmo al cospetto di uno scenario inedito. Magari suggestivo, ma certo assai più inquietante di quello descritto da Player Piano di Kurt Vonnegut.
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