Ci sarebbe il figlio di Gheddafi (quello che ha giocato a calcio in Italia) a manovrare i 'controribelli' che hanno ripreso la città di Bani Walid, sfruttando antiche faide tribali. Combattimenti anche sulla strada per Sirte. Il reportage della nostra inviata

Dal blog di Federica Bianchi 'Primavera araba un anno dopo'

Sono le nove di sera e sto mangiando uno shwarma nel centro di Misurata con Mohammed, un "ribelle" amico di un amico presentatomi da un altro amico a Tripoli, come spesso accade qui in Libia, quando nell'aria risuonano diverse raffiche di kalashnikov e tuoni di cannone. Non accadeva da settimane.

«Qui accanto c'è una caserma: stanno preparando le armi per Bani Walid», mi dice. Nel pomeriggio i seguaci di Gheddafi hanno ripreso il controllo della cittadina beduina appartenente al potente clan dei Warfalla. «Dietro c'è Al-Saadi, il figlio di Gheddafi», dice lui come ne fosse certo: «Ma appena il Paese si tranquillizza ne chiederemo l'estradizione e ce lo daranno, altrimenti chiuderemo le frontiere e manderemo il Niger sul lastrico».

Se a Bani Walid ragionano come i prigionieri che ho visto oggi nell'ex quartiere generale della polizia segreta di Gheddafi, convinti che la Nato si sia alleata con al Qaida contro la Libia, e dipendenti completamente dagli spiccioli del dittatore, allora combatteranno fino alla morte: senza Gheddafi non hanno ragione di esistere. «I vecchi di Misurata non ci avevano permesso di entrarvi quando è stata presa in settembre, chiedendo di lasciare che se ne occupassero le altre brigate del Paese», racconta: «L'odio tra noi (di Misurata) e loro risale al tempo del colonialismo italiano quando dopo quattro anni di assedio gli italiani hanno preso Misurata solo grazie a Bani Walid. Se il Cnt ci permettesse di entrare a Bani Walid domani ci divertiremmo un sacco».

Mohammed pala con un tono secco, serio, senza traccia di umorismo né sarcasmo. Nei mesi di resistenza contro le truppe di Gheddafi ha perso un fratello. Nella famigerata prigione di Abu Slim di Tripoli se ne sono andati un altro fratello, un cugino e due zii: «Odiavamo Gheddafi», commenta mentre mi fa vedere sul telefonino il video dell'uccisione del rais. Intorno a noi intanto la notte nasconde pietosa le enormi ferite di Misurata, la città martire della scorsa primavera araba. A sei mesi dalla fine dei combattimenti la strada principale, via Tripoli, ricorda la foto pubblicata sui manuali di storia della città di Dresda dopo i bombardamenti americani. Non c'è un singolo edificio che non assomigli ad una fetta di gruviera. Interi palazzi sono completamenti sventrati. Nemmeno un un lampione che sia rimasto in piedi. Per terra, ovunque, buchi di mortai e tracce di carri armati.

Eppure, miracolosamente, alle tre del pomeriggio quando le serrande sono abbassate e la città pare assopita, sono i rumori di martelli e trapani a farsi sentire. C'è chi ha cominciato individualmente a ricostruire, rattoppare, ridipingere. Sono i più fortunati, quelli che non hanno perso completamente il negozio o l'abitazione. In passato la città era famosa per l'abilità degli abitanti negli affari. L'anno scorso lo è diventata per il loro straordinario coraggio. Sarà probabilmente lei, la città più distrutta di tutta la Libia, quella che gli abitanti riporteranno in piedi più velocemente più velocemente. «Noi siamo così: dateci dei soldi e noi li useremo per investire o studiare», dice Mohammed con orgoglio, senza sorridere. Squilla il telefono. «Domani non possiamo andare a Sirte», annuncia: «I ragazzi (della brigata che avrebbe dovuto scortarci) dicono che è troppo pericoloso. I gheddafiani di Bani Walid potrebbero sparare sulla strada per Sirte. Domani mattina conosceremo meglio la situazione, e decideremo sul da farsi». Inshallah.

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