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Tuttavia, anche se le prospettive per i prossimi mesi sono più fosche del solito, sono emerse anche importanti aree di forza e numerose indicazioni sui passi avanti dell’economia verso la guarigione, a cominciare dagli Stati Uniti.
Il crollo dei prezzi del petrolio, che è il risultato sopratutto di un eccesso di offerta e non di una minore domanda, è una notizia particolarmente buona per la ripresa dell’economia globale. Per questo motivo, la previsione più plausibile per l'anno appena iniziato è di una crescita moderata analoga a quella del 2014. Non un buon anno, ma neppure una catastrofe.
I valori medi, tuttavia, sono in questo momento particolarmente fuorvianti: nei prossimi mesi si evidenzieranno probabilmente notevoli disparità nella crescita tra una regione del globo e l’altra, e persino all’interno delle regioni. Un modo per capire l’attuale complessa congiuntura è immaginare un jumbo dotato di motori potenti che viaggia con venti contrari molto forti: è probabile che questi venti contrari lo rallentino ma improbabile che lo portino a velocità di stallo.
Cominciamo dai venti contrari. La brutta notizia che salta agli occhi è che con un previsto 2,5 per cento circa, la crescita economica globale resterà al di sotto del tasso di crescita a lungo termine che negli ultimi 25 anni si è attestato al 3 per cento. Per ridurre però il più rapidamente possibile la forte disoccupazione che colpisce molti paesi avanzati e per rilanciare la fiducia, i tassi di crescita devono avvicinarsi o superare la media a lungo termine. Un effetto della crescita rallentata è che la pressione si è estesa a molti paesi emergenti. In confronto a ciò che ci si aspettava a inizio anno, l’andamento del Brasile e quello del Sudafrica, per esempio, sono stati scoraggianti.
Assieme alla Turchia, questi paesi, corrono ancora il rischio di un arresto repentino dei flussi di capitali in caso di errori nelle politiche o quando, come si prevede, i tassi di interesse Usa saranno aumentati. La Russia è già impantanata in una crisi finanziaria che colpisce tutti i settori. Il Giappone, un’economia ricca e la terza del mondo, è inaspettatamente entrato in recessione. In questo caso, tuttavia, poiché il crollo è stato innescato da un importante ritocco all’insù dell’Iva, le importazioni giapponesi di petrolio sono consistenti e la rielezione di Abe è stata una vittoria univoca, è probabile che nei prossimi mesi si assista a una svolta.
Le preoccupazioni principali, in termini di effetti sulla crescita generale globale, vengono dall’Europa. Questa regione, assieme ai paesi vicini che la integrano, costituisce il blocco economico più grande del mondo, ma anche quello meno dinamico. La scarsissima avanzata dei prezzi nell’eurozona, concomitante all’inatteso forte rallentamento dell’economia tedesca negli ultimi mesi e alla ricaduta dell’Italia nella recessione hanno gettato una lunga ombra sulle prospettive della crescita europea, che già non erano entusiasmanti. Anche gli shock che arrivano dal conflitto ucraino e i risultati di varie elezioni che indicano un marcato allontanamento degli elettori dai partiti principali hanno minato la fiducia degli investitori.
Eppure, non tutte le nuove dalle economie europee sono cattive. La Spagna, l’Irlanda e il Portogallo, e anche la Grecia, i paesi più colpiti dalla crisi dell’euro, crescono di nuovo. I problemi politici greci non si sono riflessi sui tassi obbligazionari negli altri paesi della periferia. Il Regno Unito marcia spedito verso la ripresa. Nonostante l’opposizione tedesca, la Banca centrale europea sembra orientata verso politiche di alleggerimento quantitativo. Inoltre, è difficile credere che la Germania, che ha il bilancio in equilibrio e conta su un surplus delle partite correnti del 7 per cento del Pil, insisterebbe su politiche restrittive se entrasse in recessione o registrasse un aumento della disoccupazione. In generale, gli europei, che importano grandi quantità di petrolio, saranno tra i principali beneficiari del crollo dei prezzi degli idrocarburi, che potrebbe rappresentare un 0,5 o 0,75 percento dicrescita del Pil nel 2015.
Consideriamo ora i quattro motori del jumbo. Il primo, i più bassi prezzi del greggio, meritano un approfondimento. La riduzione dei prezzi del petrolio non si rifletterà soltanto nella maggiore capacità di acquisto dei consumatori, ma anche nella possibilità che essi offrono alla politica monetaria di mantenere le politiche espansive o addirittura di estenderle. Nel tempo, i minori investimenti in impianti petroliferi e la ridotta domanda proveniente dai paesi esportatori di grezzo modereranno questi effetti positivi. Nel 2015, tuttavia, dominerà la maggiore disponibilità di denaro nelle tasche dei consumatori di tutto il mondo.
Abbiamo accennato anche al secondo motore, la politica monetaria espansiva. Anche se nell’immediato essa si traduce solo in parte in una maggiore offerta di credito per consumatori e investitori, le iniezioni di moneta tendono a rafforzare i mercati azionari e obbligazionari e l’effetto della maggior ricchezza induce al consumo i ceti più ricchi. Non è certamente il modo ideale per dare una spinta alla domanda se si tiene presente la preoccupazione per una crescente e forte disuguaglianza negli Stati Uniti e in molti altri paesi, ma ora come ora è lo strumento di cui si dispone. La spesa pubblica continuerà a subire contenimenti nel 2015, ma anche il ritmo con cui si riducono i deficit rallenterà fornendo un modesto assist alla crescita.
Il terzo motore del jumbo è la robusta ripresa dell’economia statunitense, che nell’ultimo anno ha creato in media 200.000 nuovi posti di lavoro al mese, ovvero, un chiaro segno che le imprese hanno finalmente fiducia nelle prospettive a medio termine. Anche il consumatore americano è più fiducioso e mentre da una parte contribuisce ad abbassare il debito ipotecario, dall’altra approfitta dei bassi tassi di interesse per incrementare il consumo con carte di credito. I prezzi delle case salgono, ma i numeri delle nuove costruzioni restano inferiori al tasso di ricambio e di formazione di nuove famiglie. La ripresa del mercato immobiliare si prospetta pertanto ancora lunga. L’effetto locomotiva della domanda Usa sul resto del mondo sarà rafforzato dal cambio più alto del dollaro, anche se ciò può portare a un aumento del deficit Usa delle partite correnti.
Il quarto motore è la rapida crescita in una buona parte del mondo emergente. La Cina sta palesemente rallentando, ma ha pur sempre registrato una crescita per l’anno scorso superiore al 7% e le previsioni per il 2015 indicano in maggioranza un ritmodel 6-7 per cento. Le previsioni potrebbero essere sbagliate, ma occorre anche tenere presente che di un imminente arresto della Cina si parla già da trent’anni. Sommata agli altri paesi o regioni cresciute a un ritmo di più del 5 per cento nell’ultimo anno, tra cui India, Indonesia e Africa Subsahariana, rappresenta pur sempre la metà della popolazione del mondo.
Nonostante i venti contrari, questi quattro potenti motori dovrebbero mantenere il jumbo in volo nel 2015 alla stessa velocità del 2014. Un importante dividendo della globalizzazione è che la domanda mondiale si è diversificata e nessuna regione rappresenta ora più del 20 per cento delle importazioni globali. In più, le regioni e i paesi più integrati, Europa, Stati Uniti e Giappone, sono per buona parte autosufficienti, perché la loro crescita è trainata in prevalenza dalla domanda interna.
Ciò li rende più immuni al contagio di shock provenienti da altre regioni. La storia insegna che ci sono solo tre scenari nei quali una crisi diventa globale – una guerra mondiale, una crisi finanziaria globale e un forte shock petrolifero. La prima ipotesi è improbabile nel 2015 e dall’ultima crisi finanziaria è passato troppo poco tempo perché si ripetano gli errori che vi hanno condotto. Il terzo scenario, quello di un forte shock petrolifero, è presente, ma questa volta beneficia la ripresa globale.