Khalil Shikaki: 'In Israele non c'è ancora la terza Intifada, ma una rivolta disperata'

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Non lo è ancora, ma lo può diventare. Perché i giovani non hanno fiducia nei loro leader. Parla il grande intellettuale palestinese

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Dal primo ottobre assistiamo a un’escalation significativa delle violenze, ma non ancora sufficiente per definirla una terza Intifada dato che il numero dei palestinesi coinvolti è ancora troppo basso....Parla Khalil Shikaki, docente di Scienze politiche con numerose esperienze negli atenei più prestigiosi Usa, fondatore e direttore del Palestinian Center for policy and Survey Research, e uno dei più importanti intellettuali palestinesi. In questa intervista con “l’Espresso” analizza la situazione socio-politica che ha indotto numerosi giovani palestinesi a reagire con la violenza all’occupazione dei Territori palestinesi. E se ancora non la si può definire Intifada, però avverte: «Il fatto che dietro ai giovani che attaccano gli israeliani con le pietre, i coltelli o con le proprie auto, non ci sia una regia, non significa che la situazione non possa degenerare e trasformare gli attacchi in una rivolta collettiva. Lo dimostrano le primavere arabe nate da moti spontanei e diventati in breve rivoluzioni».

Professor Shikaki, quali sono i motivi di questa che i media già definiscono “l’Intifada dei coltelli”?
«Anzitutto la disperazione dei giovani, tanto che sono disposti a morire, dovuta alla mancanza di prospettive reali che possano portare a un cambiamento pacifico; la consapevolezza che non potrà nascere uno Stato palestinese reale; che l’occupazione non finirà; che i coloni ebrei sono appoggiati e difesi dall’attuale governo israeliano; che questi sono sempre più violenti nei loro confronti e impuniti; la sfiducia nei confronti della dirigenza palestinese; il peggioramento della condizione economica dei Territori; il timore che Israele voglia cambiare lo status quo della moschea di al-Aqsa, terzo luogo sacro dell’islam sotto la giurisdizione del re di Giordania, sempre più conteso dagli oltranzisti ebrei. E, infine, la consapevolezza che per le nazioni arabe la questione palestinese non è più in agenda, anzi è diventata un peso, se non un intralcio».
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Perché non credono più alla nascita di uno Stato palestinese ?
«Perché sono consci che uno Stato, già piccolo sulla carta, non potrà mai diventarlo nella realtà dal momento che è spezzato nella sua continuità territoriale dalle colonie ebraiche in continua espansione, nonostante l’Onu le ritenga illegali. Secondo i nostri sondaggi (l’istituto diretto da Shikaki ha introdotto la statistica politica in Palestina, ndr) oggi il 51 per cento dei palestinesi sotto occupazione sostiene la soluzione di un unico Stato per due popoli, con uguali diritti per israeliani e palestinesi».

Il governo Netanyahu accusa Hamas e il Movimento islamico, nato nel nord di Israele, di fomentare i “lupi solitari” e denuncia l’ambiguità del presidente Abu Mazen e degli altri membri di Fatah che non sono stati troppo decisi nel condannarli. La settimana scorsa il leader del Movimento islamico, Yousef Abu Gama, è stato arrestato. Qual è la sua opinione in proposito?
«Ribadisco: non c’è nessuna regia né di Hamas né del Movimento islamico dietro ai lupi solitari, ma solo la disperazione. Ciò che è vero è il tentativo di Hamas di cavalcare la reazione dei giovani palestinesi. Ma Hamas lo fa per alzare la posta con Israele con cui sta trattando per arrivare a una tregua permanente e allentare l’assedio sulla Striscia di Gaza. Voglio dire che Hamas, conscia della sua crescita in termini di popolarità tra i palestinesi della West Bank, non vuole l’escalation ma usa questa rivolta per avere più potere negoziale. Per quanto riguarda il Movimento islamico, non si può affermare che abbia un peso tra i palestinesi sotto occupazione. Ce l’ha invece sulla minoranza araba che vive in Israele, ma solo per quanto riguarda la questione dello status della Spianata delle Moschee».
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Può spiegarsi meglio?
«Per il Movimento islamico, così come per Hamas e l’ala più integralista di Fatah, il governo israeliano ha pianificato di cambiare lo status di questo luogo sacro per il mondo islamico. Questa intenzione, secondo loro, sarebbe provata dalle numerose provocazioni da parte di gruppi di ultraortodossi, nell’ultimo anno entrati più volte nel perimetro della Spianata sotto gli occhi complici della polizia israeliana e dalle continue restrizioni all’accesso alla Spianata degli arabi israeliani e di Gerusalemme Est che abbiano meno di 45 anni. In realtà Netanyahu non ha intenzione di cambiarne lo status. Anche perché comprometterebbe i suoi rapporti con i Paesi alleati dell’area, come la Giordania e l’Egitto. Ma questo timore è cresciuto a dismisura tra i palestinesi perché si è innestato su un tessuto sociale già compromesso dalle cause che ho elencato. È una paura dettata solo dall’emotività, che tuttavia può contribuire ad alzare il livello dello scontro».
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La frattura ancora esistente tra Hamas e Fatah, invece tiene basso questo livello?
«Sì, così come lo calmiera un’intelligence palestinese più esperta rispetto a quella che esisteva durante la Seconda Intifada. Anche i servizi segreti israeliani hanno più esperienza e consigliano a Netanyahu di essere cauto. Ora bisogna attendere le mosse del governo israeliano. Se non darà ordini all’esercito di reagire brutalmente, è possibile che le acque si calmino».

Ci sono elementi o cellule dello Stato Islamico a Gaza e in Cisgiordania?
«In Cisgiordania no, a Gaza qualche piccolo gruppo affiliato, ma dai nostri rilevamenti emerge chiaramente che il 90 per cento dei palestinesi ritiene che l’Is sia un’organizzazione terroristica che distorce e strumentalizza il Corano per ottenere il potere».

Lei tra le motivazioni che spingono i lupi, sempre meno solitari, a uccidere gli ebrei israeliani, ha indicato la sfiducia nella dirigenza palestinese. Perché le nuove generazioni non credono più nei leader ?
«Li ritengono incapaci, corrotti e dispotici. Interessati solo alle logiche di palazzo. Nei primi nove mesi di quest’anno abbiamo registrato nei nostri rilevamenti che i due terzi dei palestinesi vogliono le dimissioni del presidente Abu Mazen e che la maggioranza sostiene una rivolta armata. La maggioranza vorrebbe anche andare subito alle elezioni generali, e che queste siano congiunte, cioè sia in Cisgiordania sia a Gaza. Inoltre il 79 per cento pensa che ci sia corruzione all’interno dell’Autorità nazionale palestinese. Per il 53 per cento l’Anp è un peso. Il 75 per cento vuole una polizia unica sotto un governo di unità. Ma il 56 per cento ritiene che la frattura tra Hamas e Fatah non si ricomporrà. Solo il 23 per cento è convinto che ci sia libertà di stampa in Cisgiordania. Percentuale che cala per Gaza: 19 per cento».

Chi vorrebbero i palestinesi al posto di Abu Mazen?
«Al primo posto troneggia Marwan Barghouti con il 32 per cento (28 per cento nella Striscia, 35 in Cisgiordania) seguito con grande distacco dal “premier” della Striscia, il leader di Hamas Ismail Hanyeh. Barghouti, in carcere da tredici anni per scontare gli ergastoli a cui è stato condannato per aver guidato la Seconda Intifada, ha oggi 50 anni, ma è molto amato anche dagli adolescenti».

Che cosa aggiungono i social network all’“Intifada dei coltelli”?
«È proprio l’uso di Facebook e Internet a differenziarla dalla prima e dalla seconda Intifada. I video postati dai lupi solitari mentre compiono i loro attacchi sembra siano realizzati proprio tenendo conto del loro effetto. I social non servono solo per incitare gli altri, per creare l’effetto emulazione, ma anche per fare da contrappeso alla povertà di armi».

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