Scappano dalla guerra, ma dopo non va meglio. Esclusi dall'istruzione rinunciano all'infanzia e vivono rinchiusi nei centri per migranti delle isole greche anche per due mesi. E le organizzazioni umanitarie denunciano: "Sono dei centri di detenzione"

Non solo hanno detto addio a case, affetti e alla propria infanzia. Molti dei migranti minorenni rimangono fuori dalla scuola per mesi. In media per un anno e mezzo. Formano un’intera generazione che rischia di essere esclusa dall’istruzione per tutta la vita. Uno degli ostacoli maggiori è il periodo che i minori passano nei campi per rifugiati.

In Grecia e Turchia soprattutto. Ma anche in attesa lungo la rotta balcanica. A Idomeni al confine tra Grecia e Macedonia vivono da mesi circa 10.000 persone, 13.000 in tutta l’area. Lo sgombero del campo è iniziato in queste ore, senza che ancora si sappia dove saranno spostate. Tra queste oltre 4000 bambini, anche neonati, a cui sono tutt’ora negati i diritti. Una città abusiva dove non sono mancati gli scontri e le forze dell’ordine hanno dovuto usare lacrimogeni contro i migranti.

Uno studio di Save the Children ha evidenziato che i bambini siriani sono rimasti esclusi dalla scuola per una media di più di due anni, mentre quelli afghani oltre dieci mesi. Minori che nella maggior parte dei casi considerano l’andare a scuola una priorità, ma che si scontra con una realtà difficile, diventando un diritto negato. Nei campi in Grecia dove lavorano i volontari dell’associazione un minore su cinque non ha mai cominciato un percorso educativo.
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Con l’entrata in vigore il 20 marzo dell’accordo tra Unione Europea e Turchia i migranti che prima non sostavano in Grecia per al massimo cinque giorni, ora rimangono anche per più di due mesi. In attesa che la loro richiesta di asilo sia accettata, in caso contrario sono spediti in Turchia. Esattamente da dove sono arrivati.

“Oggi la metà dei 7,3 milioni di bambini rifugiati nel mondo non ha accesso all’educazione e la comunità internazionale dovrà lottare per decenni per invertire gli effetti di questa mancanza di investimenti su questo settore. È per questo che chiediamo che nessun bambino rifugiato rimanga fuori da scuola per più di un mese”, dichiara Helle Thorning-Schmidt, Direttore Generale di Save the Children International. L’associazione con Save the Children, Unicef, il Ministero dell’Istruzione libanese e altre organizzazioni, presenteranno il nuovo fondo Education Cannot Wait, dedicato a sostenere la scolarizzazione nei contesti di emergenza.

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“I bambini che hanno rischiato la vita per raggiungere l’Europa stanno sprecando i migliori anni della loro vita tra campi profughi e centri detentivi, bloccati dietro a confini chiusi da recinzioni e muri. Molti di loro non hanno vissuto altro che conflitti, violenze, migrazioni forzate e la terribile condizione in cui si trovano attualmente, che lascia loro poche speranze per il futuro" aggiunge Thorning-Schmidt.

Ma i problemi che riguardano i minori non si limitano all’istruzione. Nei campi ellenici regna il sovraffollamento, le condizioni igieniche sono scarse e c'è poca sicurezza, come denuncia Human Right Watch. Quello di Samos è pensato per 250 persone, ma ne ospita ogni giorno oltre 900. Una situazione critica che riguarda anche altri due campi delle isole greche Lesbo e Chios. Il cibo è scadente e le razioni sono limitate secondo gli abitanti. L'assistenza sanitaria è inadeguata e i bagni non sono separati tra donne, uomini e bambini. Mancano sezioni apposite per donne single con bambini o bambini non accompagnati.

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Non sono rari poi nei centri gli scontri tra persone di diversa nazionalità. Violenze che hanno costretto separare a Moria, il campo di Lesbo, in gabbie diverse gli adolescenti afghani, dai pakistani, iracheni e siriani per evitare che nascessero risse. Inoltre mancano informazioni, spesso i migranti non sanno come muoversi per partire con le procedure di asilo.

Eppure la norma sulla "restizione di movimento" approvata dal Parlamento greco il 2 aprile (e che ha permesso di chiudere l'accordo con la Turchia) è chiara sui nuovi arrivi: nei centri chiusi si può restare un massimo di 25 giorni tra ricezione e identificazione.

Secondo Human Right Watch è l’intero sistema che non funziona. I paesi dell'Ue dovrebbero accelerare le procedure di trasferimento temporaneo, facilitare la ricollocazione dei richiedenti asilo le cui richieste sono state considerate ricevibili dalle isole greche hotspot. E considerare le circostanze individuali, come i legami familiari.
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Per questo l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) e Medici senza frontiere (Msf) hanno deciso di non supportare più le attività all’interno degli hotspot in Grecia, secondo le organizzazioni diventati dei “centri di detenzione”.

“In linea con la nostra politica, che si oppone alla detenzione obbligatoria – spiega l’Unhcr - l’Agenzia ha sospeso alcune delle sue attività, come il servizio di trasporto da e per questi siti". "Abbiamo preso con estrema difficoltà la decisione di cessare il nostro lavoro nel centro di Moria a Lesbo perché non vogliamo essere complici di un sistema che consideriamo ingiusto e inumano - sottolinea Marie Elisabeth Ingres, capo missione di Msf in Grecia -, non permetteremo che la nostra assistenza sia strumentalizzata per un'operazione di espulsione in massa”.
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Tutto questo mentre si apre a Istanbul il primo World Humanitarian Summit, con al centro la situazione in Turchia, dove sono presenti quasi tre milioni di siriani. Due giorni in cui sono attesi 65 tra capi di Stato, di governo e ministri. «Per mantenere l'immigrazione illegale sotto controllo, l'Europa e la Turchia devono lavorare insieme e creare meccanismi legali, come l'accordo del marzo 2016, per il reinsediamento dei rifugiati siriani», ha detto il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, all’apertura dell’incontro «Bisogna premiare i rifugiati che rispettano le regole e rendendo chiaro che i migranti illegali saranno rispediti in Turchia, possiamo persuadere i rifugiati ad evitare di rischiare le loro vite in mare».

Ma l’equilibrio potrebbe presto subire scossoni. Il consigliere economico di Erdogan Yigit Bulut ha affermato che se l'Unione europea continuerà ad applicare un "doppio standard", la Turchia potrebbe prendere "decisioni radicali" e sospendere gli accordi siglati.

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