Una deportazione silenziosa: per l’assenza di giornalisti, tenuti a distanza dal governo greco, di organizzazioni umanitarie, stessa sorte, e per nessuna reazione da parte degli abitanti. Inutili le proteste, non sarebbero servite. E allora zitti in fila, in carovana, racimolando quanto possibile. Dopo 72 ore il governo greco ha potuto mettere un asterisco sul campo della vergogna al confine con la Macedonia, a indicare che non c’è più nessuno ad abitarlo.
Ma ora su quelle centinaia di persone, che per mesi hanno vissuto nel fango, sotto la pioggia e al freddo, è calato di nuovo il silenzio. Spostate in strutture governative o campi militari allestiti in tempi record e non pronti ad accoglierle. “Sono depositi o fabbriche in stato di abbandono, con tende disposte in modo troppo ravvicinato, con poca aria e insufficienti forniture di cibo, acqua e servizi igienici”, sottolinea l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).
Preoccupati per le condizioni nei nuovi insediamenti per rifugiati trasferiti da Idomeni https://t.co/ixQq4U7k9J pic.twitter.com/v8erNjzL8H
— UNHCR Italia (@UNHCRItalia) 27 maggio 2016
Con la chiusura dell’accordo con la Turchia si sapeva che Idomeni non sarebbe durato a lungo, ma l’annuncio del suo sgombero, iniziato martedì 24 maggio, è arrivato con poco anticipo. Di quello che alcuni hanno paragonato a un campo di concentramento tedesco, per le condizioni e l’impossibilità di fuga, rimane solo spazzatura. Ma per le organizzazioni umanitarie ora è anche peggio.
Una disorganizzazione evidenziata anche durante lo smantellamento avvenuto senza alcuna informazione ai migranti sulle destinazioni e durante il quale molte famiglie sono state separate. Soprattutto quelle che hanno familiari negli ospedali greci.
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Le nuove strutture di accoglienza che si trovano intorno a Salonicco, a 80 km da Idomeni, sono state finanziate dall’Unione Europea che però si difende: “Le autorità e le organizzazioni non governative stanno lavorando per rendere le cose più facili ai rifugiati. Ma sappiamo bene che qualsiasi struttura di accoglienza è meglio della vergogna di Idomeni”, ha detto il portavoce capo della Commissione Europea, Margaritis Schinas.
Non basta un vecchio capannone x definire "umanitario" sgombero di #Idomeni. Ecco campi del governo #overthefortress pic.twitter.com/AjcC8tuyCw
— Melting Pot Europa (@MeltingPotEU) 26 maggio 2016
Intanto anche Strasburgo condanna i centri: "Nei luoghi visitati mancano la luce, la ventilazione e le misure di sicurezza anti-incendio, oltre che la privacy, mentre le persone non hanno informazioni sulla loro situazione e su cosa le attende" ha detto Tineke Strik che fa parte della delegazione dell'assemblea parlamentare che attualmente si trova nel Paese per visitare i campi per rifugiati ad Atene e Lesbo.
Nonostante siano campi governativi per ora non è stata garantita la possibilità di fare domanda asilo e quella di ricongiungimento familiare. Anche Save the Children è preoccupata per le sorti degli oltre 4.000 bambini che abitavano Idomeni denunciano “condizioni al limite del disumano”, condizioni simili a quelle di altri campi greci. “Abbiamo trovato quasi 200 persone stipate in un capannone industriale costrette a dormire sul nudo cemento con un telo di plastica e un lenzuolo. Avevano ricevuto pochissimo cibo e non avevano acqua corrente. Quattro bagni in tutto e non c'era acqua”.
Ci sono 55.000 migranti in tutta la Grecia. Ora il governo punta allo smantellamento dei campi informali vicino al porto del Pireo e del vecchio aeroporto di Elliniko. Dopo la chiusura di Idomeni poi migliaia di rifugiati si sono installati in piccoli accampamenti nati spontaneamente intorno a stazioni di rifornimento e alberghi, sempre nel nord del Paese. Secondo la polizia greca sono oltre 4.000 i migranti nella zona dell'ex campo.