In Iraq nel 2003, mandati allo sbaraglio, abbiamo subito l’attentato di Nassiriya. In Afghanistan, nella polvere gialla di Herat, abbiamo perso decine di uomini e poi abbiamo smesso di effettuare missioni di combattimento, perché di quello si trattava. Bisogna esserci stati, e non una volta sola, per capire di cosa si parla. Il resto sono fesserie di esperti che giocano a tavolino con i soldatini di piombo.
Vediamo cosa ci aspetta dal Niger. Cosa avremo in cambio da Parigi? Macron sarà meno attento alle ambizioni di Khalifa Haftar o in Libia ci dovremo affidare a Putin, che ha firmato accordi militari con l’egiziano Al Sisi?
Con la missione in Niger facciamo i nostri interessi, turare le falle sulle rotte dei migranti, ma anche quelli di Parigi, come si era già capito al vertice euro-africano di Abidjan, preceduto da un viaggio di Gentiloni nel continente che con l’Eni aveva firmato contratti a tutto spiano nel gas. Qualche cosa ogni tanto porta a casa anche l’Italia, primo investitore europeo in Africa nel 2016 grazie al settore energetico.
Certo guerra e diplomazia in questi anni ci offrono bilanci meno brillanti. Dopo che nel 2011 l’ex presidente francese Sarkozy fece sprofondare di mille chilometri la frontiere della Libia nel Sahel, distruggendo con americani e britannici il regime di Gheddafi, adesso l’Italia si prepara a dare una mano anche a Parigi, che ha già migliaia di soldati sul terreno.
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Con un sistema militare che ha preso le mosse dall’intervento in Mali del 2013 contro al-Qaeda, Parigi ha organizzato un ritorno in forze di “Francafrique”. La Francia oggi ha 7 mila militari in Africa e oltre a Gibuti ha una presenza importante in Senegal, Gabon, Costa d’Avorio e un ruolo decisivo tra il Mali, il Niger il Ciad e il Centrafrica. Insomma i nostri 470 militari in Niger sono un discreto contingente ma in posizione ancillare rispetto alla Francia: non bisogna risentirsi ma prenderne atto.
In Niger l’Italia fornirà supporto al governo «nell’ambito di uno sforzo europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area»: ecco perché abbiamo avuto il via libera da Washington a ridurre i contingenti in Afghanistan e in Iraq.
Cosa andiamo a fare è chiaro solo in parte. È un contingente nutrito per addestrare l’esercito nigerino ma non così consistente per i controlli alle frontiere. Nel primo caso si tratta di una missione “no combat”, nel secondo invece i rischi sono sicuramente maggiori.
Inoltre andiamo su un terreno “arato” da altri. La Francia ha appena lanciato una nuova operazione insieme ai Paesi del G-5 (Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania). Coordinate dai militari francesi dell’Operazione Barkhane, le truppe si concentreranno in una zona nevralgica ai confini tra Burkina, Niger e Mali.
Il contingente italiano si muoverà - se si muoverà - in un’area affollata e dove si combatte. All’inizio comunque sarà il nuovo governo a decidere l’aumento della presenza militare. Così come l’Italia intensificherà la presenza in Libia di supporto al governo Sarraj e manderemo un mini-contingente in Tunisia sotto comando Nato. Due paesi chiave questi per il contrasto alle infiltrazioni jihadiste, oltre che per i flussi dei migranti.
Per la Francia la regione ha un’importanza strategica fondamentale. Un’area in cui ha profondi interessi legati alle materie prime. La Total, per esempio, mette a bilancio in Africa un terzo della sua produzione mondiale di petrolio. Soltanto in Niger la società francese Areva estrae il 30 per cento dell’ uranio per le centrali nucleari. Uranio e petrolio del Sahel sono pilastri della geopolitica francese in Africa.
Poi ci sono le armi. La Francia nel 2016 è stata il secondo esportatore di armi nel mondo dopo gli Usa e il Sahel è uno dei suoi clienti di riguardo, anche se ovviamente meno redditizio delle monarchie del Golfo.
Ma quello che interessa ancora di più è la posta finanziaria, il motivo per il quale Sarkozy volle colpire Gheddafi. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi voleva sostituire il Franco Cfa con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi.
Il Franco delle Colonie Francesi d’Africa creato in contemporanea con gli accordi di Bretton Woods nel 1945, è una moneta imposta a 14 ex colonie francesi. Le ex colonie hanno il 70 per cento delle loro riserve depositate al Tesoro francese. La Francia ha anche il potere di determinare quanti franchi Cfa si stampano. Le tiene, insomma, a guinzaglio.
Il presidente francese Emmanuel Macron è stato chiaro con i leader africani: «Se non vi sentite felici nell’area del franco Cfa lasciatela e fatevi la vostra moneta. Ma se rimanete smettetela di fare dichiarazioni demagogiche imputando al franco Cfa i vostri fallimenti e indicando nella Francia l’origine dei vostri problemi».
“Sono il signor Wolf e risolvo problemi”: così si è presentato Macron in Africa, come il personaggio di Pulp Fiction di Tarantino. Peccato che prima di lui qualcuno di problemi ne abbia creati e anche grossi, pure a noi.