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Tre anni dopo la bruciante sconfitta di Hillary Clinton, i democratici americani appaiono però ancora divisi e disorganizzati. Contro un presidente che ha un rating di popolarità tra i più bassi di sempre, gli eredi di Obama dovrebbero in teoria avere la vittoria in mano: perché hanno un maggior numero di elettori “registrati” (per votare negli Usa è obbligatorio registrarsi come democratico, repubblicano o indipendente), perché cresce l’elettorato alternativo (millennials, studenti di college, ispanici-americani, asiatici) meno legato ai partiti tradizionali e molto critico verso la Casa Bianca, perché la guerra dei dazi rischia di frenare un’economia che è stata (finora) l’arma in più di Trump.
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Il presidente meno popolare di sempre ha però dalla sua un’arma che gli avversari non hanno. Il suo elettorato - che viene, un po’ troppo semplicemente, identificato nel maschio bianco in cerca di rivincite dopo gli anni del presidente nero - in questi tre anni non solo è rimasto compatto nonostante gli ondeggiamenti di The Donald, ma si è allargato accogliendo anche quella parte moderata dei repubblicani che inizialmente lo avevano apertamente osteggiato. Spaccando ancora di più un’America mai così divisa tra destra e sinistra, tra conservatori e progressisti.
Tutto il contrario di quanto avviene in campo democratico. La lezione del 2016 è stata dimenticata in fretta e un partito che storicamente aveva due anime - quella centrista e moderata maggioritaria, quella liberal più incisiva ma elettoralmente perdente - oggi le ha raddoppiate: c’è un ala moderata, su posizioni che ricordano quelle del partito repubblicano prima dell’avvento del Tea Party e di Trump; c’è quella centrista e clintoniana che ancora si lecca le ferite; c’è quella tradizionalmente liberal che guadagna terreno; e c’è la nuova ala socialista (parola che fino a ieri era un tabù negli States) che spariglia le carte tradizionali.
Quattro anime per tre candidati e una possibile (ma difficile) sorpresa. Oggi come oggi sono loro, Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren gli unici accreditati a potersela giocare più o meno alla pari con The Donald, con l’outsider Kamala Harris (senatrice della California) che dopo un buon inizio ha perso parecchie posizioni. Due uomini e due donne che si dividono la stragrande maggioranza dei consensi nell’affollato campo dei candidati democratici, che nonostante le defezioni delle recenti settimane (ultima quella del sindaco di New York Bill de Blasio) restano in diciannove. Solo dieci di loro hanno potuto partecipare al dibattito televisivo dello scorso 12 settembre perché l’altra metà non ha superato i paletti di accesso: almeno il 2 per cento dei consensi nei sondaggi nazionali e 130 mila finanziatori unici.
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Tra i vari sfidanti minori nessuno sembra al momento in grado di insidiare i quattro moschettieri dem. Un dibattito tv può incidere molto (ne sa qualcosa Biden che nel primo perse molti consensi contro la Harris, salvo poi riprendersi nel secondo), ma i vari Pete Buttigieg (candidato gay dichiarato), Beto O’Rourke (il cosiddetto Kennedy del Texas), Cory Booker (l’Obama del New Jersey), Julián Castro (ex sindaco prodigio di San Antonio), Amy Klobuchar (senatrice centrista del Minnesota), Andrew Yang (businessman della South Carolina), tutti accreditati tra l’1 e il 3 per cento, non sono riusciti a recuperare. La sfida ormai si limita di fatto ai tre big (Biden, Sanders, Warren) più la Harris.
Tra questi quattro, chi continua a salire nei sondaggi è Elizabeth Warren, 70 anni, già docente a Harvard, giurista ed economista, unanimente considerata molto preparata, quasi “secchiona”. Oggi Warren è data alla pari con Biden nelle ricerche demoscopiche nazionali e in vantaggio sull’ex vicepresidente nell’Iowa, primo banco di prova delle primarie. Se la Convention democratica di metà luglio 2020 a Milwaukee dovesse sceglierla, verrebbero smentiti tutti gli opinionisti ed esperti (sono una grande maggioranza) secondo i quali solo un maschio bianco è in grado di competere con The Donald.
Può farcela, Warren? Di certo le sue politiche sono quelle più marcatamente di sinistra: si batte per la depenalizzazione dell’immigrazione clandestina e ha la gamma più ampia di proposte politiche, molte delle quali considerate radicali, tra cui l’assistenza sanitaria totale all’infanzia, la riduzione del debito degli studenti per il college, la protezione del diritti di aborto. Autoproclamatasi economicamente “capitalista” (al contrario di Sanders “socialista”), Warren chiede però una regolamentazione più severa del mercato ed è nota per le sue battaglie nei confronti delle grandi banche. Tra lei e Trump è in corso da mesi un duello via Twitter: il presidente insiste sulle sue percentuali di sangue pellerossa e la deride chiamandola “Pocahontas”.
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La dinamica su cui si basano le primarie democratiche del 2020 è in realtà più semplice di quanto appaia a prima vista. La generazione più anziana, i baby boomers, sono convinti che nulla cambierà in modo radicale e che l’unica cosa che conta davvero è battere Trump. Ecco perché per loro il candidato migliore resta Joe Biden, che non a caso raccoglie il massimo dei consensi tra i maschi bianchi over 50, che vivono fuori dalle metropoli e che sono religiosi, un identikit per alcuni versi simile a quello dell’elettorato di Trump. La fascia tra i 30 e i 40 anni è invece sempre più allineata con la crociata per il “grande cambiamento” ipotizzata sia da Sanders sia da Warren: la “way of life” americana va ridefinita in alternativa a quella ipotizzata dalle generazioni di genitori e nonni. Tra i millennials prendono sempre più piede le spinte verso un socialismo all’americana ancora più radicale, guidato al Congresso e sui social network dalle donne trentenni come Alexandria Ocasio-Cortez.
Quella tra Joe Biden e la “nuova sinistra” è una guerra che va oltre la politica, con la maggioranza dei giovani che rifiuta i modelli tradizionali per sposare nuovi movimentismi (ambiente e clima, battaglie Lgbt, maggior potere alle minoranze, il politicamente corretto radicale) e vuole sostituirsi alla gerontocrazia che domina negli Stati Uniti. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, negli Usa la generazione più anziana detiene il potere reale molto più che in Europa.
Kamala Harris, l’outsider, 55 anni, era vista come una contendente in grado di trovare la mediazione in questa guerra generazionale. Salita alla ribalta nazionale durante le audizioni al Senato per il Russiagate - dove ha messo sotto torchio l’allora ministro di Giustizia Jeff Sessions e ha fatto perdere le staffe a navigati senatori - un paio di mesi fa sembrava in grande ascesa. Nel primo dibattito tv in giugno aveva stroncato il vecchio Joe Biden, mettendolo in grande difficoltà su temi sensibili quali il razzismo («non si vergogna neanche oggi di aver appoggiato senatori segregazionisti?»), ricevendo un’ondata di donazioni online da ogni parte d’America. In agosto però la sua stella ha iniziato una caduta libera, soprattutto per le contraddizioni su un altro tema molto sensibile, quello della sanità, e nei sondaggi ha perso circa la metà dei consensi (dal 17 per cento all’8).
Kamala deve il suo nome (sanscrito) a una madre indiana Tamil e a una divinità indù della prosperità; del padre Donald (nero giamaicano) ha preso altri tratti, da entrambi i genitori - lui prof di economia a Stanford, lei ricercatrice emigrata nel 1960 dall’India e dal nonno materno (un diplomatico) - la passione per gli studi (legge e relazioni internazionali). Poteva essere la candidata ideale ma nell’America delle divisioni ha finito per dividere un po’ tutti e l’ala più liberal dell’elettorato le rinfaccia un eccessivo pugno di ferro contro il crimine di quando era procuratore della California.
Ora il vento è girato a favore di Elizabeth Warren (e in subordine di Bernie Sanders) ma è in questo enorme serbatoio di elettori più radicali e della loro capacità di imporre un candidato che sia veramente unitario che i democratici si giocano il prossimo futuro e quello dell’America stessa che non è più quella di Roosevelt, di Kennedy, di Clinton e neanche quella di Obama.
Con la speranza che l’anno prossimo non sia vero un altro famoso aforisma di Will Rogers: «I democratici non sono mai d’accordo su nulla, ecco perché sono democratici. Se fossero d’accordo tra loro, sarebbero repubblicani».