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Ansia, depressione, suicidi: la salute mentale è diventata ormai un’emergenza negli Stati Uniti

Due adulti su cinque soffrono di vari disturbi, uno studente su cinque ha pensato di togliersi la vita. E la situazione peggiora tra le minoranze. Ma mentre i vip cercano di sensibilizzare sul tema, non tutti possono accedere alle cure necessarie

Lascia scivolare le parole con voce ferma, baritonale. Gli occhi cercano la telecamera del cellulare mentre guida, guarda la tv in casa o siede su una panchina. «Ho tanti pensieri negativi, soffro per un brutto stress post-traumatico dopo tutto lo schifo che ho vissuto». Decine e decine di clip amatoriali, ammucchiate su un canale YouTube nell’arco di tre anni, senza che nessuno ci badi. Ce l’ha con la società, con il sindaco di New York Eric Adams, con gli operatori sanitari che non lo aiutano. Tra rabbia, minacce, deliri apocalittici e angoscia, Frank James incastra una a una le tessere del video-puzzle della sua malattia mentale. Quella che l’11 aprile, se le indagini dovessero confermarlo, avrebbe portato questo 62enne afroamericano ad aprire il fuoco su un treno della metropolitana di Brooklyn, ferendo almeno dieci persone. In ogni caso, la storia di James e la sua disperazione urlano l’ennesimo j’accuse contro un sistema sanitario atrocemente inadeguato ad affrontare quella che ormai è stata dichiarata «crisi della salute mentale».

 

Oggi in America due adulti su cinque riferiscono sintomi di ansia e depressione. E in queste statistiche non rientrano tutti quelli che da anni soffrono di patologie psichiatriche senza ricevere cure. Impressionante, poi, l’incidenza dell’infermità acuta tra le minoranze: gli afroamericani colpiti sono il 20 per cento in più rispetto ai bianchi. È allarme anche tra i ragazzi in età scolare: quasi la metà ha riportato sentimenti persistenti di tristezza e disperazione. Vent’anni fa ad impensierire i genitori statunitensi erano alcol, fumo, droghe, gravidanze indesiderate; oggi a terrorizzarli sono i disturbi mentali. Si pensi che il 20 per cento degli studenti americani ha seriamente contemplato il suicidio.

 

La crisi non è da attribuire solo alla pandemia, all’isolamento sociale, alla chiusura delle scuole, al burnout sul posto di lavoro, alle difficoltà economiche, all’incertezza. Il Covid-19, però, ha portato al limite un problema che da anni si insinua tra le maglie dell’American Dream, già minato da altre emergenze drammatiche come quella dei senzatetto, ai massimi storici a New York come a Los Angeles, o quella della morte da overdose di oppioidi, che l’anno scorso ha ucciso un numero record di 106.854 persone. Per capire le proporzioni della tragedia, basti pensare che nel 2019 le morti furono poco più di settantamila.

 

«Sono fenomeni collegati», spiega Jamieson Webster, psicologa e autrice newyorkese. «In una nazione fondata sull’individualismo, il più delle volte la colpa cade sulla singola persona. Si tratta invece di una responsabilità sociale. Il tipo di capitalismo che il sogno americano esprime è volto al successo, alla conquista della felicità. I social media, ad esempio, ne sono un’esibizione».

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Con questa consapevolezza, sentendo il peso della responsabilità, molte star iniziano a usare proprio i social per raccontare il loro malessere. Artiste come Katy Perry, Camila Cabello, Selena Gomez, ma anche sportive come la stella della ginnastica Simone Biles, sono scese in campo descrivendo le loro battaglie, innanzitutto per scrostare lo stigma. Le lacrime della modella Bella Hadid, condivise con cinquantuno milioni di follower, restano tra le immagini più forti.

 

Che il Paese sia in allerta è stato ammesso pure dalla Casa Bianca. Il presidente Joe Biden ne ha parlato a marzo durante lo State of the Union, il discorso alla nazione a camere riunite. Tra gli interventi annunciati, oltre a una sostanziosa iniezione di fondi, l’intenzione di lavorare con il Congresso alla piena parificazione tra salute fisica e mentale.

 

Fino a ora, infatti, denunciano gli esperti, non è stato così; l’accesso alle cure rimane difficile per tantissimi, anzitutto per i più poveri e per chi non ha un’assicurazione sanitaria completa. La carenza di personale è allarmante. Particolarmente nelle aree rurali, ma finanche in grandi città come New York. «Da quando è scoppiata la pandemia, tutti chiedono aiuto, soprattutto per problemi legati all’ansia», dice ancora Webster. Non accetta nuovi pazienti da mesi; il suo studio nel Village, a Manhattan, è sempre pieno. «E lo stesso succede a ogni collega che conosco».

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Il supporto è scarso anche a scuola: «Da anni abbiamo problemi seri a causa della mancanza dei servizi. Un giovane su cinque ha un problema di salute mentale ma la maggioranza non riesce ad ottenere le cure di cui ha bisogno», ci spiega Steven Adelsheim, direttore del Centro per la salute mentale e il benessere dei giovani della facoltà di Medicina di Stanford in California. Si fa poca prevenzione. «Non abbiamo mai costruito una realtà in grado di identificare i giovani a rischio, di individuare precocemente le malattie per aiutarli. Il sistema attuale è costruito su intervento e gestione della crisi. Finalmente, però, iniziamo a vedere più investimenti. È un buon inizio».

 

Oltre ad aumentare i finanziamenti, la Casa Bianca attiverà questa estate il 988, un numero d’emergenza. Nelle scuole, poi, si sta cercando di incrementare i terapisti specializzati; nel frattempo gli insegnanti consigliano agli studenti di utilizzare chatbot come Woebot, una sorta di Alexa o Siri per il supporto psicologico.

 

Quando accadono vicende come la sparatoria nella metropolitana, il rischio è quello di mettere sullo stesso piano, indistintamente, tutti i disturbi mentali, da quelli lievi a quelli più gravi, connettendoli con la violenza. «Il nesso c’è se le patologie sono gravi e non vengono curate, ma si affrontano in solitudine; possono avere derive violente contro se stessi, nei casi di suicidio, o contro gli altri», precisa la psicologa Webster: «Non dimentichiamo che questo è un Paese pieno di armi. La maggior parte delle sparatorie nelle scuole, per esempio, è avvenuta per mano di ragazzi che avevano seri problemi. Ricordate Adam Lanza, il ventenne responsabile della strage della scuola elementare di Sandy Hook (2012, 26 persone uccise, ndr)? Aveva cercato di farsi aiutare diverse volte senza riuscirci. Se non prestiamo attenzione ai ragazzi con problemi mentali andrà sempre peggio».

 

Il sistema medico, poi, per la psicologa è sbagliato: «Spesso vengono prescritte medicine al posto della terapia: è più facile e fa guadagnare soldi alle compagnie farmaceutiche. Anche il medico di famiglia può dare psicofarmaci».

 

La speranza di esperti e attivisti è che la salute mentale diventi un problema che la società tutta prende in carico e non il dramma solitario dei singoli. Come è successo a Laura Pogliano, italoamericana di Baltimora. «La malattia di mio figlio è stata lacerante», ci racconta quando la raggiungiamo in videoconferenza. Nel 2008 Zac, diciassettenne, improvvisamente dà segni di squilibrio. «Una sera torno a casa e lo trovo con uno straccio sul viso e fazzoletti nel naso per proteggersi dai germi». Inizia il calvario. Laura cerca aiuto invano, finché una domenica chiama ogni ospedale specializzato della East Coast. «Lasciavo a tutti lo stesso messaggio: mio figlio sta male, sono disperata e ho un mucchio di soldi». La richiamano in tanti, incluso il prestigioso Johns Hopkins. La diagnosi non lascia dubbi: è una grave forma di schizofrenia. Male che lo avrebbe perseguitato fino alla morte a 23 anni nel 2015, per complicazioni cardiache.

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Un’esperienza che annienta la famiglia anche finanziariamente. «Avevo risparmi per oltre duecentomila dollari», aggiunge Pogliano. Gruzzoletto prosciugato velocemente. Il punto, ci spiega, è che «non c’è una vera equiparazione tra malattia fisica e malattia psichiatrica; le assicurazioni fanno di tutto per non coprirti. Poi, se vai in un buon ospedale devi subito anticipare giganteschi depositi. Parlo di cifre che si aggirano attorno ai diecimila dollari. Ho speso una quantità oscena di soldi. Una delle iniezioni di Zac costava 1.300 dollari al mese».

 

Laura è diventata un’attivista che si batte per i diritti dei malati. «Parliamo di crisi, ma intendiamo anni di cattiva gestione». Secondo lei il risultato più comune di una grave malattia mentale non curata negli Stati Uniti è l’incarcerazione per reati violenti o semplicemente disordine pubblico. «E quando non si finisce in carcere, c’è la strada, la vita da homeless, la morte precoce o il suicidio. È la crisi dei diritti umani del nostro tempo», denuncia. Circa due detenuti su cinque hanno una storia di malattia mentale; le carceri d’America, tuonano i militanti, sono diventate istituti psichiatrici pur non offrendo nessun supporto medico adeguato. Laura Pogliano non ha avuto cuore di guardare i video di Frank James, né quelli della sparatoria. «Sapete cosa ci chiediamo noi attivisti quando succede una tragedia del genere? Solo una cosa: è uno dei nostri anche stavolta?».  

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