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21 gennaio, 2026Dopo l’annuncio di una tregua di quattro giorni, Damasco accusa le Sdf di aver favorito la fuga di detenuti ex Isis, mentre i curdi denunciano nuovi bombardamenti. Sullo sfondo, la pressione turca e quel messaggio di Macron a Trump sul dossier siriano: "Siamo d'accordo"
La tregua è arrivata prima come annuncio, poi come smentita di fatto. In Siria il cessate il fuoco tra il governo di transizione di Damasco e le Forze democratiche siriane (Sdf) esiste soprattutto tra le tante dichiarazioni emerse nelle scorse ore, molto meno sul campo. Nei comunicati delle parti in gioco si sovrappongono due piani: un’intesa firmata il 18 gennaio e, a seguire, l’annuncio di una finestra di quattro giorni per consultazioni e de-escalation. Secondo Al Jazeera, l’intesa sarebbe stata mediata anche dagli Stati Uniti. Martedì, però, il quadro si è di nuovo complicato: dopo alcuni attacchi da parte delle forze militari del presidente al-Shara’, il governo ha presentato un nuovo patto di “integrazione” con le Sdf. In cui allo stesso tempo le accusa di aver favorito la fuga di prigionieri ex Isis e di destabilizzare l’area.
Secondo quanto riferito dall’agenzia siriana Sana - affiliata al governo -, il ministero dell’Interno ha sostenuto che, dopo l’intesa del 18 gennaio, le Sdf avrebbero rilasciato “un certo numero di detenuti dell’Isis insieme alle loro famiglie”. E si sarebbero ritirate senza coordinamento dalla sorveglianza del campo di al-Hol, nella provincia di Hasakah, uno dei nodi più sensibili della detenzione jihadista in Siria. Damasco parla di un tentativo di “fare pressione” sul governo e ha annunciato di essere pronta ad assumere il controllo del campo e delle prigioni che ospitano miliziani dell’Isis, ribadendo che la priorità resta la “lotta al terrorismo”.
un accordo fragile e la resa curda
Nello stesso giorno, sempre Sana ha riferito dell’arresto di 81 ex combattenti dell’Isis evasi dalla prigione di al-Shaddadi, nel sud della provincia di Hasakah, struttura sotto controllo delle Sdf. In totale, secondo il ministero, sarebbero fuggiti circa 120 detenuti. La versione delle Forze democratiche siriane è però molto diversa. Nelle stesse ore, il loro portavoce Farhad Shami ha denunciato nuovi attacchi governativi nonostante l'annuncio sul cessate il fuoco di martedì. Parla di bombardamenti di artiglieria e di raid con droni contro postazioni e villaggi sotto controllo curdo. “Gli attacchi continuano mentre si parla di accordi”, ha scritto, mettendo in dubbio la reale volontà di Damasco di rispettare la tregua. Anche Al Jazeera ha riportato di scontri sporadici e movimenti di truppe nelle aree di contatto, segno di una de-escalation tutt’altro che consolidata.
Il nodo centrale resta proprio l’accordo firmato il 18 gennaio, che prevede l’integrazione graduale delle Sdf nelle strutture statali siriane e il coordinamento sulla sicurezza, in particolare nella gestione delle prigioni dell’Isis e del campo di al-Hol. In pratica: lo scioglimento delle Forze democratiche per renderle parte dei soldati che rispondono ad al-Shara'. Per il governo, si tratta di un passo verso il “ripristino della sovranità” su tutto il territorio nazionale; per i curdi, è un’intesa fragile, che rischia di tradursi in una resa senza garanzie politiche reali sull’autonomia dell’Amministrazione autonoma del Nord-Est. Dove le forze governative, che comprendono ex ribelli jihadisti, sono avanzate verso Raqqa, già capitale del Califfato (liberata proprio dalle Sdf nel 2017). E l’hanno rimessa sotto il proprio controllo, costringendo i curdi alla ritirata.
Il fragile equilibrio coinvolge anche gli altri attori internazionali. La Turchia continua a considerare le Sdf un’estensione del Pkk e, nei giorni scorsi, proteste curde con roghi di bandiere turche hanno infiammato la tensione. Tanto da portare a una telefonata tra Damasco e Ankara, con il presidente Recep Tayyp Erdogan che ha ribadito la volontà di una "completa eradicazione del terrorismo siriano". Il riferimento non è agli jihadisti, alcuni dei quali confluiti nelle forze governative, ma ai curdi. E in Europa, oltre alla soddisfazione espressa dall’Alta rappresentante per gli affari esteri Kaja Kallas (“Il cessate il fuoco è uno step vitale”, ha scritto lunedì), resta solo un messaggio in chat. È quello scritto dal presidente francese Emmanuel Macron a Donald Trump, pubblicato dallo stesso tycoon, in cui la posizione su Damasco si mimetizza tra tanti altri dossier: “Sulla Siria siamo d’accordo”.
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