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10 febbraio, 2026Fidel Castro la progettò e sfiorò dopo il crollo dell'Unione Sovietica. L'isola adesso si avvicina a una "crisi umanitaria senza precedenti" per il governo locale. L'ordine esecutivo firmato dall'amministrazione Usa l'ha lasciata senza rifornimenti e i suoi Paesi alleati rischiano sanzioni
Aveva tratti quasi distopici, quella che Fidel Castro immaginò come "l'opzione zero”. Razionare al massimo ogni bene essenziale, perché il crollo dell’Unione Sovietica e la contrazione del Pil al 35% avevano lasciato Cuba senza forniture. Adesso, invece, quel progetto solo sfiorato si avvicina alla realtà. Colpa del bando al petrolio messo in atto dall’amministrazione di Donald Trump, che ha portato l’isola a non riceverne più “neppure un goccio”, come ammesso dal presidente Miguel Díaz-Canel. Le navi non sbarcano dal 9 gennaio, mentre il 7 febbraio metà del Paese è rimasto al buio. Un blackout quasi totale che ricorda proprio il biennio dal ’92 al ‘94. Eppure quello che allora fu chiamato “periodo speciale”, questa volta potrebbe essere definitivo.
Prima lo stop alle forniture di carburante per le compagnie aeree, che potrebbe durare un mese. Poi la stretta su ospedali, scuole, uffici, trasporti e resort. A L’Avana l’allerta riguarda anche potenziali rivolte, seppur improbabili, visto che Cuba è diventata “un’isola di nonni”, rammenta il popolare analista locale Andrés Oppenheimer, e “la maggior parte dei giovani ha lasciato il Paese”. A seguirli, i turisti, che si sono dati alla fuga di massa o a cancellazioni di imminenti vacanze. Un crollo già avviato da tempo, con i 4 milioni di visitatori annuali ante-Covid ridotti ora a meno della metà. Tremila canadesi rimasti in questi giorni laggiù rientreranno invece con degli aerei vuoti, mandati da quattro compagnie (Air Canada, Air Transat, WestJet e Sunwing). Altri, continuano a rimbalzare tra alberghi diversi per volere delle autorità, senza vedersi fornita alcuna spiegazione.
Le misure salvagente messe in atto da Cuba sono riemerse soprattutto per via delle correnti provenienti da Washington. Dove Trump a inizio febbraio ha annunciato dazi greggio per chi invierà aiuti all'isola, ormai sempre più isolata dalle altre nazioni. Il provvedimento non è infatti ancora stato attuato concretamente, ma gli altri Paesi - come il Messico, primo importatore di petrolio - hanno già fermato gli aiuti. Una sorta di auto-sanzione preventiva, perché l’ordine esecutivo della Casa Bianca lascia comunque un margine di discrezionalità. "Cuba è una nazione fallita e trattano molto male la gente - ha commentato Trump -. Abbiamo molti cubano-americani che sono stati trattati davvero molto male, e probabilmente vorrebbero tornare”.
Il preludio è simile a quello che ha portato alla cattura di Maduro. Nelle scorse settimane, il segretario di Stato Marco Rubio aveva detto pubblicamente di augurarsi il crollo del regime. “Ma ciò non significa che lo cambieremo noi”, la briciola di speranza lanciata in mezzo al mare magnum di chi già si allarmava per un Venezuela-bis. Una retorica a due tempi politico-umanitaria: da un lato l’amministrazione statunitense mostra a Cuba la carota e manda sei milioni di dollari di aiuti umanitari, dall’altro sfodera bastoni. Che colpiscono ma trovano comunque risposte da Díaz Canel, secondo cui si tratta di una “misura di natura fascista, criminale e genocida di una cricca che ha dirottato gli interessi del popolo americano per un tornaconto puramente personale”, ha scritto su X. “Con un pretesto mendace e infondato, il presidente Trump intende soffocare l’economia cubana imponendo tariffe ai Paesi che commerciano petrolio con Cuba in modo sovrano”.
Ma se da un lato gli alleati lasciano riserve vuote, dall’altro riempiono l’agenda mediatica. Il Messico si è schierato con l’isola e si è detto preoccupato da “una crisi umanitaria senza precedenti”, a detta della presidente Claudia Sheinbaum. Che infatti vorrebbe organizzare una spedizione di petrolio aggirando le sanzioni statunitensi, dopo averne già annunciata una di viveri: 814 tonnellate di aiuti tra carne, latte liquido e in polvere, legumi, biscotti, riso e articoli per l’igiene. Per Russia e Cina ci sarebbero “possibili vie” di sostegno, ma non sono state ancora battute. Il ministro degli Esteri del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito quello subito da Cuba come uno “strangolamento” stretto tra le mani statunitensi. “Ci opponiamo in modo risoluto a qualsiasi azione e pratica disumana che privi il popolo cubano del suo diritto alla sussistenza e allo sviluppo”, ha detto invece il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun.
Persino Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela e sentinella trumpiana dalla caduta di Maduro, ha parlato a favore di Cuba e del popolo cubano. Solo un mese fa era la vice del dittatore di Caracas e aveva visto il suo impero crollare per mano statunitense. Che l’ha poi sostenuta e affiancata nel nuovo percorso. Ora un po’ più a Nord c’è un nuovo dilemma: è Trump a far cadere i pezzi o il mosaico caraibico rischia di collassare da solo?
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