Mondo
11 febbraio, 2026Il quartiere romano di Tor Pignattara, che ospita la più numerosa comunità bangladese in Europa, si prepara alle prime elezioni nazionali aperte anche ai cittadini residenti all’estero
«Ora anche a Dacca finalmente ci danno importanza. Il sistema di voto dall’estero è importantissimo!» Tajul Mizanur Rahman ha 37 anni, fa «il venditore ambulante, di fiera in fiera» e viene da «un posto a 17 chilometri da Dacca, ma con quel traffico ci vogliono due ore di bus». Da 18 anni vive in Italia, a Roma Est. «Qui a Tor Pignattara è come in Bangladesh, dai negozi ai ristoranti alle persone per strada: guardati intorno!» Siamo al bancone di “Zio bar”, sulla via da cui prende il nome questo quartiere che ospita la più ampia comunità bangladese in Italia e nell’Unione europea: tra 25mila e 30mila persone. I clienti del bar sono tutti uomini. Vengono tutti dal Bangladesh. Ma hanno idee diverse sul cosa aspettarsi dalle elezioni nazionali che si terranno il 12 febbraio nel Paese del Sud-Est asiatico. E sulla rivoluzione dell’estate 2024 che ne è stata il preludio, liberatorio ma sanguinoso.
«Abbiamo sempre chiesto di votare, ma solo il dottor Yunus ci ha dato questa opportunità, è un uomo affidabile». Jewel Kan, 44 anni, il viso rotondo, è in Italia dal 2007. Parla di Muhammad Yunus, il premio Nobel per la pace e fondatore della banca di microcredito Grameen Bank. Dall’8 agosto 2024 guida un governo di transizione. Tre giorni prima Sheikh Hasina, a capo del partito Awami League, prima ministra al governo ininterrottamente dal 2009, era fuggita in India. Appena prima che una folla oceanica raggiungesse la sua residenza nella capitale, assaltandola. Hasina continua a risiedere a New Delhi. Sul suo capo pende una condanna a morte in absentia per la responsabilità nell’uccisione di almeno 1.400 manifestanti da parte delle forze di sicurezza durante la rivoluzione capeggiata dagli studenti universitari. «Hasina? Quando qualcuno sbaglia, per prima cosa deve ammetterlo, chiedere scusa. Lei non lo ha mai fatto. Ora è in India, un Paese che non smette di volerci controllare, e il suo partito è fuori gioco».
le elezioni in Bangladesh
L’Awami League, il partito che per 15 anni ha rappresentato il potere assoluto e che si era fuso con le istituzioni alimentando la corruzione, ricorrendo a sparizioni forzate, carceri segrete ed esecuzioni extragiudiziali per reprimere ogni opposizione, non può partecipare alle elezioni del 12 febbraio. «Si eleggono i membri del Parlamento, ma c’è anche il referendum, per evitare che una persona sola abbia troppo potere». Il referendum sulla “Carta di luglio”, un’ottantina di riforme sintetizzate in quattro domande per riparare la torsione autocratica di Sheikh Hasina, è la scommessa di Yunus.
L’eredità politica di quest’ottantacinquenne che ha introdotto il voto per i residenti all’estero, una novità assoluta, ma che per i sostenitori di Hasina è un usurpatore. «Il dottor Yunus ha mandato tutto in malora, è responsabile delle violenze di questi mesi, dell’insicurezza. Ha consegnato il Bangladesh agli americani», dichiara convinto Hanif Dhali, 30 anni, originario di Dacca. La sua opinione ricalca la teoria complottista, pompata dai media indiani, secondo cui Hasina pagherebbe l’ostracismo di Washington, a cui non avrebbe ceduto territori per basi militari. Favole. Totul, 43 anni, occhiali scuri, giacchetto simil-renna, è amico di Dhali ed elogia Sheikh Hasina. «Era la migliore, quando governava lei il Paese era stabile, bellissimo. L’ultima volta che sono andato a Dacca non c’era neanche traffico», azzarda.
Lasciamo “Zio bar” e attraversiamo via Casilina. In un negozio di verdura su via della Marranella riecco le cospirazioni a stelle e strisce. «Yunus è un dittatore milionario in rapporto con il deep-state americano, con la fondazione Clinton, è tutto in mano agli americani, che ora se la fanno con i terroristi islamici», ci dice un signore alto e magro che accusa a lungo, ma il nome proprio non ce lo vuole dire. Quella della «fondazione Clinton» è un’altra teoria complottista, lanciata da un ex ministro del governo Hasina in un’intervista a una tv di Mosca. Il governo di Putin è stato un alleato prezioso di Hasina, come lo è il governo di Narendra Modi a New Delhi. Dove non si fa che gridare al pericolo barbuti: il Jamaat-e-Islami, partito islamista a lungo bandito in Bangladesh sotto Hasina, è a capo di una delle due coalizioni principali nelle elezioni del 12 febbraio. L’altra è capeggiata dal Bangladesh nationalist party, il Bnp, il partito che dall’indipendenza si è alternato al potere con l’Awami League, in un duello senza esclusioni di colpi.
Duello che si è sentito anche qui a Roma. «A Tor Pignattara la politica partitica si esprimeva nelle infrastrutture comunitarie: circoli sociali legati alle ambasciate, comitati delle moschee, riunioni comunitarie ed eventi come i picnic in cui alcune personalità erano invitate a tenere “discorsi speciali”», ci spiega Punny Kabir, ricercatrice all’università di Colonia, in Germania, che qui ha svolto un lungo lavoro di ricerca. «Le reti allineate all’Awami League erano più visibili dal punto di vista istituzionale e socialmente dominanti». Oggi, si scrive un’altra pagina della storia.
«Come votare? Qualunque partito che non piaccia all’India, ecco come!» Modi calmi, passo elegante e una coppola in testa, Hasanuzzaman Kamrul è presidente della Bangladesh Association Italy. Vive qui a Tor Pignattara dal 1989. «Sono un sostenitore del Bnp da quando ero ragazzo. Con il rientro di Tariq Rahman siamo più forti». Rientrato in Bangladesh il 25 dicembre scorso, dopo un autoesilio di 17 anni a Londra per scampare a quella che definiva come una persecuzione giudiziaria, Tariq Rahman è l’uomo del momento. A capo del Bnp, molti danno per certo che sarà lui il futuro primo ministro. Percorre la strada tracciata dai genitori: il padre era il generale Ziaur Rahman, fondatore del partito, la madre Khaleda Zia, più volte prima ministra e antagonista storica di Sheikh Hasina.
«Con Yunus le cose proprio non vanno bene. C’è troppa violenza, soprattutto contro le donne, perfino contro i bambini. Ci sono stupri, furti, un’insicurezza diffusa». Così Shipa, 27 anni di cui 5 in Italia. Viene da Sylhet, nel Nord del Bangladesh, la incontriamo con la figlia di 19 mesi, Afrin, nel negozio di abbigliamento che gestisce di fronte alla scuola Pisacane, simbolo del quartiere multietnico. Si dice preoccupata per l’insicurezza anche Priyanka Shil, 34 anni, da 4 a Roma, parrucchiera. Camicia bianca, pantaloni e maglia nere, è indecisa se votare o no. «Ma avere un governo eletto è fondamentale. Ora la situazione è pericolosa per la nostra comunità, quella induista», minoritaria in Bangladesh. «La preoccupazione c’è, ci sono stati casi veri di attacchi contro gli induisti, non è solo la propaganda indiana», conferma Babita Rani Dhar, 43 anni. Mediatrice culturale molto attiva a Tor Pignattara, è rattristata dal fatto che siano così poche le donne candidate, meno del 5 per cento del totale. Caso paradigmatico è quello del Jamaat-e-Islami, che non ha candidato neanche una donna, ma che punta al potere. «Il potere corrompe, ti fa commettere azioni brutte, politicamente non mi fido di nessuno», taglia corto Suborna. Anche lei molto attiva sul territorio, membro tra l’altro dell’associazione Dhuumcatu e dell’associazione delle Donne-Italy, loda l’introduzione del voto all’estero, «perché se prima eravamo esclusi dalla politica, oggi possiamo contare». Mostra il telefono. Sullo schermo la scritta “Your Vote, Your Right”, immagine di apertura dell’app per il voto.
Suborna non è riuscita a votare a causa di un imprevisto amministrativo. Non ci è riuscita neanche Sanjida Akter, mediatrice di Asinitas, l’associazione interculturale che fa educazione e intervento sociale con minori e adulti, italiani e stranieri, e che rappresenta un approdo sicuro e accogliente per tante donne immigrate. Nata e cresciuta a Chattogram, la seconda città del Bangladesh, ha 40 anni, di cui 18 trascorsi in Italia. «Il voto da qui è il riconoscimento che contiamo non solo economicamente», per le rimesse, «ma anche socialmente». Più che ai partiti che si contendono il voto, pensa a ciò che verrà dopo, alle priorità del prossimo governo. «Deve occuparsi del sistema dell’istruzione, del tutto inadeguato, e dell’agricoltura. Perché i migranti dal Bangladesh devono venire a fare i braccianti qui, sfruttati, anziché occuparsi delle terre nel nostro Paese?».
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