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18 febbraio, 2026Secondo l'indiscrezione del giornalista israeliano Barak Ravid, il presidente statunitense "si sta annoiando". E così avrebbe deciso di agire con una guerra combinata Usa-Israele destinata a durare nel tempo, diversa dall'attacco lampo in Venezuela
Una campagna lunga, imponente, capace di varcare la soglia tra l’attacco lampo simil-Venezuela e una guerra più lunga. Dove la mina si nasconde nell’uggia. “Trump si sta stufando”: la premessa di Axios, secondo cui la linea di detonazione tra Washington e l’Iran sarebbe ormai a pochi passi. Un consigliere del presidente statunitense parla di “90% di probabilità” di un’azione militare nelle prossime settimane. Una battaglia “massiccia”, destinata a durare tanto tempo e ad assomigliare più a una guerra vera e propria che all’operazione mirata condotta il mese scorso per il rapimento di Nicolás Maduro.
Il retroscena, firmato dal giornalista israeliano Barak Ravid, descrive un’amministrazione più vicina a un conflitto di quanto l’opinione pubblica percepisca. La differenza, questa volta, starebbe nella scala: una possibile operazione congiunta Usa-Israele più ampia - e “più esistenziale per il regime” iraniano - rispetto alla guerra di dodici giorni guidata da Israele lo scorso giugno. A cui gli Stati Uniti posero fine in un secondo momento, una volta colpite le strutture nucleari sotterranee di Teheran.
tra fronte diplomatico e movimenti militari
Intanto la diplomazia dà l’idea di provare a guadagnare tempo. Il genero di Trump, Jared Kushner, e l’inviato speciale in Medio Oriente Steve Witkoff hanno incontrato a Ginevra per tre ore il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Ufficialmente si parla di “progressi”, ma le “lacune sono ampie”. E a Washington non c’è ottimismo sulla possibilità di colmarle. Il vicepresidente J.D. Vance ha parlato di colloqui “andati bene” sotto alcuni aspetti, ma ha ricordato che Trump ha fissato “linee rosse” che Teheran non è pronta a riconoscere.
Se la diplomazia dovesse “raggiungere la sua fine naturale”, l’alternativa sarebbe sul tavolo. E su un eventuale terreno di guerra, dove già si parla con i numeri. Due portaerei, una dozzina di navi da guerra, centinaia di caccia e sistemi di difesa aerea. Oltre 150 voli cargo militari hanno trasferito armi e munizioni in Medio Oriente, mentre nelle ultime 24 ore altri 50 jet (F-35, F-22 e F-16) sono partiti verso la regione.
ipotesi regime change
Israele, secondo due fonti citate da Axios, si prepara a uno scenario bellico “entro pochi giorni”, con una linea massimalista che include non solo i siti nucleari e missilistici ma anche un’ipotesi di cambio di regime. Spiata sull’uscio da Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià, che ha avviato una campagna di lobbying per un intervento militare, nella speranza di bussare alla porta di Washington.
Negli Stati Uniti, alcuni - come il senatore della Carolina del Sud Lindsey Graham - parlano di settimane, non di giorni. Ma la finestra temporale resta stretta: dopo i colloqui di Ginevra, Washington avrebbe chiesto a Teheran una proposta dettagliata entro due settimane. Una timeline che non scandisce formule fisse o sicure: lo scorso giugno, la Casa Bianca fissò una finestra simile per decidere tra negoziato e attacco. Tre giorni dopo partì l’operazione Midnight Hammer. Rispetto ad allora si è aperto un varco diplomatico in più. Ma - scrive Axios - i segnali non sono incoraggianti e sembrano portare a una svolta bellica più vicina di quanto molti possano immaginare.
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