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Voto veloce, Parlamento lento
Le Camere che votano solo provvedimenti governativi, chiuse ale richieste della società. Ecco l’altro volto del boom delle firme digitali per i referendum, la Spid Democracy
Da un anno e mezzo, da quando per contrastare la pandemia furono decise misure di distanziamento, i deputati votano anche fuori dall’aula, dal Transatlantico, il lungo corridoio che per decenni era stato il luogo simbolo di incontro della cittadella della politica in cui, scriveva il giurista Guglielmo Negri negli anni Settanta del Novecento, si avvertiva più forte «il senso di caducità di ogni cosa terrena ancorché sotto l’egida del potere, quando a tarda sera, spente le luci dell’Aula, il salone è vuoto, silenzioso, buio e attraversato solo dall’esile lama di luce delle lampade di sicurezza». Ora il Transatlantico appare ancora più vuoto, buio e silenzioso: la politica non passa più di lì. Come L’Espresso ha scritto in occasione dei cento anni dell’inaugurazione dell’aula di Montecitorio.
È la Spid-Democracy, come l’ha definita qualcuno, fondata sulla sovranità del popolo che la esercita con la firma digitale, o Speed-Democracy, la democrazia veloce. A introdurla è stato un voto notturno all’unanimità in commissione Affari costituzionali della Camera a metà luglio, un emendamento al decreto semplificazioni presentato dal deputato di +Europa Riccardo Magi. «Stanotte all’una e trenta e con il parere contrario del governo è passato in commissione Affari costituzionali un emendamento che consente da agosto la raccolta di firme online per i referendum», esultava l’associazione Luca Coscioni, che ha promosso l’iniziativa. Era la notte tra il 13 e il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia a Parigi. Quel giorno del 1789 il re Luigi XVI scrisse sul suo diario una sola parola, «rien», non è successo niente: era il suo diario di caccia e quel giorno la battuta era andata a vuoto. Invece era l’inizio della rivoluzione. Più o meno la stessa reazione del sistema politico, che non si è accorto dell’onda crescente, fino a quando nel mese di agosto le firme digitali hanno rotto gli argini. Ora è una piena: oltre ai referendum su eutanasia e cannabis sono in arrivo quelli sulla giustizia anti-toghe dei radicali e dei due Mattei, Salvini e Renzi, quelli sulla caccia, per abolire il reddito di cittadinanza e il green pass di un’altra strana coppia, Carlo Freccero e Alberto Contri che furono avversari in Rai.
Nessun Paese europeo si è affidato al bricolage delle leggi elettorali per il voto politico: tre diverse in meno di trent’anni (Mattarellum, Porcellum, Rosatellum), più una approvata dal Parlamento ma bocciata dalla Corte costituzionale (l’Italicum di Matteo Renzi). Due referendum bocciati dagli elettori per eliminare il bicameralismo perfetto, uno riuscito per tagliare il numero degli eletti. A proposito di democrazia diretta, un partito, caso unico nel mondo, nato direttamente dalla Rete, che per due elezioni consecutive ha conquistato il primato dei voti e oggi occupa posti-chiave nel governo e nelle istituzioni, il suo attuale leader è stato presidente del Consiglio: il Movimento 5 Stelle. Infine, il presidenzialismo soft, il presidente della Repubblica costretto a dare vita a governi tecnici, governi di emergenza, governi di unità nazionale. Che governano con coalizioni ampie e eterogenee, nella sospensione della normale dialettica parlamentare maggioranza-opposizione.
Si può esultare per la firma digitale. Un nuovo salto in avanti, come quando, poco più di cinquant’anni fa, fu approvata la legge che realizzava la norma della Costituzione sui referendum. Per i primi decenni ai referendum fu affidato il compito di anticipare gli scossoni del sistema politico. Il referendum del 1974 sul divorzio fu il primo segnale di crisi della Dc e della presa del mondo cattolico, eppure la sinistra non lo capì, Fanfani pensava di vincere, Berlinguer pensava di perdere, vinse Marco Pannella. Il referendum del 1985 sulla scala mobile, perso dal Pci e vinto da Bettino Craxi, fu l’ultimo tassello di una crisi irreversibile di rapporto con la società che portò i comunisti a cambiare il nome e il simbolo qualche anno dopo, caduto il muro di Berlino. E i referendum elettorali di inizio anni Novanta, promossi dal deputato democristiano Mario Segni, sognavano di trasformare il sistema dalla legge proporzionale al maggioritario.
In tutti questi casi, l’onda referendaria con la sua logica bipolare, si vota per il sì o per il no all’abrogazione di una legge, sfidava la grande muraglia del sistema dei partiti che sembrava invalicabile. Oggi il diluvio di firme digitali si muove dentro il vuoto della politica, l’apparente impossibilità di ricostruire la rappresentanza, in un Parlamento popolato dai fantasmi prodotti da quindici anni di votazioni con le liste bloccate e condannato a votare senza discutere i decreti del governo.
E dunque, come scrive Massimo Cacciari, l’orizzontalità della nuova partecipazione non è alternativa alla verticalizzazione del potere, anzi, rischia di essere complementare, se non funzionale. Perché mentre si infittiscono i click sulle singole battaglie sulle questioni della vita e della morte, del corpo e della malattia, prima di tutto per colpa di un Parlamento sordo alle leggi di iniziativa parlamentare e perfino ai richiami della Corte costituzionale, il governo esercita i suoi poteri sull’economia, sul cambiamento climatico, sull’immigrazione o sugli interventi militari, le grandi questioni dove la politica non è atomizzata ma torna a confrontarsi con la sfera del potere, il grande assente, il grande scandalo. Eppure la democrazia è anche questo, soprattutto questo: controllo del potere, limite del potere, spostamento del potere da chi ne ha troppo verso chi non ne ha. E la sfida della democrazia rappresentativa negli ultimi due secoli è stata questa: immaginare che fossero i Parlamenti scelti con libere elezioni le sedi in cui questo scontro poteva avvenire. Sono ancora i Parlamenti, infatti, l’obiettivo di ogni protesta e manifestazione: il 2021 si è aperto con l’assalto dei seguaci di Donald Trump contro il Congresso americano. Ma se la rappresentanza entra in crisi, come lo è drammaticamente in Italia da decenni, la nuova partecipazione della Spid-Democracy risponde al desiderio dei singoli cittadini di esserci e di contare, ma rischia di accelerare quei processi per cui, alla fine, a pesare saranno soltanto in pochi, pochissimi. E senza neppure il bisogno di firmare.