Opinioni
26 febbraio, 2026Il primo punto è il processo decisionale, poi avanti su energia, capitali e semplificazione
Eppur si muove. O almeno sembra. Molti si sono chiesti se il parziale distacco americano dall’Europa evidenziato da varie prese di posizione dell’amministrazione Trump avrebbe portato a un colpo di reni europeo, a una reazione di orgoglio, a passi avanti nel processo di unificazione. Gli incontri informali tenuti la scorsa settimana nel castello di Alden Biesen in Belgio, con la partecipazione di Draghi e Letta, e dichiarazioni da parte di diversi leader europei suggeriscono che qualcosa stia accadendo. Certo è ancor presto per trarre conclusioni, anche perché la riunione di Alden Biesen si è svolta a porte chiuse. Occorrerà aspettare almeno il vertice del Consiglio europeo del prossimo marzo. Vediamo nel frattempo a che punto siamo su alcuni temi chiave.
Un punto fondamentale riguarda il processo decisionale. Si sta facendo strada l’idea dell’Europa a più velocità. Questo significa che, se non si trova l’accordo di tutti i 27 membri dell’Ue, quelli disposti a fare qualcosa insieme lo faranno comunque. Tecnicamente, questo è coerente col processo previsto dai trattati europei (è lo strumento della “cooperazione rafforzata”, consentita se almeno nove Stati decidono di attivarla). Questa è l’essenza anche della proposta di Draghi per un «federalismo pragmatico». Visto che è inutile sognare di realizzare ora un vero stato federale è comunque utile muoversi pragmaticamente con azioni unitarie specifiche con chi ci sta. Fra l’altro, il rischio di restare fuori, potrebbe alla fine persino indurre tutti a partecipare.
A cosa si potrebbe applicare questo principio? L’obiettivo generale è quello del completamento del mercato unico, compreso, un mercato unico dell’energia, che ne riduca il costo per Paesi, come Germania e Italia, dove ora questo è troppo alto; e un mercato unico dei capitali: una Saving and investment union, per trattenere in Europa il nostro risparmio, evitando che sia attratto dal mercato americano.
Sembra ci sia anche un ampio consenso per una significativa semplificazione burocratica, sia a livello Ue, sia di singoli Paesi. I decreti omnibus sono previsti per ridurre gli eccessi dei regolamenti sulla “due diligence”, che richiede alle imprese europee che certe tutele sociali e ambientali siano mantenute lungo tutta la catena internazionale del valore, cosa lodevole, ma irrealizzabile in pratica, e sul “Reporting” relativo agli obiettivi Esg, che ha costi non indifferenti per le imprese e risultati pratici più formali che sostanziali. Ma si può semplificare di più in queste aree. Anche certi obiettivi del Green Deal sembrano ora eccessivi. Attrae poi un notevole consenso una proposta specifica del rapporto Letta, quella di applicare a chi vuole aprire un’attività imprenditoriale in Europa un regime regolatorio semplice e valido in tutti i Paesi dell’Unione: insomma, se non si può uniformare le regolamentazioni di tutti i 27 membri, un’impresa avrebbe la possibilità di adottare il “ventottesimo regime”, comunque riconosciuto da tutti.
Più difficile fare passi avanti in altre aree, come l’adozione, in via permanente, degli eurobond come strumento di finanziamento in deficit di investimenti europei (l’opposizione tedesca sembra per ora troppo forte). Ma, restiamo pragmatici, facciamo quello che è possibile e poi magari scopriremo che si è riusciti a fare più di quanto inizialmente sperato.
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