Opinioni
6 febbraio, 2026L’intelligenza artificiale connessa al nostro cervello apre scenari e interrogativi da affrontare per non esserne travolti
Questa settimana L’Espresso dedica la copertina al “Pensiero artificiale”. Con questa espressione vogliamo esplorare e descrivere lo scenario di un futuro in cui l’intelligenza artificiale non richiederà più schermi o tastiere, ma si connetterà direttamente al nostro cervello tramite onde neuronali. Non è fantascienza, ma ricerca concreta. In questo modo l’Ia non sarebbe più un semplice strumento esterno, raggiungibile con smartphone, tablet, o computer, ma un’estensione dell’intelligenza umana. Per riuscirci, deve entrare nel nostro “sistema operativo” naturale: il cervello, immutato dalla comparsa dell’Homo sapiens. L’idea di accedere all’intelligenza artificiale non più attraverso un device, ma direttamente tramite onde neuronali che collegano il cervello all’Ia, segna sicuramente una cesura profonda nella storia del rapporto tra uomo e tecnologia. Non si tratta di un’evoluzione degli strumenti, ma di un cambiamento radicale: l’interfaccia non è più esterna, visibile, negoziabile. Diventa interna, invisibile, potenzialmente permanente. Scenario molto diverso dagli esperimenti finora effettuati da Neuralink, di Elon Musk, che da anni persegue un approccio opposto, quello di impianti neurali inseriti chirurgicamente nel corpo umano per collegare direttamente neuroni e computer. Due strade diverse verso uno stesso obiettivo: fondere mente e macchina.
In questo viaggio ci accompagna Marco Montemagno, che ci invita a guardare oltre l’entusiasmo tecnologico. Le interfacce neurali, una volta operative, rischiano di rompere un equilibrio che ha sempre caratterizzato la storia umana: limiti biologici simili per tutti, con differenze date da cultura, educazione, condizioni economiche. Una sorta di uguaglianza naturale. Con il “pensiero artificiale” questo equilibrio potrebbe saltare. Non sarebbe più solo l’esperienza a fare la differenza, ma l’accesso, o l’allineamento, a un potenziamento neuronale che non tutti avranno. Per non parlare della libertà di opinione e del rischio che ogni dissenso venga soffocato. Se tutti “pensano” nello stesso modo, addio pluralismo. E poi c’è la questione del potere. Chi deciderà quali contenuti passeranno dall’intelligenza artificiale al cervello e viceversa? Chi controllerà questi flussi controllerà qualcosa di più dei dati: influenzerà processi cognitivi, scelte, comportamenti. A questo si aggiunge il rischio dell’assuefazione. Se ci abituiamo a pensare con un supporto costante, a decidere con un assistente sempre attivo, a ricordare meno, perché “ci pensa il sistema”, come torneremo indipendenti? Privacy, sicurezza dei dati neurali, libertà di opinione, rischio di omologazione: le domande sono molte e le risposte ancora fragili.
Tirare le somme è difficile, perché siamo davanti a un possibile mutamento antropologico, a una trasformazione della natura stessa dell’uomo. Per questo abbiamo affidato al filosofo Giacomo Marramao il compito di analizzare le prospettive del transhuman e del posthuman, neologismi destinati a entrare presto nel nostro vocabolario, e di esplorare le implicazioni della neuroetica. Chiudiamo con la voce di una sedicenne, studentessa di liceo classico: i suoi dubbi, i suoi timori, le sue domande. Perché il “pensiero artificiale” non è un futuro lontano. È il mondo in cui i più giovani potrebbero vivere, imparare e diventare adulti. Questa copertina è un invito a pensarci adesso. Prima che sia qualcun altro — o qualcos’altro — a farlo al posto nostro.
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