Opinioni
2 marzo, 2026All’idea che basti occupare le caselle per produrre qualità si oppongono numeri ostinati
Le dimissioni forzate di Paolo Petrecca dalla direzione di Raisport, dopo la telecronaca tragicomica della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali, non sono un incidente di percorso. Sono un cartello stradale, grande e rifrangente, che segnala il fallimento dell’assalto della destra alla Rai. Non è una questione di simpatie o antipatie, di gusti o di tifoserie. È una questione di realtà, quella materia prima che non si piega alle narrazioni e che prima o poi presenta il conto. La Rai doveva diventare la grande rivincita, la presa della Bastiglia culturale, la prova generale di una riscossa a lungo sognata contro la famigerata «egemonia della sinistra». Il tavolo, però, non è stato rovesciato: si è rovesciato addosso a chi voleva farlo.
L’azienda è oggi guidata da un amministratore delegato che proviene dalla stessa sezione missina di Colle Oppio dove cominciò la carriera politica di Giorgia Meloni. Una coincidenza biografica che avrebbe dovuto suggellare una continuità ideale, quasi un risarcimento storico. Ma le biografie, quando entrano nei palinsesti, non fanno ascolti. E i palinsesti, quando diventano biografie, fanno danni. Con Gennaro Sangiuliano la destra aveva immaginato la Rai come la più importante centrale culturale del Paese finalmente “liberata”. Il risultato è stato opposto: la Rai ha perso la supremazia dell’etere, e Canale 5 ha superato RaiUno nell’audience della prima serata.
Il problema non è che la Rai sia diventata “di destra”. Il problema è che è diventata più fragile. Più incerta. Più disorientata. Come chi entra in una casa che non conosce e sposta i mobili a caso, convinto che basti cambiare disposizione per cambiare l’anima delle stanze. Il caso di RaiTre è, da questo punto di vista, esemplare. L’idea di snaturare la rete storicamente più a sinistra con innesti di segno diametralmente opposto è stata un capolavoro di ingenuità ideologica. Luca Barbareschi, ex deputato di Alleanza nazionale, galleggia intorno a un misero 3 per cento con “Allegro ma non troppo”: titolo che suona ormai come una recensione. Edoardo Sylos Labini, fondatore di CulturaIdentità e profeta della «fine dell’egemonia culturale della sinistra», ha portato in dote a RaiTre un Radix nostalgico-sovranista che supera di poco l’1 per cento.
A fare buon peso è arrivato Massimo Giletti, alfiere della tv populista, che con la rete genialmente architettata da Angelo Guglielmi c’entra come una slot machine in un’abbazia. Non per una questione morale o politica, ma per una banale incompatibilità genetica: RaiTre non è un contenitore, è un organismo. E gli organismi, quando ricevono trapianti sbagliati, reagiscono. La figuraccia olimpica di Raisport è solo l’ultimo fotogramma di questo film: l’idea che basti occupare le caselle per produrre qualità, che il controllo generi automaticamente consenso, che la fedeltà conti più della competenza. Ma la televisione, come la cultura, è una bestia ingrata: non obbedisce, non ringrazia, non riconosce i gradi.
Così l’assalto si è trasformato in un assedio a se stessi. La Rai non è diventata più forte, la destra non è diventata più credibile, il pubblico non è diventato più numeroso. Forse la lezione è semplice, e proprio per questo difficile da accettare: l’egemonia culturale non si decreta, non si occupa, non si conquista per nomina. Si costruisce. Lentamente. E soprattutto non si improvvisa. Perché la realtà, quando viene maltrattata, si vendica sempre. E lo fa, puntuale, in prima serata.
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